Il senso teatrale della vittoria di Federer

“Girati, guarda, questa è storia”. 

Lei non è un’amante degli sport: mentre Federer sta battendo la sua (prima) seconda di servizio per il match point degli Australian Open 2017, prima che il Falco azzeri il conteggio delle battute e ci si conceda un altro tango di suspense, paciocca distrattamente lo smartphone sul divano, avvolta nel plaid d’ordinanza.
Con buona approssimazione, non gliene potrebbe fregar di meno.

Nelle tre ore passate ho fatto di tutto: ho urlato sui 25 colpi precedenti un dritto lungolinea fantascientifico, in controbalzo, sul 4-3 Federer e servizio Nadal; ho sacramentato sulle decine di recuperi di Rafa distante due metri dagli angoli del campo; ho scelto di levarmi il pigiama all’inizio di terzo set (“Tanto sarà interlocutorio“) riaffiorando dal bagno con la partita sul 3-0 Federer – una giusta punizione del karma per la mia mancanza di fede.

Ma a quel punto decido di romperle le scatole: il tennis circostanzia il momento decisivo, c’è un “match point”; non puoi richiamare l’attenzione di qualcuno prima che qualcosa succeda – non puoi dire “girati, Maradona sta per saltarne sei e segnare il gol più bello della carriera”, “fa’ attenzione, adesso Jordan si beve Utah due volte e la vince da solo”, “ora ValeRossi entrerà nel rene destro di Lorenzo e lo distruggerà psicologicamente in casa sua, per sempre”, “adesso arriva il gancio definitivo di Alì”.
Invece, proprio quello è il momento in cui, con ampia probabilità, Federer sta per vincere, e vincendo ci (mi) dà un treno merci di argomentazioni valide per amare lo sport, il tennis, Federer stesso e quindi di nuovo lo sport. (non sembra, ma è un chiasmo).

La premessa generale di qualsiasi discorso riguardante un quasi trentaseienne svizzero che batte un quasi trentunenne spagnolo in un’abilità umana tutto sommato trascurabile ai fini della sopravvivenza (perché centrare a 195 all’ora un fazzoletto di terra con due arnesi come racchetta e pallina è un qualcosa parecchio superfluo alla macchina-uomo, in un’ottica evolutiva) è la quantità di significati accessori che (noi occidentali) abbiamo legato alla competizione sportiva (e abbiamo proposto con buon successo al resto del mondo).
Mi sono ficcato in un vicolo cieco traboccante di banalità, quello dello “sport come metafora della vita”; provo ad uscirne calcando un po’ i contorni all’interno di questo concetto.

Nella Storia umana a un certo punto risolviamo il grosso dei problemi pratici: coltiviamo, le tane non le cerchiamo più nelle grotte ma ce le costruiamo in posti comodi, dividiamo i compiti all’interno dei nostri gruppi sociali e nei casi più virtuosi cerchiamo di rendere agevole la sopravvivenza del nostro gruppo umano, contribuendo per la nostra parte.
In questi gruppi umani si inizia a comunicare qualcosa di diverso dalle immediate “istruzioni per l’uso di qualunque cosa”: si iniziano a raccontare storie, storie che ci mettono a confronto con esempi, i quali a loro volta hanno un senso solo se riferiti a un contesto morale o, parola che preferisco, spirituale.

Parlando in termini spirituali – e spero che dopo questo cappello il tutto suoni un po’ meno forzato -, lo svizzero di 35 anni chiamato Roger Federer è l’assoluto.
Ricopre il campionario di gesti tecnici propri del tennis con una grazia, una compostezza rinascimentali: è l’equilibrio di questi gesti ad averlo imposto ai palati di tutti gli spettatori, e solo in un secondo (impercettibile) istante le vittorie.
Il successo di ieri dirompe prima di tutto perché questo assoluto per – probabilmente – l’ultima volta si è stagliato sui limiti umani, ossia una carnalità che per definizione è fragile e caduca: l’età.
E per imporsi, in secondo luogo, è passato attraverso l’ostacolo più aspro, la sua vera e propria nemesi.

Federer Nadal Wimbledon
L’assoluto le prende dal particolare. In casa sua. Più volte.

Tralasciando simpatie ed antipatie per l’Avversario, di ieri e di sempre, ed apprezzamenti più o meno estesi ed estendibili per lo stile di gioco di Rafael Nadal da Maiorca, la statistica ha sempre messo gli appassionati di tennis di fronte a una contraddizione difficile da risolvere sul piano della nuda logica: il giocatore più bello, più apollineo e per alcuni più “forte” (qualunque cosa questo aggettivo significhi) dell’era moderna, in una parola: l’assoluto, veniva spesso surclassato da un giocatore dotato alla fin fine di leggermente minore classe, armonia, nitore nei colpi.
Rafael Nadal, in altre parole, gioca un tennis irripetibile, rabbioso, violento, adatto alle qualità meccaniche solo sue: sicché l’assoluto veniva sistematicamente messo in crisi dal particolare. E dunque, un bel dilemma: come si poteva a quel punto accettare di aver a che fare con l’assoluto?

