Un anno di sport, parte I di IV – Chi sono i veri vincenti del 2015?

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Questo è il primo di una serie di quattro articoli per riepilogare il 2015 sportivo, e trattandosi di sport possiamo essere manichei: c’è chi ha vinto e c’è chi ha perso; ma c’è anche chi ha sorpreso e chi ha deluso.
Divisi per categoria, ecco chi merita di essere ricordato nei bilanci sportivi di fine anno.

CALCIO: SIVIGLIA

Sarebbe ovvio indicare il Barcelona come la squadra più vincente della stagione. Eppure noi di Tagli vogliamo assegnare il nostro premio di redazione alla squadra andalusa protagonista dell’ormai consueta cavalcata trionfale nella seconda competizione continentale per club.
Se in campionato le cose sono andate moderatamente bene (76 punti – miglior punteggio di sempre e quinto posto complessivo, a una sola lunghezza dal Valencia, quarto), il Siviglia ha confermato la propria caratura internazionale portando a casa la quarta Europa League nel giro di 9 anni.
Un bis, quello della formazione di Unai Emery (il Siviglia aveva trionfato anche nell’edizione precedente), andato in scena nonostante le remunerative cessioni di Fazio, Moreno e soprattutto Rakitic – e una campagna acquisti al risparmio conclusa con un attivo di 30 milioni di euro che nel calcio moderno testimoniano quasi sempre un declassamento sportivo. 
Non sarà la Coppa dalle Grandi Orecchie, ma la storia del Siviglia è la storia di una squadra che, quando deve vincere, vince e dimostra che attenzione alla sostenibilità sportivo-economica e ambizione possono coesistere. Portafoglio e bacheca pieni: what else?

 

SINGLE PLAYER: DAN CARTER

Gli All Blacks vincono per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo il titolo per due volte consecutive (2011 e 2015) e così viene naturale insignire Dan Carter del nostro premio di “miglior giocatore singolo in uno sport di squadra”, il mediano d’apertura neozelandese che ha lasciato la maglia della propria nazionale proprio in occasione della finale vinta per 34-17 contro l’Australia con un colpo come questo.

Il classe ’82 conclude la propria avventura con gli All Blacks da miglior marcatore (19 punti, tutti con il piede) e secondo miglior placcatore della finale, il record di punti marcati a livello internazionale (sopravanza di più di 300 punti un altro eroe di questo sport, Sir Jonny Wilkinson. alias Mr. World Cup 2003) e, dulcis in fundo, il titolo di miglior giocatore dell’anno (3° complessivo, raggiunto il capitano neozelandese Mc Caw).
Il fatto che, al termine della coppa del Mondo, sia diventato il rugbista più pagato al mondo grazie a un contratto da 1,5 milioni annui non fa che renderlo ancor di più la stella degli sport di squadra dell’anno 2015.

MIGLIOR SQUADRA DI BASKET: GOLDEN STATE WARRIORS

Diciamo la verità: qui cadiamo nello scontato.
Ma sarebbe difficile, se non impossibile, non assegnare questo premio alla squadra di Oakland protagonista di un 2015 da urlo che l’ha vista rivincere il titolo NBA dopo 59 anni dal primo e unico successo e, per non farsi mancare nulla, infilare una striscia di 23 vittorie consecutive all’inizio della stagione successiva.
L’uomo-franchigia è quel Steph Curry che fa cose come queste e che delizia da più di un anno le platee di ogni parquet americano, ma non possiamo dimenticarci di quell’Andre Iguodala protagonista di una serie finale da spellarsi le mani (e insignito del titolo di MostValuable Player delle Finals 2015).
A bordo campo Steve Kerr, l’uomo del canestro decisivo nelle Finals1997 (la prima delle due finali tra i Bulls di Jordan e gli Utah Jazz del duo Stockton-Malone) e vincitore del suo primo anello da allenatore (alla sua prima esperienza alla guida di una squadra NBA) dopo i 5 da giocatore tra Chicago e San Antonio.
Anno da incorniciare (e quella netta sensazione di aver trovato una squadra che saprà marchiare a fuoco i prossimi anni del basket mondiale).

