ITALICA NOIR – Francis

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A Nuoro c’è un carcere speciale, un bunker di cemento e sbarre, una fortezza alla periferia della città sarda. Fa caldo dentro le celle. I suoi ospiti sono considerati i nemici pubblici più pericolosi. I criminali eccellenti. Gli avversarsi dello Stato ritenuti irrecuperabili.
Fazioni, bande, appartenenza: brigatisti, terroristi di Prima Linea, neofascisti rivoluzionari, mafiosi siciliani, camorristi, gangster, banditi, assassini.
È la fauna ergastolana di Badu ‘e Carros, gabbia per le pecore nere carnivore, dove si entra e spesso non si esce più.
“È un braciere acceso”. Il procuratore della Repubblica Francesco Marcello, a proposito dell’istituto di pena.

Siamo agli inizi del decennio degli ’80. L’Italia è stata scossa, ed è ancora scossa, da violenza politica e delinquenziale. Guerre di mafia, tentativi quasi riusciti di guerriglie insurrezionali, attentati alle istituzioni sono gli elementi dell’emergenza.
Ai ciminali più cattivi viene dedicata una severa strategia di detenzione, concretizzata con un decreto ministeriale nel 1977. Le galere di Termini Imerese, di Pianosa, di Favignana, Cuneo, Novara, Trani, Ascoli Piceno e dell’isola dell’Asinara, Sing-Sing mediterranea, diventano il circuito di massima sicurezza dove gettare i peggiori.
A capo dell’operazione di ristrutturazione viene designato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il soldato delle emergenze, vincitore contro il terrorismo rosso, poi sconfitto e ucciso da Cosa Nostra nel 1982.
In una notte di elicotteri e cellulari, centinaia di detenuti vengono trasferiti nei nuovi alloggi. Bisogna isolarli, recintarli, controllarli, punirli.
Insieme alle altre stutture, Badu ‘e Carros vuol essere la tomba dove seppellire il terrorismo e gli altri nemici delle associazioni a delinquere, ancora più pericolosi e violenti. C’è l’intenzione dello Stato di chiudere gli anni di piombo a doppia mandata nelle celle bunker, e gettare via la chiave; via, si chiude una stagione d’odio, dimentichiamoci di
loro. I brigatisti soprannominano il sistema della massima sicurezza come “il circuito dei camosci”. Quelle gabbie, affollate di belve umane, son polveriere. In un attimo possono trasformarsi in mattatoi.

A Badu ‘e Carros, tra i tanti pistoleri e tagliagole, ha la sua branda un gangster famoso. Si chiama Francesco Turatello, per tutti Francis, il re della mala di Milano. Condivide anni di gattabuia con 133 detenuti “normali” e altri 80 nel braccio dei “P”, i pericolosi, rossi, neri, mafiosi, camorristi, sorvegliati da 160 secondini – che non bastano, assolutamente.
Per venti ore al giorno i P sono ben separati, chiusi nelle loro celle, poi però tutti si mischiano nell’ora d’aria, per le passaggiate in cerchio, la partita di calcio o di pallavolo; la promiscuità è un grosso rischio.

Fa un caldo schifoso il pomeriggio di lunedì 17 agosto 1981 tra le mura del supercarcere. Una fornace incandescente, umida, puzzolente. L’anticamera terrena dell’inferno. I dannati in vita si preparano a cosa li aspetterà dopo la morte.
Francis passeggia nel cortile numero 4, un quadrato di metri stretto da mura grigie, non si vede nulla oltre al cemento, solo il cielo azzurro sopra la testa, unico sguardo concesso alla libertà.
Il detenuto Salvatore Maltese, tarchiato come un cinghiale, cammina verso le latrine del cortile. Sotto la maglietta, porta due lame. Una la nasconde nel buco del cesso alla turca, l’altra la tiene con sé. Esce all’aria e fa un cenno ad Antonino Faro, killer specializzato in regolamenti di conti dietro le sbarre, sbudellatore navigato.
Il pluriomicida, un tappo di statura ma d’eccezionale ferocia, recupera il pugnale artigianale.