Si poteva; con uno sforzo di fantasia, se non proprio di fede: una cognizione intima e verosimilmente indimostrabile. Continua ad essere così, si badi bene, nonostante la meravigliosa sfida di ieri all’Australian Open: in media, Nadal batte Federer; ma Federer resta l’assoluto.
La finale di ieri è passata attraverso tutto il campionato del dramma insito in una rappresentazione – perché lo sport è, intimamente, rappresentazione, e non è un caso che ad averlo inventato siano stati gli antichi greci, gli stessi che hanno inventato il teatro.

Il dramma si è composto di fughe e di catture, di slanci e di cadute, di smarrimenti (il 6-1 del secondo set è un momento tragico, davvero a livello teatrale) e di riconquista, di revanche.
Una trama complicata, lunga ma non lunghissima, su uno spartito fatto di gesti tecnico-atletici semplicemente non comuni: e con “non comuni” intendo “non possibili” non solo ai restanti sei miliardi e rotti di esseri umani di oggi, ma anche a quei cinque-diecimila (esagero) colleghi di Federer e Nadal che hanno calcato i campi nei 500 anni di tennis e affini (cit.).

Concretizzando: i suddetti recuperi a distanza di due metri dagli spigoli del campo mostrati da Nadal, le sue frustate mancine, i cambi di ritmo assassini dello spagnolo, la sua capacità di divorare correndo gli undici metri di larghezza del campo con voracità insaziabile, più e più volte.
E dall’altra parte gli anticipi (leggi: la capacità di adeguare la posizione corporea e conseguentemente l’inclinazione della racchetta al momento di colpire la palla un istante prima del consueto), la liquidità del gesto nell’effettuare il rovescio, la precisione nella scelta del momento in cui giocare il back (rischiosissimo, contro Nadal) di Federer.
Una dimostrazione plastica di controllo totale della tecnica, da parte di entrambi, e una compiutezza nell’esplorazione dei loro propri corpi: una compiutezza definitiva, possibile forse solo al termine delle rispettive carriere sportive.
Da questo balletto, infine, mi permetto di isolare una manciata di colpi, mi pare quattro in tutto il match, eseguiti da Federer: quattro schiaffi al volo, racchettate feroci su una palla ancora sospesa prima di rimbalzare, scagliati con brutale leggerezza.
L’ultimo, addirittura in top spin.
Gesti tecnici di una difficoltà abissale.

Scalato l’Everest concreto della bravura dell’avversario e l’Everest astratto del complesso di inferiorità di fronte alla propria nemesi – naturale, per quanto ricacciato in grotte spirituali recondite, inconfessabili e inconsce -, Federer ha infine dominato se stesso, imponendo a se stesso la sua volontà.
Un passaggio criptico ma fondamentale: abbagliato dalla sua stessa semi-divinità, dal suo sconsiderato talento, dalla sua capacità di meccanizzare in modo semplice un gesto astrattamente complicatissimo, Federer non era mai riuscito a trovare la determinazione degli incompleti, quella consequenziale e cocciuta abnegazione di ritorno: una qualità morale attraverso cui minimizzare i difetti e gestirne gli adeguati contrappesi.
Un’operazione molto difficile per chi, di difetti tecnici, non ne ha: accettare la necessità di un contrappeso, ovverosia la necessità della grinta, della determinazione, è il risultato di un lavoro profondissimo sulla propria psiche.
Un parossismo: il difetto di non avere difetti.

La grinta mostrata da Roger nel quinto set appartiene a questo genere di liquori: è il risultato di un travaglio psicologico, di un lavoro contro (la sua) natura.
Armoniosamente, ieri, tutto si incastra: il rivale, Rafael Nadal, capacissimo di brillare di propria grandezza, si è inserito in questa dinamica di compiutezza. Rafael Nadal gioca una grandissima partita proprio per permettere all’eroe di superare sé stesso.
E questo trionfo non nobilita solo l’eroe, ma anche l’antieroe: perfino Nadal è più grande dopo il successo di ieri di Federer, perché ha imposto all’assoluto di mostrarsi come assoluto, scavalcando l’ultimo difetto dell’assoluto (il non avere difetti, e reagire contro questa mancanza).

Guardate l'esultanza, di Federer. È infantile, umana, semplicissima.
Guardate l’esultanza, di Federer. È infantile, umana, semplicissima.

È stata questa la bellezza della sfida, della gara e dunque della storia.
La storia; la narrazione: una storia è bella per come può essere raccontata, per i significati cui può prestarsi. È il motivo per cui, nella notte dei tempi, soddisfatti i bisogni primordiali abbiamo avvertito necessità di possederle, di trarne insegnamento, di ricavarne ispirazione.
Non tanto per emulare, né per invidia: ma per quegli insegnamenti spirituali (è per questo, che preferivo quella parola) che si possono ricavare, assumere o anche solo ammirare da quella rappresentazione del concetto di lotta.
Contro chi o contro cosa (sia questa lotta) è un meccanismo simbolico troppo difficile e privato da definire. E peraltro, è un’altra occasione, un’altra porta che si apre in noi stessi per scoprire cosa siamo, e magari cosa vogliamo.

Umberto Mangiardi

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