Preparandoci alla Serie A – #3: focus sul calciomercato della Roma

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L’arrivo, al termine della scorsa settimana, di Mohamed Salah e Edin Dzeko ha dato una svolta decisa al mercato della Roma. Due ottimi giocatori, un esterno dallo spiccato senso del gol e un centravanti classico, in prestito e i cui riscatti ammontano a 40 milioni di euro circa.
Vista la penuria di gol dell’attacco romanista nel campionato scorso, le scelte di Sabatini sembrano adeguate.
Eppure l’interrogativo resta: sarà vera gloria?

EDIN DZEKO E QUELL’ATTACCANTE CHE MANCAVA (O FORSE NO)
Quando a gennaio scorso Sabatini prelevò Doumbia dal Cska Mosca in molti salutarono con ottimismo l’affare del dirigente romanista pronosticando per l’attaccante ivoriano un grande futuro nella capitale. Dopo cinque mesi, Doumbia è tornato in Russia per un prestito semestrale.
È evidente come l’esperimento Doumbia non abbia dato i risultati sperati: le statistiche, che raccontano di 2 gol in 13 presenze (ma una media di 42’ minuti giocati a partita) dal suo arrivo a metà febbraio (causa coppa d’Africa), bocciano severamente la mossa invernale di Walter Sabatini e lo hanno costretto alla ricerca di nuovi attaccanti a cui affidare la pesante eredità tecnica e psicologica di Totti.

In un certo senso, l’erede del numero 10 giallorosso era già stato preso da Sabatini nell’estate di tre anni anni fa: il suo nome è Mattia Destro. Reduce da una stagione da 20 presenze e 13 reti in quel di Siena, la Roma si aggiudica il giovane attaccante vincendo una discreta concorrenza (Juve e Inter su tutte) per inserirlo gradatamente negli schemi del neo tecnico, Zeman.
Scelta coraggiosa per la cifra investita (quasi 13 milioni di euro), ma lungimirante: per la prima volta a Trigoria ci si stava ponendo in maniera seria l’interrogativo sulla successione di Totti (che, tra l’altro, con Zeman quell’anno non gioca da centravanti).
Le prime due stagioni di Destro nella capitale sono segnate da una crescita costante: 6 gol in 21 presenze nel primo campionato (52’ per match), con la chicca del titolo di capocannoniere di Coppa Italia (quella che però la Roma perse in finale con la Lazio), 13 reti in 20 apparizioni (61’ per match) nella stagione successiva, conclusa con il secondo posto dietro la Juventus dei record.
La media gol, nel primo anno con Garcia, sfiora l’uno a partita (uno ogni 94’).

Oltre a un rendimento in crescendo, la nota positiva delle prime due annate è data dalla convivenza con Totti: se da quando Spalletti aveva portato il capitano al centro dell’attacco la Roma non aveva più acquistato nessun centravanti di ruolo, Destro, non ancora ventiduenne, ha avuto la pazienza di aspettare e di sapersi inserire con gradualità.
E, alle porte della terza stagione, sembrava pronto a prendere per mano l’attacco romanista.
Inaspettatamente, però, il 2014/’15 non vede attese le aspettative sul giovane attaccante. Nella prima parte di stagione gioca poco e in maniera discontinua (nonostante segni gol come questo) pagando la scelta conservativa di Garcia che, a dispetto della nomea, al primo momento difficile sulla panchina giallorossa decide di puntare sull’esperienza dei senatori.
Le sconfitte contro Bayern e Juventus pesano sull’ambiente romanista e a farne le spese è proprio Destro che, dopo essersi più volte lamentato dello scarso utilizzo da parte dell’allenatore francese, viene ceduto in prestito al Milan.

Il trasferimento al Milan si rivela un fallimento e con la confusione della gestione Inzaghi finisce spesso in panchina. A fine stagione saranno solamente 3 i gol (milanesi) in 15 presenze, per un totale di 8 in 31: per un centravanti che solo tre anni prima doveva essere una delle colonne del nuovo ciclo azzurro, un disastro.
Destro, ora, è a un passo dal Bologna, dove potrebbe ritrovare quella centralità che a Roma, un po’ inspiegabilmente, non gli è stata più concessa.

