Tattica, mercato, psicodrammi: tutti i perché della crisi Juve

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La Juve non va, la Juve non funziona, la Juve non ingrana. Dopo due vittorie relativamente convincenti in Champions, la macchina bianconera si è inceppata contro la vittima sacrificale del girone, che non sarà una sperduta squadra del profondo nord o della nouvelle vague kazaka (o giù di lì), ma era l’avversario che a settembre tutti indicavano come quello “da sei punti facili tra andata e ritorno”.
Ingabbiata dal dinamismo dei tedeschi, la Juve ha chiuso a reti bianche per la seconda volta consecutiva in stagione. La schiacciasassi degli ultimi tre anni pare essersi inceppata, e non si tratta solo di sfortuna, episodi o giornate nate storte. Anzi, è una situazione con delle cause ben precise.

MANCANZA DI LIDERISMO
Proprio liderismo, detto alla sudamericana, con una nemmeno troppo velata allusione a Tevez e Vidal. Non s’è mai vista una rivoluzione senza un leader, e quella in cui si è imbarcata la Juventus in estate è appunto un ribaltone in piena regola.
Si parla di leader di gioco: il leader lo puoi avere in campo (Tevez e Vidal) o in panchina (Conte); se li hai da entrambe le parti, fai 102 punti in campionato.
La prima certezza da cui partivano gli 11 giocatori in campo la scorsa stagione era la seguente: non devo risolvere io la partita. Nemmeno Tevez subiva questo imperativo categorico, per quanto fosse indubitabilmente il vertice della piramide. Tant’è che quando Tevez, nella seconda parte di stagione, è andato progressivamente spegnendosi, è stato Morata a guadagnarsi le luci della ribalta.

L’idea di gioco dello scorso anno era: passate la palla a quello brutto in attacco e vedrete che si inventerà qualcosa. Se non inventerà qualcosa, verrà steso al limite dell’area, e faremo tirare la punizione a quello con la barba. Se non capita nessuna delle due cose, la mettiamo sul ritmo e c’è il tamarro cileno che mangia pane e tritolo. E se proprio tutto questo non funziona, magari qualcuno pesca il jolly: uno a caso, Pogba – su cui torneremo.
Detto in termini più tecnici: Tevez aveva totale – totale! – libertà di svariare, con l’incombenza nelle partite più grame di agire da trequartista di raccordo, e tutto il gioco lo vedeva come alfa ed omega; le geometrie erano affidate a un regista (Pirlo o Marchisio) che trovava sempre o una soluzione verticale sull’attacco o una soluzione dinamica e orizzontale sulle mezz’ali (Vidal e lo stesso Marchisio, non a caso autore di una stagione encomiabile).
Ora non c’è nulla di tutto questo, e l’unico che si sente investito del ruolo di salvatore della patria è Paul Pogba: non c’è più una distribuzione della responsabilità, ma un accentramento. Una situazione molto pericolosa, soprattutto se non si ha la certezza matematica di attribuire tale ruolo all’interprete giusto.


La Juventus sembra però soffrire, anche se in misura minore, di una mancanza di leader fuori dal campo;
e se nessuno dubita che un Buffon o un Barzagli siano capaci di appendere al muro chicchessia, sembra mancare quella amalgama che impedisce di distinguere giovani e vecchi, veterani e pivelli.
Nelle stesse interviste c’è sempre un netto solco tra “noi” e “loro”, tra chi c’era prima e ha vinto (quasi) tutto e chi invece è appena arrivato e deve ancora mangiare pagnotte (qualcuno ha detto Dybala?): una strategia politica che serve a schivare la responsabilità immediata ma che deve essere sapientemente gestita da tecnico, società e senatori stessi per evitare la “caccia alla recluta”.
I leader fuori dal campo sono quelli che anche non giocando compattano i “mister 100 milioni” coi Padoin, i Lemina coi Lichtsteiner, i Bonucci e gli Alex Sandro un po’ sperduti.
Una cosa così, per esempio.

 

Vinovo, Torino. Tetti del campo di allenamento della Juventus. Marco Storari, secondo portiere, saluta così il ritorno alle partitelle di Andrea Barzagli dopo un lungo infortunio.

 