Maltese s’avvicina calmo e serafico a Francis Turatello, che non sospetta nulla. Scambio di sorrisi tra i due, quello di Maltese è di Giuda. S’affiancano, fanno qualche passo assieme, si scambiano un paio di battute come se nulla fosse. Dietro le loro schiene, seguono i passi silenziosi di altri tre uomini pronti a fare il balzo.
Insieme ad Antonino Faro c’è Vincenzo Andraous, oggi pentito e uomo nuovo, ma all’epoca affettatore di altri prigionieri e a sua volta affettato nell’87, quando suoi vecchi compagni di coltello gli regalano ferite ricucite con 400 (!!!) punti di sutura.
Il plotone di esecuzione è comandato dal terzo uomo, Pasquale Barra, primo luogotenente del boss campano Raffele Cutolo detto “O’ Professore” [di Raffaele Cutolo parliamo anche in ITALICA NOIR – Dossier Cirillo, qui], padrone della NCO – Nuova Camorra Organizzata.
Pasquale Barra (foto)ha ucciso 67 volte, molte delle quali nelle carceri. Gli amici e i nemici lo hanno soprannominato “O’nimale”. È pazzo.

I tre vanno dietro alla vittima illustre. Andraous sussurra a Maltese:

“Puoi incominciare.”

In un battito di ciglia compaiono le lame, con il volto di Turatello che muta in sorpresa, incredulità, e infine disperazione per aver capito che la sua ora è giunta.
Lo accerchiano e lo infilzano a ripetizione, un po’ ciascuno, spingono i pugnali dentro il ventre di Francis, zac zac zac!
Il re di Milano, detronizzato, s’accascia sotto i colpi dei boia.

“Dio mio no, Dio mio no.”

Non è solo un regolamento di conti all’arma bianca, è una macellazione.
Lo sventrano, le viscere scivolano sul pavimento. Il condannato ha l’intestino in mano. Un fendente gli squarcia la giugulare, avrebbero potuto darglielo prima quel colpo mortale, ma hanno preferito altri metodi, più crudeli, più lunghi.

La vita di Francis sfugge via, e i quattro cavalieri dell’Apocalisse di Badu ‘e Carros, chinati sulla carne sacrificale, sudano, affondano i coltelli che schizzano sangue.
Gli altri detenuti, pietrificati, osservano l’orrore, indietreggiando alle pareti e allargandosi a cerchio dove nel mezzo c’è il Grand Guignol. Le guardie soffiano dentro i fischietti, ma son lente, non intervengono per tempo. Un mitra spara in aria, ma non spaventa nessuno. Un secondino, veterano nelle carcerari, sviene. Si sta consumando uno dei delitti più raccapriccianti della storia criminale italiana, pochi son quelli che rimarrebbero freddi di fronte ad una violenza così estrema.
Gli lacerano il petto. Pasquale O’nimale strappa il cuore dal cadavere e lo morsica, mastica bocconi di Francis Turatello. È cannibalismo. È un rito antropofago, tribale.

In un mondo criminale dove primeggia chi commette l’abominio più efferato sul suo nemico, vincono loro. Il cortile numero 4 di Badu ‘e Carros, in quel pomeriggio estivo di afa e pugnali, è dimensione temporale non più novecentesca, ma paleolitica.
Il macellaio Barra e gli altri tre garzoni di macelleria svestono i panni dei malavitosi italiani, assomigliano agli uomini-leopardo delle sette assassine congolesi o a guerrieri africani del popolo Zande Niam-Niam (o Gnam-Gnam, dal rumore della masticazione).
L’uomo regredito a bestia, in quel sub-mondo della galera speciale, chiusa ermeticamente dal resto della civiltà, riscopre pratiche ancestrali dimenticate in ere tenebrose.

 

Divora il cuore del nemico, ingoia la sua anima, vincilo da vivo e da morto. Non limitarti ad ucciderlo, ma saccheggia il suo corpo, distruggi il suo ricordo, cancella il suo mito. Ora tutti si ricorderanno di Francis non per quello che è stato in vita, ma per come è stato ammazzato.

 

 

FLASHBACK/1 – LAS VEGAS – ANNI ’60
Sogno o realtà? Una cabriolet Ford Thunderbird color azzurro carta da zucchero procede tra i clacson e i bagliori in movimento delle miliardi di luci della città che – come si scrive sempre – non dorme mai.
A bordo della cabriolet americana, sotto le insegne dei teatri, alberghi, sale da gioco che illuminano perenni lo Strip, un ragazzo ventenne siede a fianco ad un uomo molto più vecchio di lui, che guida. La mano destra sul volante è monca di due dita, anulare e mignolo son partiti tempo prima, in una sparatoria a Detroit.
Quella mano disgraziata è di suo padre.
Francis è un figlio d’arte, suo papà è Frank Coppola; “Frankie tre dita”.