È chiaro che l’avventura romana di Dzeko sarà diversa da quella di Destro. Il suo curriculum internazionale lo mette al riparo dal rischio di essere la controfigura di Totti o da quello di essere il primo sacrificato dell’allenatore nel caso in cui la stagione dovesse prendere una piega imprevista.
Dal punto di vista tecnico, il bosniaco non si discute. È un attaccante potente, in grado sia di occupare efficacemente l’area di rigore sia di spaziare sul fronte d’attacco per permettere il gioco degli esterni.
Resta qualche dubbio sulla reale efficacia realizzativa: le stagioni migliori del bosniaco risalgono a 5-6 anni fa, quando fu autore di 26 e 22 reti con la maglia del Wolfsburg. Al City, soprattutto a causa della concorrenza, non ha mai superato i 16.
Non che sia una scommessa, ma l’aver impegnato 20-25 milioni di prestito e riscatto per un giocatore di 29 anni pone l’asticella delle aspettative molto in alto.
Resto dell’idea che Destro valesse il ruolo di centravanti titolare in un club come quello giallorosso (di prima fascia in Serie A e con un futuro europeo di grande spessore) e che la Roma potesse spendere altrove i 20 milioni, ma Dzeko, a oggi, è di un livello superiore.
Non so se lo sarà tra un paio d’anni, ma queste sono valutazioni che Sabatini avrà certamente operato.

SALAH E UN SALTO DI QUALITÀ ATTESO DA UN PAIO D’ANNI
E poi arriviamo al capitolo Salah.
L’uomo copertina dell’estate calcistica italiana doveva rimanere a Firenze, poi andare all’Inter in virtù di un accordo sottobanco che è stato spiattellato su Twitter da un dirigente viola, poi ritornare al Chelsea in virtù di una scrittura privata che gli consentiva di rifiutare la permanenza in Toscana: alla fine è arrivato Sabatini e se l’è portato via.

Rispetto a Gervinho, Iturbe e Ljaijc, l’egiziano sembra di un livello superiore: così almeno ci ha fatto intendere la sua mezza stagione clamorosa in maglia viola condita da diversi gol e assist.
Con giocatori come Salah, gli schemi di Garcia vanno a nozze e questo lascia pensare che, perlomeno in Italia, l’ex Fiorentina sarà decisivo; per un salto di qualità europeo non sappiamo, ma non ci sono segnali che lascino presagire il contrario.

E ora sotto con il quesito più interessante: con Salah e Dzeko (più Iago Falque, il portiere Szczesny e il terzino Digne, che a quanto pare il PSG lascerà partire) può la Roma insidiare il primato juventino?
Non sono sicuro che la risposta sia meramente tecnica.
Mi spiego: già l’anno scorso la Roma, a mio avviso, avrebbe potuto, diciamo, lottare seriamente per vincere lo scudetto (come fece fino all’inizio di gennaio) se non si fosse accartocciata nelle sue insicurezze post Bayern e se la squadra avesse mantenuto quell’unità d’intenti che in primavera, onestamente, sembrava perduta (ricordate le dichiarazioni di De Rossi sulla mancanza di alternative nel gioco di Garcia?).
Persino nelle due sconfitte più cocenti della stagione (a Torino contro la Juventus e nell’1-7 contro il Bayern), la Roma aveva mostrato una brillantezza offensiva ragguardevole: contro i bianconeri fu penalizzata da un paio di decisioni arbitrali dubbie – non ingiuste, attenzione –, contro il Bayern fu decisiva l’incapacità di rimanere in campo con la testa anche nei momenti difficili (e un paio di interventi alla Neuer di Neuer).

Proprio quest’ultimo punto rende enigmatica la posizione della formazione giallorossa ai nastri di partenza di questa serie A. La campagna acquisti è da prima fila, ma ai nuovi acquisti andrà concesso il tempo di inserirsi in squadra.
Tanto per fare un nome, a Iturbe, per il quale Sabatini ingaggiò una serrata lotta di mercato con la Juventus nell’estate 2014, i 22 milioni spesi sono stati fatti pesare non poco nel corso della stagione e questo non ha certamente giovato alle prestazioni dell’argentino che sicuramente vale più di quanto mostrato nella prima stagione romana.
Un acquisto oneroso, soprattutto se giovane, va difeso fino all’ultimo e non sempre a Roma sono stati capaci di farlo.

Il progetto tecnico resta, però, decisamente intrigante, e Garcia, dopo due secondi posti, è sicuramente il tecnico giusto per compiere l’ultimo passo.
Ma non giriamoci intorno: la storia dimostra che vincere a Roma è più difficile che farlo a Torino.
Se Garcia riuscirà a isolare la squadra da un ambiente complesso come quello romano, a proteggerla e mantenerla compatta, solida e lontana dai momenti di rilassamento psicologico/depressione che spesso accompagnano le annate giallorosse questo progetto romanista, oltreché intrigante, potrebbe rivelarsi anche vincente.  

Maurizio Riguzzi
@twitTagli 

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