Come abbiamo visto Federer-Djokovic, finale di Wimbledon 2015

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Ricordate la finale di Wimbledon dell’anno scorso tra Federer e Djokovic? Una partita che Federer, pur giocando meno bene del suo avversario e non dando quasi mai l’impressione di poter vincere, riuscì a prolungare finoal quinto set, dove cedette al furore atletico del serbo per 6-4.
Bene, se a quel match sottraete il pathos, l’adrenalina e l’epicità della rimonta federeriana del quarto set (da 5-2 a 7-5), avrete la finale 2015.
La finale dell’edizione numero centoventinove si svolge come già avrebbe potuto quella precedente, e si conclude allo stesso modo: Federer cede a Crono e si consola con il piatto del runner up, a Djokovic l’onore di poterscrivere il proprio nome sulla coppa deiChampionships per la terza volta eguagliando il suo allenatore, Becker.
Come Sampras nel 1995 e lo stesso Federer nel 2005.

IL MATCH
Federer imposta la partita alla stregua della magnifica semifinale con Murray: gran servizio e presa della rete appena (si) può.
Il match di due giorni prima ha convinto del tutto lo svizzero della fattibilità dell’operazione Ottavo Titolo. La cura Edberg ha verticalizzato gli schemi di Federer – e non è vero che ciò non porti i suoi frutti contro il serbo: negli ultimi due anni Federer ha vinto a Dubai e Shangai proprio su Djokovic, dimostrando una volta di più che sui campi rapidi una tattica spregiudicata può ancora valere il titolo.
Dall’altra parte, Djokovic conosce bene la situazione e sa qual è il suo compito: rimanere freddo e impassibile di fronte a ogni magia del suo avversario, e non cedere al nervosismo che certamente lo potrà sfiorare quando il suo avversario entrerà nella fase God-mode.
Anzi, dovrà essere lui a tenerlo sotto pressione, e costringerlo semmai a prodezze balistiche sempre nuove e sempre più difficili. Se c’è un giocatore che può resistere all’impeto federeriano è lui, il numero uno della classifica Atp.

Il primo sussulto del match vede protagonista il numero due del mondo che strappa il servizio all’avversario nel sesto gioco del primo set. Sembra tutto pronto affinché Federer replichi lo show della semifinale di venerdì, dove un ottimo Murray non ha potuto nulla contro la furia dell’Uomo di Basilea. Roba da 20 ace e 56 vincenti in soli tre set, follia pura.
Djokovic però non è Murray, e spiega immediatamente ai 15.000 del Centre Court in cosa consista la differenza.
Con un passante di rovescio lungolinea costringe Federer a una volée bassa di dritto in corsa e ristabilisce la parità nei turni di servizio.
Si profila già da ora una tendenza che si marcherà con l’allungarsi del match: rispetto allo scozzese, Djokovic risponde non soltanto meglio – cioè più profondo –, ma di più. La continuità con questo fondamentale costringerà il sette volte campione di Wimbledon a eseguire nell’arco di un intero match un numero molto alto di colpi in uscita dal servizio non esattamente comodi, soprattutto se si considera che spesso il primo servizio sfiora le righe e i 200 km/h.

Sul 5-6 Federer ha due possibilità per strappare game e set all’avversario – superba una presa della rete con lo schema di chip & charge con il quale ottiene una delle due palle break –, ma Djokovic spegne ogni sua velleità e porta il set al tie-break, che conquisterà pochi minuti dopo per 7-1.
Non sarebbe giusto dire che il match termini qui, perché Federer nelle due settimane del torneo ha dimostrato una condizione tecnico-atletica da consentirgli anche un recupero contro il numero 1 del mondo.
Allo stesso tempo, Djokovic sa di che l’essersi aggiudicato il primo set è fondamentale per gli equilibri di questa finale: questo Federer fa davvero paura ed è meglio che non acquisisca ulteriore fiducia, oltre ché un vantaggio oggettivo nel punteggio.

Il secondo set si sviluppa sulla falsariga della prima frazione. Sul finire del set è Federer ad annullare un set point all’avversario con un dritto pesantissimo in controbalzo che Djokovic non riesce a contenere.
Si giunge nuovamente al tie-break, dove Federer fatica con la prima di servizio e si ritrova sotto 3-6.
In questi tre set-point – e in particolare sull’ultimo di questi – lo svizzero compie l’ennesimo miracolo del suo torneo. Li annulla – il terzo con un magnifico passante bloccato di rovescio sul quale Nole può solo guardare la pallina atterrare nella sua metà campo – e, dopo ben 7 set point annullati, porta a casa il set per 12-10.
Dopo un’ora e cinquantuno siamo un set pari e soltanto Federer ha capito come.

