Atp World Tour Finals: come abbiamo visto l’ultimo torneo tennistico del 2015

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Con la vittoria di Nole Djokovic su Roger Federer si chiude la settima edizione londinese delle Barclays Atp World Tour Finals, il torneo che tutto il mondo conosce con l’etichetta di “Masters” per i (bei) ricordi del tennis che fu al Madison Square Garden di New York.

Il torneo di Londra è un torneo particolare. Si sfidano i migliori otto della race, ovvero i migliori otto della classifica secondo l’anno solare, divisi in due gironi da quattro.
Per le prime tre partite viene abolita la grande regola che tutti conoscono del mondo del tennis, e cioè che chi perde va a casa. Già, perché piuttosto che imbastire un tabellone povero composto da tre turni (quarti, semi e finale) l’ATP preferisce dare le proprie star in pasto al pubblico per più giorni e più partite, offrendo la possibilità a coloro che perdono il primo incontro di rifarsi nel secondo e nel terzo.
Una soluzione da molti contestata che però soddisfa le esigenze di marketing e di spettacolo: assistere all’esibizione dei migliori otto del tennis mondiale per una settimana di fila è un privilegio di cui a volte neanche gli Slam possono vantarsi.

In un certo senso, queste ATP World Tour Finals sono state non soltanto la sintesi dell’ultimo anno di tennis, ma di un intero lustro. Basti dire che rispetto ai Best eight di cinque anni fa soltanto lo svedese Söderling e l’americano Roddick non sono presenti all’edizione 2015, perché ritirati.
Ma che torneo è stato? Imprevidible? Noioso? Spettacolare? Proviamo a raccontarvelo con una specie di racconto giorno-per-giorno, cercando di mettere a fuoco gli aspetti più interessanti emersi nel corso di competizione così particolare.
L’evento comprende anche un torneo di doppio maschile – organizzato secondo le stesse regole del singolo – ma lo svolgimento del suddetto torneo non è in trattazione in questo articolo.

I DUE GIRONI: STAN SMITH (GIRONE A) E ILIE NASTASE (GIRONE B)
La novità dell’edizione 2015 è rappresentato dal fatto che i due gironi prendono il nome dai primi vincitori di un’edizione del Masters.
A Stan Smith (vincitore nel 1970, foto sopra) e Ilie Nastase (vincitore di ben 4 edizioni tra il 1971 e il 1975, foto sotto) l’onore di dare il via a questa curiosa iniziativa.
Nel girone Smith si ritrovano il leader del circuito Djokovic e il sei volte campione alle Finals, Federer, insieme a due sparring partners corrispondenti al nome di Nishikori e Berdych.
Murray, il redivivo Nadal, il mistero Ferrer e Wawrinka si giocano l’accesso alle semifinale del gruppo Nastase.

DAY 1 – QUANDO VAI AL CINEMA E TI RIFILANO 25 MINUTI DI PUBBLICITÀ
Il torneo di singolare si apre con la sfida tra Nishikori e Djokovic, il che equivale a dire che si sfidano Djokovic e il suo sosia depotenziato con gli occhi a mandorla e con un milione di acciacchi in più.
A nessuno interessa granché della faccenda perché tutti aspettano il confronto tra Djokovic e Federer per stabilire chi si qualificherà per primo in questo girone.

I telecronisti di Sky per dovere di cronaca ci ricordano che il giapponese ha uno scalpo del serbo (semifinali dello US Open 2014) e che quindi Nole dovrà stare bene attento a non giocare troppo al risparmio e a essere subito sul pezzo. Djokovic rifila al numero otto del tabellone un doppio 6-1 che ricorda a tutti quanto quella edizione dello Us Open, vinta poi dal tennista di Medjugorie Cilic, sia da annoverare tra i misteri di cui un giorno l’umanità dovrà chiedere spiegazione.
Alla sera, il match tra Federer e Berdych ha le stesse premesse. Il ceco ha già battuto Federer (vero), Federer non ha avuto il suo solito autunno (vero) e dovrà stare attento alle bordate del ceco (ma dove).
Con un 6-4 6-2 babbo Federer manda tutti a nanna, comprese le inconsistenti pretese di qualificazione del buon Berdych.

