Mad Men. Fine di un gigante della televisione

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Il 5 aprile torna in televisione la mia serie preferita

“Ma come, Game of Thrones non usciva il 12?” 

Ecco, no. Sigla.

 

Mad Men è televisione ai suoi massimi livelli: è la più chiara indicazione di cosa si possa fare, narrativamente parlando, con un arco di sette stagioni a disposizione per raccontare una storia nel miglior modo possibile.
Mad Men è irrealizzabile al cinema, perché la storia di Don Draper non si può riassumere in due ore. Quello schermo è semplicemente troppo piccolo, temporalmente parlando, e l’unico medium che rende l’operazione accessibile è… il piccolo schermo. 

Mad Men è l’opera che, più di ogni altra, rappresenta l’età dell’oro che sta attraversando in questi anni la narrativa seriale. Quando si parla di eccellenze nella programmazione americana e inglese, la serie creata da Matthew Weiner è praticamente sempre la prima della lista.
Sia a livello di riscontro sul pubblico e di impatto culturale, sia a quello (meno interessante) di premi della critica, Mad Men ha il tipo di “longevità” e vita eterna che riconosciamo a cose come i Simpson, Friends, X-Files e Six Feet Under:
Tra cinquant’anni ci ricorderemo ancora di Don Draper e penseremo che nessuno al mondo può ripetere il percorso tracciato da Jon Hamm dal 2007 al 2015. 

Mad Men non è la prima serie che io abbia profondamente amato, e non sarà l’ultima. Non esercita su di me il tipo di ossessione soap-operistica di un Trono di Spade né il genere di romanticismo idealizzante di un Firefly. Non è una “arma di intrattenimento di massa” come Breaking Bad e non parte con un clamoroso botto come True Detective

Mad Men è una creatura lenta e teatrale, la cui forza risiede nella raffinatezza della scrittura e nel magnetismo degli interpreti.
Matthew Weiner, lo showrunner e una delle menti già responsabile dell’eccezionale “The Sopranos”, ha creato Mad Men con l’idea di mettere in scena un periodo storico attraverso la vita quotidiana di un’agenzia pubblicitaria di New York. In particolare, viviamo la vita di Don Draper e, nel giro di una manciata di episodi, cadiamo nell’ammirazione più totale verso il colossale lavoro svolto. 

Mad Men, semplicemente, non ha pari nella televisione contemporanea; o se ne ha non li ho mai visti. E, purtroppo per i miei studi universitari, io ho visto un sacco di roba.
In un’epoca storica in cui è possibile scegliere tra avviare il torre—-ehm, volevo dire, guardare sulla tv satellitare l’ultima serie sui vichinghi che si picchiano oppure far partire lo streami—-ehm, cioè comprare il cofanetto dell’ultima stagione del telefilm sui vampiri che fanno sesso, io preferisco puntualmente ammirare rapito uomini in cravatta che bevono whiskey per un’ora. Spero che questo renda l’idea di quanto è bello Mad Men. 

Scrivere un pezzo adeguatamente comprensivo dei contenuti e delle virtù dell’opera in questione è praticamente impossibile: Mad Men si articola in 7 stagioni e a breve riparte la seconda metà della settima, che conclude un arco narrativo apparentemente semplice ma immensamente profondo nelle ramificazioni culturali e psicologiche all’interno dell’esistenza dei suoi personaggi.

Mad Men è di fatto una serie esistenzialista: racconta il presente attraverso il passato, e compie un’opera quasi didattica nel mettere in scena alcuni eventi-chiave della storia americana (o mondiale) del secolo scorso. 

Se fossimo americani, Mad Men parlerebbe direttamente dei nostri genitori e nonni, con una spinta totale e assoluta verso l’empatia e l’identificazione all’interno di “quadri umani”, struggenti, complessi e dannatamente reali. 

La sigla di Mad Men è un uomo che precipita dall’ultimo piano di un palazzo, e la serie è sempre stata la storia di una caduta.
Da una parte, nel corso delle stagioni, lo scopo dello show, semplice ma allo stesso tempo anche estremo, è sempre stato quello di mettere in scena la vita nella sua apparenza, nel suo significato profondo e nelle sensazioni che si provano mentre essa scorre, in una specie di “tempo reale” alimentato dall’esperienza annuale che il medium televisivo fornisce. 
Mad Men ha effettivamente impiegato circa un decennio per raccontare altrettanti anni di Storia (il periodo che va dal ’60 al ’69 narrato a partire dal 2007 e fino al 2015). La maggior parte delle serie televisive, invece, comprimono il tempo, lo rifiutano o semplicemente barano. Homer Simpson non è mai invecchiato di un giorno, Maggie è sempre un neonato. 

Una delle cose che rende grande la serie è proprio questa: il senso e l’odore della Storia. La narrazione è tanto sottile quanto ricca e dettagliata, praticamente del tutto priva dei cliché da “cartolina degli anni ’60” in cui tanta televisione sarebbe scaduta. Questo senso della Storia, dello scorrere del tempo e di come questo influenza la prospettiva sull’esistenza, è fornito dalla densità della “riflessione implicita” che Mad Men suscita. Non troveremo mai un personaggio urlare i propri sentimenti: tutto sarà nascosto e interiorizzato, come la ferita aperta e il rospo ingoiato che animano la nostra memoria mentre invecchiamo. 

L’uso del tempo, e in particolare la scelta di guardare il passato, rappresenta per Mad Men quello che per la grande fantascienza rappresenta il futuro: una riflessione su noi stessi. Il razzismo e il sessismo degli anni ’60 sono i nostri stessi problemi, riflessi attraverso uno specchio che ci separa abbastanza da poterci guardare in faccia per quello che siamo. 

Avere a che fare con un’opera fruita, amata e culturalmente “digerita” da milioni di persone che possieda una simile ricchezza e densità di contenuti è un evento raro. La moderna televisione presenta alcuni esempi di prodotti dotati di questo “potere”, ed è davvero impossibile separarli dall’arte solo perché vanno in onda tutte le settimane e sono interrotti da stacchi pubblicitari.
Non penso che le mie due righe al riguardo bastino a riassumerne la forza o a farne un bilancio adeguato, ma sicuramente quando questi ultimi episodi saranno finiti mi sentirò privato di un contenuto che ha avuto un effetto tremendo su di me: una televisione che fa pensare; qualcosa che in Italia, ora come ora, è virtualmente inimmaginabile.
Avrò finito di godere di una storia che scava nel profondo della sua umanità ed entra sotto la pelle dei suoi spettatori a tal punto che tutti vorremmo essere Don Draper, ma in realtà sappiamo che siamo troppo mediocri per assomigliargli, nel bene e nel male. 

Mad Men rappresenta il punto d’arrivo della televisione negli anni 2000 e ’10: segna il punto più alto di questa rinnovata capacità di “fare arte”, che la programmazione di alcuni paesi ha offerto agli spettatori, laddove il cinema appariva in una situazione di pseudo “crisi di contenuti”. È la sceneggiatura che odio non saper scrivere, e il narratore lucido e onesto che nessuno può essere nei confronti di sé stesso e del proprio passato. 

Davide Mela
@twitTagli

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