TENNIS: NOVAK DJOKOVIC

Per il serbo parlano più di tutto i numeri: 3 Slam, 6 Masters 1000, l’Atp World Tour Finals. E ancora: 82 vittorie e solo 6 sconfitte stagionali, oltre 16 mila punti nel ranking Atp (a momenti il doppio del numero 2, Murray).
Nessuno ha infilato una striscia di risultati paragonabili a quelli di Djokovic, nemmeno il grande Federer del 2006.
Un dominio totale, quello del serbo, frutto di un’evoluzione tennistica che lo ha portato a 28 anni al suo career high in termini di gioco, condizione atletica e psicologica. Quando il serbo scende in campo sembra avere il controllo su tutto e che nulla sia in grado di scardinare i suoi schemi – fatti di servizi precisissimi e colpi profondissimi da entrambi i lati del campo.
Djokovic assomiglia sempre più al prototipo del tennista modello al quale si fa obiettivamente fatica trovare una lacuna o anche solo un punto debole. Non è un caso che l’unica vera sconfitta della stagione sia giunta a Parigi, nella finale del Roland Garros.
La pressione psicologica del dover vincere a tutti i costi l’unico torneo Slam che ancora gli manca (e quella pazza idea di completare il Grande Slam sempre più concreta) e la versione dinamite di Wawrinka con un cannone montato al posto del braccio destro gli hanno impedito di completare la più grande stagione di tutta la storia del tennis. Ma francamente non ci interessa. Djokovic, titolo parigino o meno, merita il premio di tennista dell’anno 2015.

 

MOTORSPORT: LEWIS HAMILTON

Nella Formula 1 degli anni Duemila i regolamenti assurdi e una tecnologia sempre più invasiva e decisiva hanno reso difficile la definizione dei reali valori tra i piloti. Così nascono le leggende metropolitane: Raikkonen talentuoso ma pigro, Alonso macchina da gara, Vettel un sopravvalutato ed Hamilton il bambino prodigio.
Non sappiamo se effettivamente sia così.
Un dato di fatto però c’è: che il bambino (Hamilton) si è fatto uomo e nel frattempo si è preso 3 mondiali. Il primo, controverso, nel 2008 alla guida della McLaren; il secondo e il terzo alla guida di una Mercedes talmente superiore alla concorrenza da rendere ardita la ricerca di un reale avversario.
E, allora, perché Hamilton?
Intanto perché ha demolito il suo compagno di squadra, Rosberg, dalle prove libere ai festeggiamenti sul podio, da marzo a fine ottobre (quando, ottenuto il titolo di campione del mondo, gli ha lasciato l’ora d’aria). Nei primi nove Gp Hamilton non è mai sceso dal podio: un terzo, tre secondi e cinque primi posti. Dopo l’Ungheria, un ritiro, altre cinque vittorie e tre secondi posti – quando il team ha deciso di salvaguardare la tenuta psicologica di Rosberg favorendolo in ogni modo per fargli vincere qualche corsa. 
In seconda battuta, perché in un mondo di catafalchi e comportamenti liofilizzati, Hamilton è l’unico vero personaggio del circus motoristico. Celebri i suoi collegamenti radio con il box nei quali chiede di non essere disturbato durante il tratto guidato di una pista o nei quali, pur sapendo che il team sta cercando di consegnare la gara al compagno di squadra, chiede insistentemente se siano possibili strategie alternative per provare a scalzare Rosberg dal primo posto.
Voglia di vincere, sempre e comunque. Il divo: ce n’era bisogno (almeno quanto c’è oggi bisogno di un anti-divo: daje, Seb!).