DAY 2 – IL MISTERO FERRER E LA PIGRIZIA DI WAWRINKA
David Ferrer, già finalista di un’edizione del Masters a Shangai nel lontano 2007 (prese una stesa memorabile dal Federer extralusso di quegli anni), è un tennista encomiabile, il cui spirito di sacrificio e di abnegazione gli ha permesso di colmare le evidenti lacune tecniche e fisiche che gli avrebbero altrimenti impedito di competere con gli altri big per così tanti anni.
Non un applauso: ci vuole un’ovazione per un ragazzo come Ferru.
L’avete fatto?
Bene.
Ora siete autorizzati a chiedervi come abbia fatto a qualificarsi anche quest’anno per il torneo di Londra.

Senza rovistare in Wikipedia o in qualche sito di tennis, non ricordo un risultato di spicco nella stagione dello spagnolo (di riserva). A giustificare i miei dubbi ci pensa Murray; il britannico, che ha in programma una finale di Coppa Davis da giocare in Belgio su terra la settimana prossima e che fino a qualche giorno prima non era sicuro di scendere in campo a Londra, siede Ferrer con un perentorio 6-4 6-4.
La prestazione di Murray è talmente convincente che qualcuno solleva l’ipotesi che i dubbi legati alla partecipazione al torneo londinese di Murray fossero solo pretattica. Sorrido.

Il redivivo Nadal, reduce da un anno terribile senza Slam e senza Masters 1000 ma con un autunno semi-positivo alle spalle, schianta un Wawrinka che semplicemente non aveva voglia di rimanere in campo e lottare.
Lo svizzero numero due è passato alla storia per i suoi pantaloncini stile pigiama con cui ha profanato la terra rossa parigina, ma forse questa volta ha esagerato nell’immedesimarsi nella figura del bell’addormentato.
È vero che Nadal indoor non desta grande paura, ma se non tieni una palla in campo è difficile che l’avversario si batta da solo. 6-3 6-2: Nadal ringrazia.

DAY 3 – INIZIA IL FILM DAL TITOLO “NEL TUO ANNO MIGLIORE IO TI HO BATTUTO TRE VOLTE”
Al pomeriggio la finale terzo/quarto posto se l’aggiudica Nishikori in tre set ( 7-5 3-6 6-3). Se una volta il ceco poteva dirsi primo dei terrestri, ora quel titolo se lo merita ampiamente il giapponese. Quando conta, Berdych non vince mai.

La sfida serale tra Djokovic e Federer cattura le attenzioni di tutto il globo.
È stata la finale di Wimbledon 2014 e 2015.
È stata la finale degli ultimi Us Open.
Che negli ultimi tempi abbia sempre vinto Nole quasi non interessa a nessuno, tutti vogliono l’ennesimo miracolo del genio di Basilea. Non assistiamo a un grande match, ma ci accontentiamo di poco: 7-5 6-2 per Rogi, che si auto assegna il primo posto nel girone nonché il diritto a sfidare in semifinale il secondo dell’altro raggruppamento.
Pare che Roger al termine del partita abbia candidamente fatto notare al suo avversario che “Sarà pure il tuo anno migliore, ma io ti ho già battuto tre volte”. Djokovic sogghigna.

DAY 4 – NADAL È TORNATO, MA MURRAY NON È DA MENO. WAWRINKA SI SVEGLIA
Nadal conferma i progressi di questo autunno impartendo una severa lezione a Murray. Finché lo spagnolo troverà giocatori più pallettari di lui, anche le condizioni indoor (che da sempre lo sfavoriscono) non saranno un problema.
Murray fa un passo indietro rispetto alla buona prestazione dell’esordio e rimanda il discorso qualificazione al match con Wawrinka, il quale spiega a Ferrer quale sia la sostanziale differenza tra loro due. Va bene la costanza, vanno bene la forza d’animo, la corsa e la resistenza, ma il tennis a certi livelli rimane essenzialmente una questione di talento e Wawrinka ne dispone in dosi industriali, mentre Ferrer no.
Che poi Ferrer si suicidi sprecando il grande vantaggio costruitosi nel primo set (dove aveva servito per il set) e che Wawrinka assomigli pericolosamente alla versione pigiama party di due giorni prima poco importa: Ferrer è eliminato, Wawrinka si aggrappa al match contro Murray.