Pezzo grosso, Mister Coppola (foto). Viene al mondo alla fine del secolo scorso, a Partinico, nell’entroterra palermitano. Quando il fascismo prende possesso delle cose temporali italiane, e dichiara guerra ai poteri paralleli dei signorotti di società mafiose, ripara nella grande America, terra di infinite possibilità di business legali ma perché no anche criminali.
Gli Stati Uniti premiano i coraggiosi e gli intraprendenti.
Le banconote verdi frusciano, se avvicinate l’orecchio alle mazzette avvertite il canto dei dollari. Coppola si fa un nome nella Partnership di Detroit, nella famiglia criminale di St. Louis, tra i trafficanti di alcool e droga di New Orleans. Si lega al gran visir del sidacato degli autotrasportatori americani, Jimmy Hoffa, amico fidato della mafia italo-americana, nemico giurato dei fratelli Kennedy.
Frankie tre dita è gangster di razza quando torna in Italia e importa un nuovo modo di vedere le cose.
Il “piccolo zar”, alto un metro e sessanta scarsi, ma gigante di potere, è personaggio di spessore delinquenziale come altre celebrità dell’ambiente, al pari di Joe Adonis, alfiere della Famiglia Genovese, o del suo socio Lucky Luciano, anche lui manager della florida azienda con un piede in Italia e l’altro a New York, e la cui influenza ha tracciato la rotta della mafia che si ammoderna e che muta pelle sparando [dei rapporti tra mafia italiana e mafia americana parliamo anche in ITALICA NOIR – Mattanza numero uno, qui].

Frankie nel ’43, in pieno conflitto mondiale con l’Italia che sta per spaccarsi in due e scendere in guerra con se stessa, ha una relazione con una donna di Asiago, in provincia di Vicenza. Non ci è dato sapere cosa diavolo ci facesse al nord Mister Three Fingers in quei mesi cupi e di sconfitta, preludio di Salò e crepuscolo del fascismo.
Nel 1944, con il padre a trafficare chissà dove, nasce suo figlio naturale e non riconosciuto, Francesco, piccolo bastardo dalla pellaccia dura, futuro enfant prodige della mala milanese.
Ed io me li immagino vent’anni dopo i due, finalmente assieme dopo tanto tempo, padre e figlio, in gita di piacere ma anche istruttiva, nella nuova Babilonia dell’impero, tra i palazzi-baraccone che scintillano lusso e falsità nel deserto del Nevada, Disneyland per adulti, paese dei balocchi per eterni somari e fessi. Las Vegas, l’oasi dove il peccato è permesso e dove l’americano medio può defecare i propri risparmi di una vita sul tavolo verde, ubriaco di bourbon e ipnotizzato da dadi rossi o dal richiamo lascivo di slot machine, sirene di metallo e di trucchi elettrici. Mi perdonerà il lettore più attento alla serietà e severità della ricerca storica (che in ITALICA NOIR nonostante il colore del racconto, non è mai venuta a mancare) se per qualche riga mi lascio andare ad una scena fantasiosa, ma verosimile.
Ebbene, me li immagino benissimo quei due, la vecchia generazione che introduce la nuova ai segreti del mestiere, al gioco d’azzardo, ai soldi facili, alle conoscenze importanti, ai consigli di un reduce di mille guerre tra bande e di mille affari sporchi come carta igienica usata, che in quest’ambiente valgono diamanti.
Osserva quelle fiches, pezzi di plastica rotonda colorata venduta a caro prezzo, venir divorati da mani di croupier fidi esattori della sfortuna altrui, in casinò kitsch la cui vera proprietà appartiene a brutte facce da galera, assassini per necessità aziendali; e per vocazione.
Con le carte, si fanno i soldi.
Francis, con suo padre maestro, capisce che è nel vizio altrui che costruirà la sua carriera.