Djokovic è evidentemente frustrato. Fino a qualche momento prima, la partita si stava svolgendo nel modo in cui l’aveva preparata: punto per punto, passante per passante, Djokovic stava riuscendo nell’impresa di far vacillare le sicurezze edberghiane del campione svizzero che, nonostante ottime percentuali al servizio e a rete (ottime ma non le stesse del match contro Murray) era a un passo dal ritrovarsi sotto di due set e con un muro (di gomma) serbo da scalare. E invece, non si sa bene come, i due si ritrovano un set pari, e l’inerzia a questo punto sembra leggermente spostarsi verso il quasi 34enne di Basilea.
Con il senno di poi, i primi tre game del terzo set sono gli unici in cui Federer scorge realmente l’ottavo titolo a Wimbledon.

Serve per primo e può scappare nel punteggio, e questo, per un front-runner come lo svizzero, equivale alla manna dal cielo. Tiene agilmente il primo turno e arriva a palla break nel turno di risposta. Djokovic vacilla, ma alla fine tiene il servizio. 
Sembra questione di minuti: il serbo cederà.
Federer scappa sul 40-15; pare un altro di quei game on serve da pura formalità. E invece si fa raggiungere, poi commette una leggerezza imperdonabile sulla palla break e Djokovic riprende quota.
Il match ha cambiato padrone un’altra volta e stavolta è Federer a non essersi quasi accorto dello scippo.

Un’interruzione per pioggia non schiarisce le idee allo svizzero e Djokovic si aggiudica rapidamente il set per 6-4. Un dato allarmante: i km percorsi dallo svizzero (2700m e rotti) sono superiori rispetto a quelli del serbo, di poco (7%, circa 200 m) ma superiori. Qualunque tennista, Nadal a parte (ma quello di una volta, non certo l’attuale), sarebbe contento di ritrovarsi in un match in cui l’avversario non soltanto perde ma è costretto a correre di più.
Per Federer poi non si tratta soltanto di una semplice circostanza poco felice: questo dato assomiglia molto alla sua fine (sportiva). Lo sanno tutti e lo sa anche lui: le sue possibilità di vittoria risiedono in un gioco agile, brillante, verticale e scandito da decine di winners. Il diabolico serbo, invece, lo sta costringendo alla corsa orizzontale, quella che già 5-6 anni fa lo penalizzava con Nadal e che oggi gli è esiziale.

Oltre alla risposta, di cui tutti conoscevano la qualità, ciò che sta fruttando molto al numero 1 Atp è il dritto incrociato. Nel match contro Murray, Federer non ha esitato a tessere la sua tela con il rovescio tagliato per rallentare il ritmo e contemporaneamente spostarsi verso sinistra per colpire con il dritto alla prima occasione.
Non soltanto questa tattica non funziona con il serbo – Nole sembra non soffrire i cambi di ritmo – ma la tendenza a spostarsi sul lato del rovescio per colpire di dritto si rivela controproducente: ogniqualvolta lo fa, Djokovic sfrutta il corridoio lasciato scoperto sul lato del dritto.
I recuperi di Federer, sempre più affannosi, non fruttano che qualche bel chop.
A questo punto dovrebbe essere chiara la differenza tra questa finale e la semifinale. Al di là della differente giornata di Federer, il discrimine è dato in gran parte dalla capacità di Djokovic di ottenere il punto con entrambi i fondamentali del gioco da fondo.
Murray non dispone di un’efficacia simile – non contro Federer, perlomeno.

Il quarto set segue le tracce del terzo. Un inizio incoraggiante al servizio per il diciassette volte campione Slam, poi Djokovic sfodera gli artigli e strappa un primo break. A differenza della finale dello scorso anno, il copione a questo punto non prevede nessuna super-rimonta dello svizzero che non riesce nemmeno a procurarsi una palla per portare a casa un game in risposta.
Sul 5-3 e Federer al servizio, un paio di gioielli, compresa la risposta sul match point, consegnano il terzo titolo a Londra e il nono Slam complessivo a Djokovic, sempre più tra i più grandi di questo sport.

Una partita non eccelsa in cui il grande assente non è stato il bel gioco ma il pathos – tie-break del secondo set a parte. Ci voleva un Federer d’annata, quello della semifinale di venerdì, e c’era bisogno che Djokovic scendesse in campo poco centrato.
Non è successo, e solo a sprazzi Federer ha saputo avvicinare la folgorante prestazione della Semi.
Djokovic ha dimostrato, una volta di più, che per sfilargli una finale Slam bisogna batterlo sul suo terreno di battaglia – e cioè con il dominio da fondo campo, proprio come era riuscito a Wawrinka nella finale di Parigi.
Molto semplicemente, Federer non ha più quel tipo di forza.
Il suo resta un torneo superbo, ma forse oggi è chiaro a tutti che la diciottesima gemma non arriverà mai.

Maurizio Riguzzi
@twitTagli

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