DAY 5 – I TITOLI DI CODA DEL GRUPPO SMITH
Federer si fa ingarbugliare dall’aggressività di Nishikori e viene portato al terzo set dopo aver condotto nel secondo per 4-1 (e avendo già in tasca il primo).
Djokovic finge di temere l’assalto di Berdych facendosi riprendere il break guadagnato in avvio di partita  e poi conclude con 6-3 7-5 senza particolare sforzo. Il serbo sa già che in semifinale incontrerà Nadal, mentre Federer deve aspettare che il gruppo Nastase decreti un secondo classificato tra Murray e il connazionale Wawrinka

DAY 6 – VERDETTI E DECRETI
Al pomeriggio va in scena una delle partite più lottate ed entusiasmanti del torneo e nessuno capisce il perché.
Che Ferrer (già eliminato) si impegni alla morte per sconfiggere Nadal è comprensibile; che quest’ultimo, già primo e conscio che il suo avversario sarà nientepopodimenoche Djokovic, si faccia ingaggiare per una battaglia di due ore e mezza è faccenda da psicologi.
Nadal perde il primo, vince il secondo e il terzo e chiude il girone da imbattuto.
Viva la sportività, ma l’unica frase che tutti ripetono allo spagnolo pensando al match del giorno dopo è “auguri”.

Wawrinka-Murray ha tutti i presupposti per essere, se non il match del torneo, un grande incontro. A suo modo la sfida rappresenta un contrasto di stili.
Rovescio monomane vs bimane, ma poi anche capacità di generare vincenti a suon di bordate di dritto e soprattutto di rovescio (Wawrinka) contro la capacità di recuperare più o meno qualsiasi cosa passi nel raggio di dieci metri dalla propria racchetta (Murray).
In pochi lo sottolineano, ma i due, vincitori di due Slam a testa, hanno l’occasione per stabilire qualcosa di molto interessante: chi dei due meriti il posto accanto ai tre mostri della categoria – nonostante la stagione Nadal è membro indiscusso del “Club Superfighi“.

And the winner is… se vogliamo, il match ci regala una sorpresa. Intensità e buona qualità da entrambi i lati della rete, ma a prevalere è Mr. One-handed Backhand, al secolo Stanislas Wawrinka, già campione d’Australia e di Francia e semifinalista a Londra nel 2014.
Sarà l’ansia per l’imminente finale di Davis (che la Gran Bretagna non vince da quasi ottant’anni), sarà una preparazione focalizzata al tennis su terra (superficie della finale contro i belgi) ma fossi in Murray non sarei molto soddisfatto del risultato londinese.
La sua seconda piazza nel ranking appare sempre più inadeguata rispetto al suo tennis e alla qualità che attualmente lo scozzese riesce a produrre sul campo di fronte ai pesi massimi della categoria.

DAY 7 – LE SEMIFINALI
Djokovic-Nadal è stata la grande sfida di questi anni Dieci. Sette volte finale slam (4-3 per il serbo), dodici volte finale di un Masters 1000 e già atto conclusivo dell’edizione 2013 qui a Londra.
Complessivamente il calcolo dei precedenti dice bene allo spagnolo, avanti 23-22, ma non c’è nemmeno un tifoso alla O2 Arena di Londra, neanche tra gli ispanici, disposto a scommettere che questo Nadal possa anche solo strappare un set la macchina da tennis serba. Eppure i progressi di Nadal sono evidenti: il minor ricorso allo slice di rovescio dice che Nadal riesce a controllare di più il gioco e a impostarlo secondo i suoi dettami preferiti.

Nelle partite del Round Robin, oltre ad aver dimostrato una buona condizione atletica, ha lasciato intravedere sprazzi del dritto che fu dando buona profondità e sufficiente penetrazione alla maggior parte dei suoi colpi.
Tutto questo contro Djokovic sembra non valere.
Il serbo divide il campo esattamente a metà, giocando ugualmente bene con dritto e rovescio, e non subisce (più) l’ossessiva ricerca della rotazione dello spagnolo.
Il rimbalzo alto si adegua perfettamente alle esigenze del suo rovescio bimane con il quale Djokovic prima si raccoglie sulla palla poi schiaccia violentemente la pallina al di là della rete.
Nadal prova a comandare il gioco con il dritto, ma la palla gli torna indietro più rapida e penetrante: 6-3 6-3, Djokovic vola in finale e aspetta il proprio avversario svizzero.