FLASHBACK/2 – MILANO –  PRIMA META’ ANNI ‘70
Francesco Francis Turatello è un giovane ambizioso, ha imparato a picchiare tosto sui ring delle palestre di periferia. Il pugilato è buona scuola per apprendere a incassare mazzate – e a darle, sopratutto.
Anni prima aveva un ciuffo da Teddy Boy, alla Little Tony, lo canzonavano chiamandolo “Ciccio Banana.”
Ora nessuno si permette più nella zona di Parco Lambro, Francis è per tutti “Faccia d’Angelo”. 
Quando lo arrestano per la prima volta, gli sbirri gli trovano in casa revolver, mitra e una bomba a mano sul comodino.

Fare il topo d’appartamento e sgraffignare auto rende, ma non abbastanza. Meglio il business delle puttane. Il ladro dei sobborghi si evolve in pappone e mette su una scuderia di baldracche che è florida impresa.
Le instancabili lavoratrici di liete ore piccole milanesi, che fanno cigolare sospensioni alle utilarie e fuoriserie in angoli discreti della città che finge di dormire, creano la sua miniera d’oro.
Sono minatrici in minigonna del turno di notte, timbrano il cartellino in alberghi a ore, nei night, sui marciapiedi illuminati da lampioni che ingialliscono la nebbia.
Francis è il sovrano di un regno di zoccole.

Milano che lavora di giorno, Milano che si diverte di notte. Il vizio è il collante di due mondi, un porto di pirati in cui attraccano nascosti dalle tenebre e dal bavero alzato dei cappotti di cammello gli imprenditori diurni, i padri di famiglia annoiati, i bravi borghesi in vena di trasgressione.
Il vizio è il ponte che collega i lavoratori onesti con i malavitosi. Cala la sera sulla Madonnina, giù le serrande dei negozi e degli uffici e poi di corsa a sputtanarsi l’incasso con le carte, il whisky, l’amore a cottimo, e perché no, con quella polvere birichina che pizzica naso e mente chiamata cocaina. Smetterà di essere poca e hobby di ristrette cerchie ma s’allargherà nella distribuzione, nella vendita, nei consumi.

Il malandrino intelligente sa che la torta è grande, c’è da abboffarsi. La grande metropoli è polmone di smog e di lira, la ricchezza d’Italia, di lavoro e commerci, ha qua il suo grande tempio che non si ferma mai, sempre in attività sotto mille insegne di banche, negozi, grande aziende. La mala moderna annusa l’odore dei soldi, è un profumo forte e inebriante, il raccolto sarà florido come mai.
I soldi delle rapine vengono reinvestiti in altro, di più solido e meno mordi e fuggi: in rami d’impresa diversificati e meno legati all’imprevisto che contraddistingue il bandito pistola in pugno nelle banche. Creare il desiderio del proibito, del peccato, essere pifferaio magico di Hamelin e attirare tanti topolini curiosi è la strategia che vince.

Cambia volto Milano, sorgono nuovi quartieri, nasce l’hinterland popolato da migrazioni meridionali, il lavoro chiama a sé. E nelle strade popolari, negli appartamenti operai, tra le folle di neo-milanesi dagli accenti estranei, compare una criminalità diversa. Tra i tanti onesti affamati con le valige di cartone e i pacchi di alimenti unti ed esotici s’insidiano i farabutti. Sul treno della tratta mezzogiorno-industria del Nord prende posto anche il mafioso. Le bande armate dialettano in siciliano, napoletano, calabrese.
La piovra sta ormai stretta nel solito mare, sente il bisogno di allungare i tentacoli verso altri lidi.
Esempio storico su tutti, è l’arresto a Milano nel ’74 di Luciano Liggio/Leggio [di lui invece abbiamo parlato in ITALICA NOIR – Mattanza numero due, qui], sistematosi in città per vari affari tra cui i primi eclatanti sequestri di persona, come il rapimento di Luigi Rossi di Montelera a Torino, o nel suo coinvolgimento nel sequestro Paul Getty III [di cui abbiamo parlato in ITALICA NOIR – Hotel Aspromonte, qui] grazie ai suoi contatti di lavoro con il mondo emergente della ‘ndrangheta.
Queste in breve, sono le acque inquinate in cui nuotano i caimani, e Francis è il predatore dai denti più aguzzi.
Dove c’è il vizio, c’è Francis.

