“Fuga da Los Angeles” è il vero libro rosso dell’antipolitica

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Sarà che ho appena finito di vedere Mr. Robot, ma l’altro giorno riflettevo…

No no, scusate, fermi tutti. Prima la sigla:

L’altro giorno riflettevo sul significato dell’antipolitica di cui si parla da qualche anno in riferimento alla politica italiana. Riflettevo per modo di dire: in realtà stavo battendo violentemente il cranio contro un muro di cemento armato, ricordando che, soltanto  5 anni fa, il Movimento Cinque Stelle mi sembrava un’ottima idea.
Anche per via del valore che attribuisco all’idea stessa di trovarmi in minoranza (sono vegetariano, tifoso del Toro e protestante, se fossi anche gay avrei fatto jackpot), non potevo non subire il fascino di chi, fin dalle sue origini, si definiva come antipolitica. 
A essere onesti, e in parziale difesa del me stesso ventunenne, il movimento fondato da Beppe Grillo ha espresso alcune posizioni che tutt’ora condivido e sostengo: i discorsi sull’energia, lo sviluppo sostenibile e l’ambiente, le campagne di informazione sul livello di corruzione e criminalità della politica e l’insistere sul concetto di “politico come nostro dipendente” sono argomenti che considero sacrosanti e inattaccabili.

Purtroppo, un movimento perde di credibilità e integrità quando i suoi aspetti più universalmente positivi sono mescolati alla melma populista da quattro soldi, a una disumana valanga di contenuti non condivisibili presentati in Parlamento di fronte agli elettori e su quella che dovrebbe essere la piattaforma ufficiale (il blog di Beppe Grillo) di fronte agli iscritti.
Posizioni ed esternazioni tra il molto ridicolo e il molto pericoloso; derive protofasciste pubblicamente sbandierate in un contesto come il Parlamento Europeo; una generale inadeguatezza e ignoranza dei suoi rappresentanti, e la sensazione di stare facendo le cose “accazzodicane” (cit. René Ferretti): il me stesso di 5 anni fa dovrebbe buttarsi in un pozzo per la vergogna, ma almeno resto con la consapevolezza di fondo che non lo avrei mai votato, neanche allora.
Neanche dopo anni di sfiancante berlusconismo.

Parlare di antipolitica a un ragazzo di vent’anni è una cosa seducente. In particolare se le alternative sono Matteo Renzi o Matteo Salvini.
Adesso come allora, non mi preme più di tanto comporre una filippica contro il Movimento Cinque Stelle; lo fanno in tantissimi tutti i giorni, e hanno ragione praticamente sempre. 
Ora come ora mi preme ricordare l’archetipo che più di ogni altro ho sempre associato al concetto di antipolitica. E non c’entra granché con Beppe Grillo. 

 

Per me, il simbolo dell’antipolitica si chiama Jena Plissken, Snake in inglese, ed è la più azzeccata e brillante incarnazione cinematografica del mio eroe (e personale punto di riferimento quando ho voglia di lanciarmi in un delirio anarcoide) John Carpenter.
Se dovessi spiegare a un grillino cosa intendo per antipolitica, prima di tutto gli farei vedere Fuga da Los Angeles.
Se a vent’anni avessi dato retta a Plissken (chiamami Jena!) invece che ai discorsi del Vaffanculo Day, ora il progresso della mia personalità sarebbe un pochino più avanzato; ma procediamo con ordine: chi è Jena? (mi chiamo Plissken!) e di cosa parla Fuga da Los Angeles?

Nel mio percorso di formazione di un’identità politica, ho sempre prestato particolare attenzione all’elemento dell’anticonformismo. In un certo senso credevo (e forse un po’ credo ancora) che dubitare delle idee e dei comportamenti prevalenti sia sempre una buona idea.
Del resto, Brecht diceva che il pensiero dominante non è altro che il pensiero delle classi dominanti e già questo può giustificare chi si qualifica come anticonformista, o aspirante tale. 
Quando però si comincia a invecchiare un pochino, e i propri ideali vengono messi in discussione, l’anticonformismo passa attraverso una lente di osservazione inedita e comincia a somigliare al suo opposto.
Entrambe le idee assumono le sembianze di etichette pop ben confezionate e vendibili, due canali di sublimazione organizzati per incanalare il “pensiero dominante” più conveniente del momento: il conformismo più elementare e confortevole, l’anticonformismo più contorto ma potenzialmente più soddisfacente ed eversivo. 