Nel 2014 fu il Cry baby gate. La moglie di Federer, temendo che il suo uomo non riuscisse a raggiungere la nona finale al Masters della carriera, diede del piagnucolone a Stan Wawrinka, reo di lamentarsi troppo con l’arbitro.
L’esito del match – un’incredibile vittoria al terzo di Federer con diversi match point salvati e un infortunio alla schiena – costò quasi la finale di Coppa Davis che di lì a una settimana i due svizzeri dovettero giocare contro i francesi (poi vinta).
A un anno di distanza lo spettacolo in campo è decisamente meno brillante, un po’ perché Federer è pienamente in salute un po’ perché Wawrinka è lontano parente del tennista ammirato lo scorso autunno. 7-5 6-3 (nonostante Wawrinka avesse iniziato strappando il servizio a Federer), et voilà, la finale che tutti desideravano è assicurata: sarà Djokovic contro Federer.

DAY 7 – LA VENDETTA DI NOLE
Non è la prima volta che due tennisti protagonisti di un incontro durante il round robin si incontrano una seconda volta in finale. E non è nemmeno una sorpresa che la statistica indichi come molto probabile un ribaltamento dei valori in campo: è ciò che fa bella e speciale questa formula.
Federer nella conferenza post semifinale afferma di poter trarre qualcosa di buono dal precedente match di martedì vinto contro il serbo – anche se Djokovic avrà dalla sua l’enorme fiducia per aver costruito una stagione che già così è un capolavoro.
La realtà è ben diversa: se è vero che lo svizzero è uno dei pochi a mettere in sofferenza Nole, è anche vero che quando Nole vuole vincere e si sente libero di farlo (dovunque tranne che a Parigi) non ce n’è per nessuno.
Neanche per Federer che a 34 anni non può sostenere un gioco fatto di scambi lunghi e intensi.

Non è una bella partita, Federer commette moltissimi unforced e nemmeno Djokovic si dimostra parsimonioso a riguardo. Entrambi arrivano a palla break nel primo turno di servizio dell’avversario, ma non riescono a convertirla. La profondità e l’insistenza di Djokovic nel gioco da fondo e con i colpi in risposta alla lunga hanno il sopravvento: doppio break e 6-3 per il serbo.
Ciò che più impressiona di Djokovic sono le statistiche legate al rendimento del suo servizio.
Nei suoi anni più bui (2009-2010), il serbo si era perso nei meandri della ricerca di un servizio più potente e incisivo finendo per perdere in sicurezza e coordinazione. Di quella fase, coincisa con l’assunzione di Todd Martin nel suo box, oggi non vi è più traccia e se Djokovic è un tennista pressoché inattaccabile nei propri turni di battuta lo deve proprio ai miglioramenti portati a questo fondamentale.

Il secondo set è grossomodo la trasposizione sportiva del processo fisico che descrive il moto di una pallina su un piano inclinato. Djokovic si è preso il primo set e si prenderà anche il secondo: resta solo da stabilire quando.
All’ottavo gioco (4-3 per Djokovic)  Federer si trova sul lo 0-40, ma reagisce da fenomeno salvando il turno di servizio a suon di ace e servizi vincenti.
Nole non batte ciglio e in men che non si dica rimette Roger al servizio, salendo sul 5-4. Il doppio fallo conclude la contesa tra i due e consegna al numero 1 del mondo il quinto titolo di Maestro.