ALTRI SPORT: GREGORIO PALTRINIERI

Con un piccolo strappo alla regola (tenere conto delle sole prestazioni all’interno dello stesso anno solare) portiamo indietro le lancette dell’orologio al dicembre 2014: qui il ventenne Paltrinieri conquista la medaglia d’oro nei 1500 SL ai mondiali in vasca corta di Doha (tempo di 14’16’’10, nuovo record europeo e dei campionati). È il primo oro mondiale per Paltrinieri.
Nel 2015 il ragazzo completa l’opera aggiungendo due tasselli alla sua già importante carriera: ai mondiali in vasca lunga di Kazan, ad agosto, vince l’argento negli 800m dietro il fenomeno e punto di riferimento per la categoria (ma squalificato l’anno prima per doping) Sun Yang, stabilendo intanto il nuovo record europeo.
Qualche giorno dopo, trionfa nei 1500m (con il cinese che si dà misteriosamente assente nel riscaldamento che precede la finale) e conseguente consacrazione come astro nascente del nuoto. Il record mondiale del cinese dista ancora 8 secondi, ma, intanto, Gregorio si prende pure qui quello europeo.
A dicembre, agli europei in vasca corta di scena in Israele, Paltrinieri fa il botto: conferma l’oro di tre anni prima e con il tempo di 14’08’’06 segna il nuovo record del mondo scippandolo a Grant Hackett, il dominatore della distanza agli inizi di questo secolo. 
Paltrinieri è lo sportivo di calibro “olimpionico” più interessante dell’anno 2015: e a Rio de Janeiro ad agosto 2016 c’è un “piccolo meeting” che potrebbe fare una qualche differenza nel suo palmares.

 

MENZIONE D’ONORE: FLAVIA PENNETTA

Il tennis rosa italiano negli ultimi anni ci ha abituato molto, ma molto bene.
Dalla Schiavone vincitrice a sorpresa a Parigi nel 2010 è stato un susseguirsi di finali, semifinali Slam, trofei più o meno importanti (senza dimenticarci della Fed Cup, dove l’Italia ha sollevato il trofeo per ben 4 volte dal 2006 al 2013).
In questa profusione di gloria tennistica la Pennetta è rimasta paradossalmente ai margini: mentre la Schiavone si prendeva Parigi e la Errani raggiungeva finali importanti sul rosso parigino e romano, Flavia, per via di un polso maledetto, vedeva allontanarsi sempre più il palcoscenico del grande tennis, giungendo a un passo dal ritiro.
La svolta è a Indian Wells, nel 2014, quando qualcosa scatta nel tennis della brindisina, che vince il torneo a sorpresa sulla Radwanska.
Il 2015 non sembrava essere il suo anno: ottiene la prima vittoria stagionale a marzo, e dopo la sconfitta ai quarti di Indian Wells (dove difendeva la vittoria dell’anno precedente) sprofonda al ventottesimo posto della classifica mondiale. 
Nessun risultato di rilievo, nemmeno nell’estate americana che spesso le aveva portato fortuna in carriera. 
Ma allo Us Open, lo Slam preferito da Flavia, la favola si compie.
Agli ottavi elimina la campionessa del 2011, Samantha Stosur, ai quarti la due volte vincitrice a Wimbledon Petra Kvitova e in semifinale la più quotata Halep. Ad aspettarla in finale non c’è, com’era prevedibile, Serena Williams, ma Roberta Vinci, che ha sconfitto l’americana in una semifinale letteralmente incredibile. La Vinci forse meriterebbe il titolo per coronare l’impresa del giorno prima, ma la Pennetta è più abituata a certi palcoscenici e in fondo è una tennista migliore. 
Il 7-6 6-2 entra a pieno diritto nella storia dello sport italiano: Flavia Pennetta è la prima italiana a vincere lo slam d’America, in una inedita finale tricolore. 

La sua carriera si conclude – così pare, salvo seduzioni olimpiche – pochi mesi dopo il trionfo di New York, al Masters di Singapore, con una sconfitta di lotta contro la russa Maria Sharapova.
Ma il capolavoro Flavia lo ha compiuto tre mesi prima, e merita più d’ogni altro la menzione in questa speciale raccolta di vincitori del nostro anno di sport.

Maurizio Riguzzi
(ha collaborato Umberto Mangiardi)

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