FLASHBACK/3 – MILANO –  SECONDA META’ ANNI ‘70
Il re di Milano ha i suoi castelli e i suoi cavalieri: le bische e i compari della gang.
Nei retrobottega di bar, in appartamenti del centro, in circoli mascherati da club degli scacchi spuntano rigogliose case da gioco illegali; e i milioni.
Centinaia di milioni di lire, dai portafogli di bauscia saltano liberi sui tavoli verdi in cerca di nuovi padroni. In stanze che non conoscono la luce del sole, dove le tende alle finestre sono tirate per rendere la notte eterna e discreta, la truppa di cumenda fa girare il soldo tra nuvole di miliardi di sigarette, damigiane di scotch, mazzi di carte, righe di coca e décolleté in affitto.

Francis ne possiede dieci di quei feudi notturni, tra Corso Sempione, via Panizza e la Stazione Centrale. Casinò sotterranei, dove professionisti stimati e imprenditori di successo siedono affianco al picciotto pluriomicida e al biscazziere professionista, attirati dal divertimento del peccato, asserviti ai propri scopi calcolatori con la droga, il ricatto e i debiti di gioco.
Non teme ancora rivali, il boss Turatello, ma non sa che tra i suoi uomini si nasconde una serpe velenosa, troppo rapace per rimanere suo vice e braccio destro. Angelo Epaminonda, “il Tebano”, vicino al clan dei catanesi che sta colonizzando Torino e provincia, gestore di bische e narcotrafficante di livello, è sgherro spietato.

Nel 1976, il monopolio del poker e della roulette in nero della Turatello Holding è disturbato da un circolo, il Brera Bridge, sfacciatamente indipendente; un posto di classe con i clienti migliori, gli habitués più importanti, le donne più ingioiellate. I gestori del Brera non vogliono avere nulla che fare con Francis e scagnozzi, è una sfida al suo strapotere.
Il primo avvertimento è una sua irruzione nel club; si avvicina deciso e sfacciato ad un tavolo di poker, dalla tasca del cappotto tira fuori una granata. l’appoggia sul panno verde con i giocatori sbigottiti e tremanti.

“Banco piglia tutto.”

È la battuta da saloon western di Faccia d’Angelo, il pistolero più temuto delle praterie lombarde.
Invece di impressionarsi e cedere, la cricca del Brera Bridge raccoglie il guanto e si barrica nella propria casa da gioco. Installano telecamere di sorveglianza, blindano le porte, assoldano truci gorilla.
Il Brera Bridge diventa fortezza inviolabile, ma non per Francis.

Nelle tenebre di una fredda notte d’autunno, Turatello guida la blitzkrieg; è affiancato dal fido infido Tebano e altri bravi noti, e da un pendaglio da forca di alta categoria,“Gratzianeddu”, cioè Graziano Mesina, bandito numero uno dell’isola di Sardegna e mago delle evasioni.
Per entrare nel fortino nemico usano la faccia di Giorgio Camerano come cavallo di troia. Camerano è un fedele cliente della bisca, ed è stato rapito e minacciato.
L’habitué citofona, i gestori lo riconoscono e abbassano il ponte levatoio. Il commando s’intrufola nella sala da gioco, armi in pugno, i signori si alzano dai tavoli con le mani in alto, le signore in abito da sera gridacchiano spaventate.

“Fermi tutti, questa è una rapina, faccia al muro!”

Non ammazzano nessuno, menano solo un po’ le mani, ma senza esagerare. Ripuliscono portafogli e le casse ma lasciano pellicce e gioielli alle donne.
Il gestore, con una 357 magum sotto il naso, è costretto a firmare un assegno da 50 milioni di lire, così, come mancia per il disturbo. Ai camerieri comandano di stappare champagne come se fosse San Silvestro.
Francis fa la predica agli avventori, li sgrida perché non frequentano le sue bische. Prima di andarsene, lascia il contante necessario affinché i clienti possano pagare i taxi per tornare al sicuro nelle loro belle case e distribuisce biglietti da visita.
È un’operazione d’immagine, non un rapina. La vittoria è sua, Milano è sua.