Ma perché parlare in termini così astratti,  se il soggetto è l’esigenza di antipolitica che sembra crescere in Italia? 
Perché la vera antipolitica deve spazzare via sia conformisti sia anticonformisti; devono perdere tutti, come direbbe Jena, il sistema deve spegnersi senza che un nuovo capo prenda il posto di quello vecchio. 

In ogni rivoluzione c’è sempre un difetto, ed è un difetto lungo cinque lettere: gente
Nell’essere maturato quanto basta per vedere conformismo e  anticonformismo per quello che sono veramente, due facce della stessa medaglia che prendono entrambe troppo in considerazione la massa e la contemplano come necessario punto di riferimento per saggiarne la vicinanza o il distacco, non posso non stringere la mano con gratitudine al vecchio Jena ed inchinarmi davanti al mio personale libro rosso dell’antipolitica, Fuga da Los Angeles
Il film, a metà strada tra un sequel e un remake scena per scena del primo capitolo Fuga da New York, lancia un messaggio meta-cinematografico e spietato, nel quale John Carpenter dimostra che, quando gli Studios ti offrono montagne di soldi per replicare una formula e vendere biglietti del cinema e pupazzetti senza prestare attenzione al contenuto, la cosa più intelligente da fare è prenderti i soldi e fare quello che ti pare. 

Con questa premessa, l’intenzione originale di esaltare il mito del suo personaggio, diventato con il tempo un’icona alla Rambo, Terminator e simili eroi d’azione destrorsi figli dell’era reaganiana, scompare in favore di una decostruzione dissacrante: invece di approfondire la mitologia di Jena, Carpenter si diverte a smontarlo, quasi come se il personaggio stesso si opponesse alla sterile riproposizione della formula che aveva funzionato prima, e facesse capire di essere stanco.
Plissken si siede quando dovrebbe correre, rallenta quando dovrebbe accelerare e, se c’è una sfida da vincere o una prova da superare, trova il modo meno eroico e più anti-climatico per farlo.

L’(anti)eroe interpretato da Kurt Russell deve decidere se sposare la causa dei potenti o dei rivoluzionari, se permettere o impedire il crollo della civiltà occidentale in favore di un nuovo ordine governato dal “terzo mondo”.
Trovatosi in mezzo ad una specie di fuoco incrociato tra il presidente degli Stati Uniti (che sembra molto Ronald Reagan) e il capo dei rivoluzionari (che è un po’ un incrocio tra Che Guevara e Bossi), l’unica cosa ragionevole è segnare una sconfitta generale, universale e definitiva per il genere umano, un ritorno al un’anarchia quasi medievale che metta tutti sullo stesso piano.
L’antipolitica consiste nel fare la terza cosa tra due decisioni da prendere, con la maturata consapevolezza che magari ci sono davvero i buoni e i cattivi, ma è molto più probabile che siano tutti cattivi.

Lo stato della politica in Italia è discutibile e vive di quotidiani pro e contro. Su una cosa, tuttavia, mi permetto di essere più lapidario di quanto dovrei: chi ci governa spesso non ha la minima idea o il minimo contatto con il mondo reale che dovrebbe amministrare.
Gli stessi politici sono collettivamente percepiti più come un problema che una cura: aspiriamo tutti ad un eroe carpenteriano che risolva le cose in nostro favore ma… la verità è che Jena ci guarderebbe in faccia e ci darebbe il 50% della colpa.
E avrebbe ragione.

Di Maio e Di Battista non si sono eletti da soli, Grillo è libero di sparare a zero su qualunque argomento solo perché c’è chi lo sta a sentire e ne legittima l’autorità.
E se qualcuno comincia ad avere problemi con la Lega Nord, avrebbe potuto pensarci 25 anni fa prima di farla diventare così potente.
Avremmo potuto fare qualcosa invece di costituire un parlamento disperatamente poco laico.
Avremmo potuto spegnerli… avevamo il telecomando per farlo. 
Ma invece di fare come Jena Plissken, lo abbiamo consegnato all’antipolitica più finta e manipolatoria mai esistita: abbiamo scelto l’anticonformismo più conformista che potessimo trovare. 
Benvenuti nel regno della razza umana. (Un’altra citazione. Ma stavolta René Ferretti non c’entra).

Davide Mela
@twitTagli

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