Napoli, Milano, Roma: i grillini corrono per arrivare secondi?

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Il pericolo giallo aleggia sulle città, ma forse ha paura di sé: alle elezioni comunali della prossima primavera andranno al voto le quattro maggiori città italiane (anche se Roma è in forse) e l’urbe rossa per eccellenza, almeno stando ai ricordi della Prima Repubblica, Bologna.
Il governo e in particolare il Presidente del Consiglio si stanno smarcando dall’appuntamento: in un periodo in cui le insidie parlamentari, “macro”, sono state disinnescate tra un ticket con la minoranza e una trappolona con Verdini, il governo si gode una quiete relativa dovuta al deserto di alternative concrete.
Per questo motivo Renzi e soci non stanno minimamente investendo la loro immagine con questo o quel candidato, né stanno puntando forte su questa o quella città. Anche perché per il PD rischia di essere un bagno di sangue.
Dopo la catastrofe-Marino a Roma ed una Napoli imprevedibile per definizione, negli ultimi mesi perfino Torino e Milano hanno iniziato a scricchiolare, e per quel che riguarda Bologna si è almanaccato per un bel po’ se silurare il sindaco uscente Virginio Merola in favore di un più sexy Vasco Errani.

Questa situazione, stando ai sondaggi di massima, dovrebbe ingolosire la vera alternativa ai democratici, il Movimento 5 Stelle. Assorbito il vacuo defilarsi di Grillo – a cui non ha creduto nessuno -, le armate pentastellate avrebbero in questa primavera la “prima vera” occasione di organizzare un attacco al potere. Ma, sorprendentemente, non la sfrutteranno.
L’unica vera città in cui grillini giocano per vincere è una delle roccaforti del Movimento, quella Torino in cui elessero il primo consigliere regionale (Davide Bono) e in cui i venti antiTav hanno da sempre costituito linfa ideologica vitale (per quanto sia stridente e traballante un’ideologia coagulata attorno al rifiuto di una contingentissima opera pubblica).

Salvini, difatti, al netto delle ruspe, delle felpe, di una dialettica sboccata e di una macchiettistica presenza televisiva, non è una minaccia: secondo Termometro Politico, la Lega resta confinata sotto il 15%, e nemmeno con il doping berlusconiano susseguente all’atto di vassallaggio di Silvio a Bologna ai primi di novembre consentirebbe di sfondare il 30%: si arriva al 25%, e a malapena. In altre parole, oggi Salvini non si siede al tavolo degli invitati.
Tutto ciò vale a maggior ragione se si parametrano i sondaggi sulle realtà locali, morfologicamente diverse.

Andiamo a osservare caso per caso: per i grillini Milano e Napoli paiono battaglie perse. Nel capoluogo lombardo si sta assistendo ad un involontario ciapanò che dovrebbe favorire il partito di governo.
Il PD eredita un sindaco uscente non suo: Pisapia ha vinto le primarie da candidato di SEL, e comunque come figura forte del suo carisma personale più che come uomo di partito. Stufatosi dell’avventura amministrativa, cederà il passo.
La partita a Milano è nebulosa, perché non si intuisce ancora che impatto avranno le primarie a sinistra: Giuseppe Sala (ex commissario di Expo stimato da Renzi) se la vedrà con due uomini di Pisapia, Pierfrancesco Majorino e Francesca Balzani, espressioni di due diverse minoranze partitiche (sorvoliamo per pura pietà) a cui si aggiunge il deputato Emanuele Fiano. È favorito il primo, ma non si sa se la divisione sostanzialmente congressuale tra i quattro sfidanti potrà essere ricomposta alle urne.
Gli altri partiti rispondono con nomi improponibili: il giornalista Mediaset Paolo Del Debbio ha spernacchiato chiunque gli chiedesse di candidarsi, e nello stesso modo ha reagito Maurizio Lupi, che preferisce restare nell’ombra in questi mesi in cui il suo partito viene cannibalizzato da Matteo Renzi.
Al centrodestra non è rimasto che Alessandro Sallusti (direttore de Il Giornale), che in questa vicenda si potrebbe riassumere nella definizione “un uomo con l’alternativa“, mentre i grillini hanno designato con una votazione grottesca (74 preferenze su meno di 300 partecipanti) una figura sconosciuta, tal Patrizia Bedori, ex consigliera comunale, 52enne, disoccupata.
Se già Milano reagisce male di suo alla proposta grillina, non è esattamente questo il profilo con cui incendiare una piazza: il duomo non sarà giallo, almeno a questo turno.

Napoli, terra di potentati personali, vede la revanche di Antonio Bassolino (!) che sfiderà alle primarie Umberto Ranieri (collaboratore di Napolitano) e Leonardo Impegno (figlio dell’ultimo segretario del Pds napoletano) di area Franceschini. Bassolino potrebbe usare una citazione del Divo Giulio: “Sarò di media statura, ma non vedo giganti attorno a me“.
Menzione d’onore per Gennaro Migliore, ex pasionario vendoliano, poi entusiasta renziano, poi candidato alle regionali campane, poi no, poi forse in corsa per il comune di Napoli, poi no: per lui calza a pennello una esortazione tipicamente piemontese, “Coràgi, fieuj: scapoma“, “Coraggio, ragazzi: scappiamo!”.
Gianni Lettieri, imprenditore, sarà l’alfiere del centrodestra; ma giostre a parte tutto verte sulla tenuta di De Magistris, anche perché di candidati grillini non c’è l’ombra: si era parlato di Luigi Di Maio, volto noto del Movimento, ma è impossibile per le ferree regole interne al partito: chi occupa scranni non può correre per altre cariche.

Ed è lo stesso grosso problema che attanaglia il Movimento romano: dopo il disastro delle dimissioni di Marino, i grillini vorrebbero poter votare per il bellissimo Alessandro Di Battista (cui noi abbiamo già testimoniato il nostro amore qui).
Anzi, in realtà vorrebbero poter votare e basta, perché di solito quando un comune viene commissariato ex abrupto (traducibile con: debbrutto) si rimette al popolo la decisione sui suoi amministratori nei tempi più brevi possibili. Ma questa volta no, e a Palazzo Chigi piacerebbe molto potersi gestire “in proprio” tutto il Giubileo per mano del commissario Francesco Paolo Tronca. Quindi, ad oggi, non si sa ancora se Roma andrà a elezioni o no: su questo i grillini protestano e hanno tutte le ragioni del mondo.
“Bruciato” però Di Battista, al Movimento resta poco: quattro consiglieri comunali, di cui i due più papabili sono Marcello De Vito e la giovane e graziosa avvocato Virginia Raggi, entrambi nell’orbita della deputata Roberta Lombardi.

A questo proposito, scrive un attento Jacopo Iacoboni sulla Stampa di oggi, pagina 11: “Il Movimento vuole davvero vincere a Roma? O ha come deciso che vincere sarebbe una iattura, la sua fine, in vista delle politiche che arrivernno dopo due anni (o un anno)? (…) Roma è una grana, e può essere una vittoria di brevissimo respiro, che toglierebbe il M5S dalla rendita di posizione di una comodissima opposizione“.
Insomma: a parte Torino, dove la pressione grillina è forte ma dove è anche più semplice svolgere un buon lavoro, il Movimento 5 Stelle propone candidature scientificamente deboli e ragionevolmente sicure di non vincere, malgrado i sondaggi nazionali vedano calante la fiducia in Renzi, che paga il logorio dell’essere al timone.

Umberto Mangiardi

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