A Faccia d’Angelo e al Tebano piace molto la bella vita. Sono all’apice, seduti nell’Olimpo. Belle donne impellicciate, fuoriserie, abiti di sartoria, rolex d’oro, champagne, suite di grand hotel, cachemire, ristoranti di lusso, tormente di cocaina, mazzette di centomila alte così, super mignotte d’alto bordo, una vita pigiando sull’accelleratore ai duecento allora, senza sfiorare i freni. È meglio essere qualcuno da criminale che nessuno da onesto, credono.
Turatello, spavaldo, si aggira in locali alla moda, nei ristoranti dei VIP, negli ambienti del mondo dello spettacolo. Diviene grande amico del cantautore Franco Califano, l’eccentrico Califfo.

“Sono sempre andato a letto cinque minuti più tardi degli altri, per avere cinque minuti in più da raccontare.”

Così amici che il Califfo usa come copertina dell’album Tutto resto è noia, una sua foto assieme al figlio di Francis, Eros Turatello. Il disco vende un milione di copie.

Il Tebano invece, va matto per le carte, gioca a chemin de fer, giostra circolare e antioraria in cui si vincono e si perdono interi patrimoni in una manciata di ore. Al tramonto si è uomini ricchi, all’alba si è in rovina. Una notte Epaminonda vince al tavolo un miliardo e ottocento milioni di lire. Nel 1979 sono una montagna di quattrini, circa cinque milioni e mezzo di euro d’oggi.
Il fiume di contanti quando si fa impetuoso non può più essere nascosto sotto il materasso, occorrono accorgimenti di riciclaggio. I gangster reinvestono i soldi sporchi in boutique, agenzie immobiliari e supermercati usando prestanomi e imprenditori di facciata, senza scrupoli o disperati a seconda del caso. Quando non bastano più quelle lavatrici di denaro, perché le banconote entrano a quintali, allora ci si rivolge alla lavatrice più grande: la finanza, con le sue zone d’ombra e di speculazione e i suoi personaggi traffichini e trafficoni, facce pulite ma il cuore è ladro.

In quel tempo, ci sono due gang a contendersi la torta, ambedue si sono ingrassate, e crescendo, si toccano e si guardano in cagnesco. Hanno occupato zone d’influenza, mercati neri, traffici e contrabbandi e inevitabilmente lo spazio vitale si fa stretto. O tutto o niente, o i monarchi assoluti o sottoterra.
Renato Vallanzasca, il “bel René”, capo della banda della Comasina, periferia nord di Milano, con i suoi interessi in rapine, sequestri, armi, recupero crediti per conto d’usurai e biscazzieri, entra in conflitto con le forze di Turatello.
Sono nemici, i due, specialmente per colpa dei propri luogotenenti, che uccidono spesso, e molte volte per motivi futili.

Avversari e diversi tra loro, il Vallanzasca sciupafemmine con gli occhi di ghiaccio e il Turatello con la faccia d’angelo, si fa per dire. Il primo vive come se fosse il suo ultimo giorno sulla terra, brucia l’esistenza con la velocità della fiamma di un fiammifero, in una filosofia propria anarchica ed individualista, da rapace divoratore di donne e lussi, una star del crimine. Rapina, spara, sperpera in anni senza tregua giocando a guardie e ladri dove lui nel gioco è il ladro più bravo. E nel mezzo, cadaveri. Di poliziotti, di nemici, di infami.
Lui è Renè, la pistola più veloce della metropoli, ma la sua banda è vecchio stile, mohicani di un mondo della mala in via di estinzione, non hanno alcun rapporto rilevante con le nuove signorie catanesi, palermitane, calabresi, vesuviane, che s’impongono su tutti i racket di questo mondo.

Durante i sequestri di persona ad opera dei comasini, i rapiti vengon trattati coi guanti bianchi, quasi una vacanza-festino con le vittime a serio rischio Sindrome di Stoccolma.
Alla vittima terrorizzata da cappucci neri e revolver dice:

“Puoi stare da dio oppure come un prosciutto, appeso a testa in giù.”

Stare da dio con la banda di Vallanzasca: champagne e, come da coro sguaiato, tutta la notte coca e mignotte.