MORALE DELLA FAVOLA: COSA CI HA INSEGNATO QUESTA EDIZIONE DELLE ATP WORLD TOUR FINALS 

a) Che il tennis maschile ha un assoluto e manifesto bisogno di ricambi al vertice

Il breve appunto alla sostanziale uguaglianza tra gli iscritti all’edizione 2010 e 2015 non deve passare sottotraccia.
Senza perdersi nella ricerca al possibile avversario di Djokovic – una missione impossbile, di questi tempi – che non può arrivare a breve da coloro che oggi si trovano fuori dalla top 10, c’è bisogno di recuperare i vari Dimitrov, Cilic e Raonic e sperare nell’esplosione di Krygios, Thiem, Tomic, Coric, Sock e Kokkinakis.
C’è bisogno di nuovi protagonisti rispetto ai Ferrer e ai Berdych che sono apparsi inadeguati al livello dei loro avversari. C’è bisogno, infine, di nuovo tennis, ma su questo mi soffermerò al punto successivo

b) Che c’è una congiura nel mondo del tennis maschile atta a rallentare tutti campi del mondo.

O questo, o altrimenti non si spiega la colla distesa sul cemento indoor della O2 Arena in occasione di queste Atp Finals.
Se uno come Federer, che ha passato l’estate ha sciorinare risposte in controbalzo contro tutte le migliori seconde di servizio del circuito (ne abbiamo parlato qui), si convince che su questi campi – per iniziare lo scambio sulla seconda di servizio avversaria – è meglio indietreggiare e colpire il toppone carico, qualcuno ai vertici dell’Atp ha sbagliato i propri calcoli. 

È comprensibile voler limitare il Tennis stile Tiro al Piccione della fine degli anni Novanta, ma non è accettabile che la superficie del torneo indoor di fine anno si presti agli schemi da fondocampo del miglior tennis su terra.
Se vogliamo una maggiore varietà ai vertici è necessario che le istituzioni diano il proprio contributo rendendo allettante la proposizione di nuovi schemi di gioco.
Se la qualità di queste Finals non è stata propriamente eccelsa lo dobbiamo anche a un campo che sfavoriva nettamente chi cercava la via della rete e del gioco offensivo.
Se aggiungiamo che il dominatore del circuito è probabilmente il tennista più completo (come copertura sui due lati del campo) che si sia mai visto nonché il miglior passatore della storia e al culmine della sua carriera, il gioco è presto fatto. Non rende quasi giustizia a questo Nole il doversi misurare con i suoi avversari su un campo che così spudoratamente lo avvantaggia.

c) Al di là di quanto detto sopra, Djokovic è il più forte di tutti e la caccia dei record di Nadal e soprattutto Federer può dirsi ufficialmente aperta.

Il bilancio stagionale non impressiona tanto nel pur meritorio 82-6 tra vittorie e sconfitte – Federer fece meglio nel biennio 2005-2006 con 81-4 e il mostruoso 92-5 del 2006 – quanto nel numero di finali giocate (15) in relazione ai tornei disputati (16) e nel calcolo complessivo dei tornei vinti: 3 Slam, 6 Masters 1000 e l’Atp World Tour Finals. Robetta.

Si tratta senza ombra di dubbio della miglior stagione che il tennis moderno abbia conosciuto (dagli anni Settanta in poi), e se per trovare qualcuno che tenga testa ai numeri di Novak Djokovic bisogna scomodare sua maestà Rod Laver vuol dire che siamo di fronte a qualcosa di storico.
Unica pecca: la mancanza di avversari.
Se il giocatore che più mette in difficoltà il serbo è un arzillo 34enne forse la concorrenza per il Maestro serbo non è poi così agguerrita. In particolare:

  • Federer lo ha battuto tre volte in stagione, è vero, ma la sensazione è che quando le partite contano davvero sia il serbo a prevalere (finale a Indian Wells, Roma, Wimbledon, Us Open a O2 Arena).
  • Wawrinka, giocatore meraviglioso, gioca al suo livello al massimo un paio di tornei l’anno, e non può essere un avversario sul lungo periodo. 
  • Nadal, per chi scrive, se vincerà ancora una volta Parigi opererà un miracolo e pertanto non è da calcolare. 
  • Murray non ha una seconda di servizio degna della classifica che occupa – e se vogliamo neanche un dritto – e pertanto non vincerà mai una partita pesante contro il Djokovic attuale.

Ai grandi giocatori servono due cose: le vittorie e un grande rivale che possa competere con loro equamente.
Djokovic si merita entrambe.

Maurizio Riguzzi 

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