Addio Mameli, Renzi lancia l’inno del partito della Nazione

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Matteo rottama anche Mameli. O meglio lo “arruola”. Dopo appena 4 anni dalla santificazione dell’Inno Nazionale, per i 150 anni dell’Unita’ d’Italia, Renzi abbatte un altro totem, anzi lo “emenda” a sua immagine e somiglianza. E lo fa davanti, e con la benedizione di Napolitano, quel Re Giorgio che per 9 anni ha tentato con tutte le forze di completare l’opera iniziata dal vecchio azionista Ciampi: ridare lustro a un patriottismo costituzionale, a partire dalla riscoperta di “Fratelli d’Italia“, per anni sfidato dai Lumbard a colpi di “Va Pensiero“.
Il premier in trenta secondi mette in soffitta persino la filologia di Benigni che proprio approfondendo il significato di quelle parole emozionò un Paese.

In fondo, Renzi il pragmatico, sembra dirci che “siam pronti alla morte”, è sempre stata un’ipotesi retorica, quanto meno eccessiva. Insomma, “cose che si dicono“, per quasi tutti gli italiani.
Sentita sul serio certamente da quei patrioti, che giovanissimi, come lo stesso Mameli, morirono per quell’entità romantica che “Schiava di Roma Iddio la creò“. Poi arrivò il fascismo con la sua retorica imperiale, un po’ cialtronesca e nazionalistica, più che nazionale.
Quell’inno tornò in auge solo dopo l’8 settembre, in un Paese sbandato, occupato e distrutto, in cerca di un punto di riferimento da cui ripartire. Ma solo per un breve periodo. Subito dopo si impose la cosiddetta Repubblica dei Partiti e solo la destra missina recuperò il tricolore e i “Fratellini”, come li chiamava una deliziosa Amanda Sandrelli, in Non ci resta che piangere.

I due grandi partiti di massa inevitabilmente dovettero imporre le proprie appartenenze su quella comune di italiani. E l’inno per decenni è stato importante per pochi militari, neanche tutti. Mentre per tutti gli altri, segnava l’inizio delle partite della Nazionale, dopo l’elenco delle formazioni lette da Martellini prima, Pizzul poi.
E anche lì, per decenni, sino all’era Ciampi, non si cantava nemmeno, né in campo, né sugli spatli. Dopo il crollo del muro, arrivò il tricolore di Forza Italia e il tricolore, un po’ stilizzato del Pd.

Ora tutto è diverso: e quel “Siam pronti alla vita” sembra l’inno del partito della Nazione, e quei bambini con le camiciole bianche le nuove leve dell’Italia renziana.
Un cambio forte che divide.
Il messaggio di Renzi è chiaro: non voglio cambiare solo la Costituzione, l’economia, i rapporti tra le forze sociali, l’Italia, come ama ripetere. Ma anche i suoi simboli sulla carta più sacri, come l’inno. Che per tanti, e forse anche per Renzi, è una “marcetta un po’ bruttina”, che si può cambiare, un po’ come il Senato e la legge elettorale.

La legge del marketing è ferrea: per piazzare un prodotto bisogna avvolgerlo di ottimismo. Aprendo l’Expo, l’Italia si apre al futuro. “Il domani inizia oggi“.
E come si può immaginare di “vendere” la nuova Italia, parlando di “morte”? Il vero coraggio è affrontare la vita – sottintende Renzi – ad affrontare la morte ci pensano gli altri, la minoranza interna, verrebbe da malignare.
Lui va oltre.
I fans la troveranno una trovata geniale. Da anni, Renzi entusiasma tutti gli esperti o presunti tale della cosiddetta “narrazione”. Persone degnissime che hanno studiato legge, economia, architettura, ingegneria e ogni campo dello scibile umano, in un eterno dibattito post-talk, ormai si sfidano nell’esegesi delle scienze della comunicazione.

Tanti tifosi dicono sinceri: “Capisco anch’io che non ha detto nulla, ma credimi, lo ha detto talmente bene, che eravamo tutti contenti. E poi non c’è alternativa”. Il suo osare, spregiudicato, piace moltissimo.
La forzatura di oggi, per i fans, potrebbe ricordare l’inno americano distorto suonato da Jimi Hendrix, quando la sua chitarra elettrica simboleggiò la protesta di una generazione contro un Paese razzista, coinvolto in una guerra non voluta, ipocrita e bigotto.
I miei figli, cresciuti in Usa, hanno notato che i bambini avevano la mano sul cuore, come i loro amici quando sentivano l’inno allo stadio di Baseball. Da noi non s’era mai visto.
Poi pero’ gli ho chiesto se a loro giudizio Obama si sognerebbe mai di cambiare una sillaba dell’Anthem. E si sono messi a ridere.

Ai critici rimane solo l’indignazione per tanto ardire. “Come si permette questo parvenu?”, chi pensa di essere per cambiare anche Mameli?’
Un po’ come capitava spesso ai tempi di Berlusconi, i detrattori si ritrovano a difendere i simboli, lo status quo, la tradizione, il “è sempre stato così”. Un atteggiamento che rilancia, invece che frenare, la temerarietà renziana.

Ora solo il tempo ci dirà se quest’inno cambiato, aggiornato ai tempi moderni, ricorderà piu’ Hendrix o Jovanotti. Se avrà un significato profondo, che coinvolgerà concretamente la voglia di vita degli italiani.
O se rimarrà una trovata un po’ buonista, una “veltronata” efficace, una formula suggestiva per far dimenticare la disoccupazione crescente, la crisi che non passa e la stanchezza di un Paese esausto.

Marcello Campo
@twitTagli

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