Il secondo è personaggio più maturo, è boss di certo spessore non solo nel farsi rispettare da violenti con la violenza, ma anche nella diplomazia criminale, per tessere tele nell’universo di cosche, intrallazzi, guadagni illeciti. Il suo non è branco di banditi senza futuro, bensì organizzazione pensata per allargarsi e rimanere salda al potere.
Vengono alle mani, è guerra.
In un’irruzione del clan della Comasina in una bisca del rivale, Renato scrive sul muro con lo spray nero:

FRANCIS, CUMPRET EL PALTO’ DE LEGN
(trad: Francesco, comprati la bara).

Milano calibro 9 (foto) è il titolo di un film poliziottesco degli anni ’70, e rende bene l’idea di cosa diventano le strade della città alla fine del decennio. Oltre ai gravissimi episodi di un terrorismo rosso sempre più scalmanato, si aggiungono i morti ammazzati della criminalità, a dozzine l’anno.
Si spara, sotto le guglie del Duomo, con le P38, i mitra, le canne mozze. Stridono le gomme delle pantere volanti della pula in piazze agitate da lanci di molotov e sampietrini e su selciati dove regolamenti di conti vengono chiusi all’ordine del giorno.

Francis Turatello fa la guerra a Renato Vallanzasca, e poi un nuovo fronte si apre. Angelo Epaminonda si scinde dalla vecchia banda, forte del clan dei catanesi che lo spalleggia e che mira a mettere le mani su tutto il Nord, Torino compresa, dove sono in corso faide feroci.
Il Tebano, cocainomane da competizione, organizza i suoi cani da battaglia, le sue schiere sono chiamate “gli indiani”.
Francis contro Renè, Francis contro il Tebano, Renè contro il Tebano: tutti contro tutti.
Sul tavolo la posta in gioco è altissima: i miliardi del business delle bische, della prostituzione, e della droga – la voce di guadagno principale.
La montagna d’oro attira le fiere, s’insidiano cosche e le avanguardie dei grandi boss siciliani e campani, Raffaele Cutolo della NCO in testa, bramoso.

In questo contesto di conflitti tra gangster si consuma una delle stragi più efferate della storia criminale italiana, il 3 novembre del 1979.
Alla periferia sud di Milano c’è il quartiere della Barona. In una cascina di via Moncucco, c’è il ristorante “La Strega”, una bettola gestita da una coppia e conosciuta anche come “la fogna”, per via di un rigagnolo di acqua putrida che scorre marcia nel retro. Strade poco illuminate, pozzanghere fangose, case tristi, rottami.
Buio, nebbia, prati squallidi.
Fuori: porsche e mercedes parcheggiate.
Dentro: due stanze seminterrate arredate male con mobili finto rustico.
Tarda notte ma allo Strega si continua a servire i clienti affezionati, gli amici. Il proprietario, Antonio Prudente, ritenuto uomo vicino a Turatello, decide una spaghettata fuori orario. Fumano piatti di pasta accompagnati da bicchieri di whisky. È una riunione d’affari con loschi personaggi venuti da lontano.
Due sudamericani di Montevideo, un inglese di Londra, ben noto a Scotland Yard.
Alla fogna suonano il campanello: un altro amico, in compagnia di una donna, vuole concludere la serata mettendo qualcosa sotto i denti.

Ma il citofono squilla ancora. Entrano altre due facce conosciute … Benvenuti! I due si accomodano, ordinano per quattro, dicono che verranno raggiunti a momenti da altri due commensali. Nervosi, non si aspettano di trovare tutte quelle persone. Son venuti per uno solo,  per l’oste Prudente, arrampicatore la cui scalata va fermata subito.
Non importa.
Hanno ricevuto un ordine a cui non trasgrediscono.
Si guardano negli occhi. Si fanno l’occhiolino.
Si alzano in piedi di scatto. Estraggono le pistole, sparano capaci senza esitazione. Stoviglie in terra, bicchieri in frantumi, penne all’arrabbiata sul pavimento.
Non lasciano il tempo nemmeno per gridare. Ammazzano tutti.
Freddano l’obiettivo della missione, i suoi amici stranieri, la coppia al tavolo, la giovane convivente del Prudente, la cuoca.
Otto morti allo Strega.
Record: nemmeno Al Capone nella sue mitragliate di Chicago aveva saputo fare di peggio, neppure il gruppo di fuoco corleonese nella strage di Viale Lazio a Palermo.

