Tagli in area: 10^ giornata – La crisi di Milano e la lingua lunga di Garcia

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Progetto. Una parola abusata dal giornalismo sportivo, tanto quanto alvagliodegliinquirenti nella cronaca nera. E l’abuso di tale vocabolo è ancora più stridente quando viene accostato al calcio italiano. In un Paese che di suo non ha progettualità, il calcio non fa eccezione. Eppure si spendono litri di inchiostro nero per macchiare le pagine dei quotidiani o per twittare boiate nel calcio d’agosto.
E a Milano? Quante volte questa parola è stata vista passeggiare in riva al Naviglio?
Tante.
Troppe.

Il Primo Novembre, narra la leggenda, gli spiriti dei morti tornano nel mondo terreno per far visita ai propri cari. A Parma, invece, i morti sono resuscitati del tutto. De Ceglie, macchinoso terzino scuola Juve, ha sdraiato da solo l’Inter di Mazzarri e Tohir, facendo traballare la tomba nella quale la sua squadra giaceva da tempo. Prima dell’Inter, sei sconfitte in sei partite.

Ma alla fine arriva l’Inter. Et voilà: Ghezzal sembra Messi, Aquah Kroos e De Ceglie il Maicon del Triplete. Parma due, Inter zero. Doppietta del terzino. Spente sul nascere, quindi, le ambizioni di remuntada al terzo posto dei nerazzurri. Anche se qualcuno ci aveva creduto, dopo le due vittorie di misura, grazie a due rigorini, contro Cesena e Doria.
Perché l’Inter è poca, pochissima, roba. Anzi, l’Inter è solo Mateo Kovacic, sprecato in una squadretta così. E infatti partirà molto presto. Amici interisti, fatevene una ragione: questa squadra si merita gli Obi e i Kuzmanovic. I fuoriclasse vogliono esaltarsi e divertirsi. E magari vincere.

Il fenomeno croato conquisterà il Pallone d’Oro altrove. Magari a Monaco o a Madrid o a Manchester, sponda United. Speriamo, almeno, che stia lontano dal non-calcio degli sceicchi del Psg e del City. Speriamo che vada a indossare una maglia pregna di storia e trofei.
Per il resto si è vista una squadraccia lenta e sterile, con un Palacio che sembra pensare più all’Inps che a fare gol. Una fitta rete di passaggi alla velocità della moviola e un assetto tattico degno del calcio da spiaggia.

Dall’altra parte del fiume, invece, addirittura si era parlato di scudetto, dopo il calcio spumeggiante di Pippo Inzaghi delle prime giornate. Dopo le prodezze di Menez e quelle di Bonaventura. Dopo il recupero del Faraone e le giocate inaspettate di Muntari e De Jong.
Peccato che nel progetto monco del Milan ci sono anche Zapata e Bonera. E Rami, votato come calciatore più sexy della Liga due anni fa, ma Maldini è un’altra cosa.
E nel progetto di Galliani ci sono anche i prestiti e i parametri zero. Il desaparecido Van Ginkel, che probabilmente spillerà birre per i compagni durante gli aperitivi, ma che il campo l’ha visto poco, e l’ectoplasma di Fernando Torres. Lo spagnolo è un calciatore finito da almeno 4 anni.
Si è trovato in mano un Champions che gli ha consegnato un certo Didier Drogba e, da allora, in Italia è tornato della lista dei top palyer. Ma suvvia, se Josè Mourinho avesse avuto il sentore che El Niño avesse avuto ancora qualcosa da dare, l’avrebbe regalato a Galliani? Domanda retorica, naturalmente.

Altra domanda, non retorica questa volta: ma Giampaolo Pazzini, caro Pippo, fa proprio schifo? Eppure ha sempre portato a casa il compitino, in qualsiasi squadra abbia militato. E il compitino, per una punta, è fare gol, magari andando in doppia cifra. E il Pazzo non ha mai deluso, quasi mai.
Perché lasciar marcire un buon centravanti italiano e dare spazio a un bollito spagnolo? Domanda retorica, questa sì.
Il Milan, tuttavia, è decisamente più bello dei cugini. Ma se in difesa si gioca con Totò e Macario sicuramente si ride, ma non si vince. Quindi il progetto, a Milano, dov’è? In questa Expo del calcio si vedono solamente cantieri sbudellati e pessime architetture. Ecco.

Architetture vecchie e stantie invece a Napoli e Roma. Con una città che si esalta per una vittoria e per un paio di risultati utili. Troppo, veramente troppo, entusiasmo. E l’altra, invece, che, come Icaro, appena si avvicina al sole si scotta, si scoglie e precipita.
Garcia troppo su di giri e con la lingua troppo lunga. Se si parla tanto, si corre meno: lo insegnano alla scuola calcio. Ma soprattutto, la sicurezza è un’arma, però bisogna dosarla.

Andrea Dotti
@twitTagli 

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