FLASHBACK/4 – AL GABBIO, TRA I ’70 E GLI ’80
Nell’aprile del ’77, i polsi di Francis sono stretti da manette, la sua latitanza di oltre tre anni finisce nel centro di Milano, a bordo di una A112 messa all’angolo dalle gazzelle della questura.
Con il boss sbattuto dietro le sbarre, inizia il declino del suo giro. L’odore del sangue attira gli sciacalli.
I rivali della Comasina e l’ex braccio destro Epaminonda partono all’offensiva nelle strade, assediando quello che rimane del suo antico potere.

La galera è dura, ma non per Francis. A San Vittore si sposa con una bella ragazza mora ventunenne. Nel carcere di Cuneo, grazie ai suoi aggangi e alla sua fortuna, si comporta da reuccio, beve champagne Taittinger, ordina “a domicilio” foie gras e crostacei dai migliori ristoranti della zona, ogni mese manda 1.000 rose rosse a sua moglie.
Anche Vallanzasca è in galera, e i due, che prima si odiavano senza però smettere di stimarsi a vicenda, diventano amiconi (foto a lato). Si legano a tal punto che Francis sarà il testimone di nozze in carcere di Renato con una sua giovane ammiratrice, Giuliana Brusa.
Come dono, Francis regala all’amico un monile tale e quale a quello che indossa lui: una collanina con svastica d’oro tempestata di diamanti, simbolo nazi-kitsch di chi ha scelto nel film della vita di interpretare la parte dei cattivi fino in fondo.

Ritorniamo dove avevamo cominciato. Nelle gabbie d’Italia c’è tensione. Le guerre politiche e criminali, oltre ai combattimenti nelle strade, hanno un loro fronte nei bracci dei detenuti. E sono duelli feroci, resi disumani dalla concentrazione di tanti assassini in spazi ristretti e dalla condizione di chi, come gli ergastolani dal fine pena mai, non ha più nulla da perdere.
Le celle friggono.
A Poggioreale, nel’80, squadre della morte cutoliane, capeggiate da Giacomo “Bambulella” Frattini, approfittarono delle scosse notturne del terremoto irpino che tutto scassa e che scuote le mura del carcere.
Le bestie escono dalle gabbie. Nel marasma di pioggia di calcinacci e urla terrorizzate, i pretoriani di Raffaele Cutolo compirono la strage contro i nemici della Nuova Famiglia.

Il 20 marzo del 1981, a Novara, dove sono rinchiusi sia Vallanzasca che Turatello, scoppia la rivolta. Per il bel René è l’opportunità per saldare un conto aperto con Massimo Loi, un ragazzo che una volta era un suo pupillo e che tradì male la sua fiducia, rapinando e pestando i genitori di Vallanzasca. Sciocco: è un affronto stupido che verrà lavato con il sangue e con la decapitazione.
E Francis, presuntuoso nella sua casta criminale di boss, crede di essere sacro. Si sbaglia.
A Badu ‘e Carros arriva un telegramma.

IL SOMMO HA DECISO CHE LO ZIO DEL NORD SI SPOSI AL PIU’ PRESTO CON MARANCA.

IL SOMMO: Raffaele Cutolo
LO ZIO DEL NORD: Francis Turatello
MARANCA: il camorrista Antonino Cuomo, massacrato due mesi prima.

Traduzione: O’Professore ha deciso che Francis raggiunga al creatore Antonino Cuomo detto Maranca con gli stessi metodi.
Il capo camorrista, per anni onnipotente, vuole togliere di mezzo Turatello per favorire l’ascesa di Epaminonda per il controllo di Milano. I nuovi assetti malavitosi della grande metropoli sono stati stabiliti.

Pasquale Barra O’nimale legge l’ordine che è un’inappellabile sentenza di morte, e obbedisce.
Nel frattempo qualche cella più su, ignaro e tracotante, il re di Milano consuma il suo pasto. Si gusta con il cucchiaio d’argento il brodo di tartaruga, si pulisce il mento con il tovagliolo bianco, allunga la mano anellata per afferrare la flûte di champagne Cristal e portarsela alle labbra, lusso estremo così assurdo tra quelle quattro squallide mura abitate da killer.
Terminata la colazione, fa due passi verso il cortile numero 4.

Federico Mosso
@twitTagli

Per approfondire:

Note musicali:

Credit fotografie: Claudio Gualà

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