MERCATO CONFUSIONARIO & ENIGMISTICA TATTICA
Al netto degli infortuni, possiamo concordare con chi sostiene che la rosa è tecnicamente sbagliata: non è stata costruita con un filo conduttore, sono stati presi buoni/ottimi giocatori che è davvero complicato assemblare sul lungo periodo.
La Juventus potrebbe giocare col 4-3-3 un martedì, col 3-5-2 il sabato, con il 4-3-1-2 il mercoledì successivo e volendo esagerare col 4-4-2 il sabato dopo. In nessuno di questi casi tutti i ruoli sono coperti dall’accoppiata titolare + riserva; e nessuno di questi moduli valorizza appieno i giocatori-chiave della rosa.
La difesa a tre ed il centrocampo a cinque furono il marchio di fabbrica del periodo contiano, uno schema di gioco pensato per portare un’aggressione sistematica all’avversario occupandone stabilmente la metà campo con un blocco ben definito di giocatori.
Se hai un centrocampo stellare ma ti mancano le ali per costruire il gioco dalle fasce, è lo schema giusto. Il blocco centrale costituito dai tre difensori e i tre centrocampisti (e, perché no?, i due attaccanti) assicura densità in mezzo al campo e tenuta difensiva; e se riesci a imporre il tuo gioco – i tuoi movimenti, alla tua velocità – hai garantita la possibilità di attaccare con costanza l’area avversaria. Gli esterni, partendo già da una posizione avanzata, possono sfruttare i movimenti d’incontro delle due punte per trovare lo spazio per il cross o la giocata offensiva, ma non devono necessariamente disporre di piedi fatati (qualcuno ha parlato con un forte accento svizzero?). Alle mezze-ali, sostenute da un reparto difensivo di densità, spettano le verticalizzazioni – con o senza palla – per creare superiorità numerica.

Chiudete gli occhi e pensate un momento alla squadra dei 102 punti. Conte è stato superbo nel ritagliare l’abito perfetto per quel gruppo di giocatori. Senza esterni offensivi di qualità, ma con piedi e polmoni in quantità industriale nel mezzo del campo. E con i tre centrali Bonucci-Barzagli-Chiellini ha raggiunto una stabilità difensiva che negli anni precedenti a Torino neanche si sognavano.
Chiaramente il 3-5-2 ha dei difetti; basti dire che se incontri una squadra che per ritmo e palleggio ti è superiore, e che al contempo ama allargare il gioco, le tue armi vengono spuntate, una a una. I quarti di finale con il Bayern di tre anni fa sono l’esempio perfetto di tutto ciò.

 

Guardate un po’ chi è che affossa la Juventus nella gara di ritorno? Proprio Mario Mandzukic.

Allegri, intelligentemente e umilmente, ha ripreso e al tempo stesso innovato il lavoro di Conte, senza fossilizzarvisi – e difatti la seconda parte della scorsa stagione se l’è giocata con la difesa a quattro e il trequartista. Ma può ancora puntare convintamente su questo modulo? No.
Prima di tutto, gli manca l’esterno destro, perché Lichtsteiner starà fuori 6 mesi e Caceres passa più tempo in infermeria che ad allenarsi.
Secondo, perché Cuadrado – attualmente l’unica fonte di gioco offensivo per i bianconeri – non può essere costretto alla copertura della fascia di campo per una stagione. 
Terzo, perché “mister 40 milioni” Dybala, in un attacco a due che gioco-forza deve muoversi in spazi ristretti farebbe la fine di Giovinco, preso in mezzo tra calcioni, spine e marcature asfissianti (pensateci: in 25-30 metri si muovono i due attaccanti, almeno le due mezzeali e i relativi dirimpettai).

Sappiamo che Allegri ama il 4-3-1-2 al punto che, se potesse, lo utilizzerebbe anche per la disposizione dei tavoli in mensa: qui, non è la difesa il problema, perché con il rientro di Caceres e l’alternativa (alternativa?) Barzagli numericamente e tatticamente la rosa offre le giuste garanzie.
È il centrocampo a destare le maggiori perplessità.
Con la cessione di Vidal quest’estate (e lungi da noi definirla qualcosa meno che sacrosanta) la società si era orientata sul trio Marchisio-Khedira-Pogba (con le alternative Sturaro, Padoin e un sesto mediano: Lemina) dietro a un trequartista capace di giostrare a sua volta dietro le due punte.
Posto che quel trequartista fantasmagorico non è mai arrivato (ma Hernanes potrebbe sorprendere), rimane il fatto che i tre siano semplicemente mal assortiti. La lacuna sembra manifestarsi nella (in)capacità di fare velocità e raccordo nel gioco d’attacco. Se abbiamo visto che Marchisio nel ruolo di regista se la cava, i nodi vengono al pettine con Khedira: qui, in teoria, sarebbe chiamato al ruolo di incursore, ma i conti non tornano. L’ex Real dovrebbe sostituire Vidal – e cioè un tizio capace di segnare 35 gol in 4 campionati italiani.
Khedira è un ottimo giocatore, ma non ha il gol nel sangue. E, a dirla tutta, sembra più un normalizzatore, l’uomo capace di scegliere la giocata se vogliamo intelligente ma fondamentalmente semplice; l’altro, il cileno, era un casinista, ma dal suo movimento la squadra traeva la linfa per il proprio gioco d’attacco.
Più che l’erede di Vidal, Khedira, una specie di Ambrosini 2.0, mi sembra l’alter ego (o comunque un cugino) di Marchisio.

Tralasciando il caso Pogba, di cui parliamo in un paragrafo a parte, è evidente che un centrocampo che ha nei movimenti della mezzala il proprio fulcro andrà in crisi nel momento in cui gli verrà a mancare il dinamismo.
Attenzione: non è che Allegri non possa schierare i suoi uomini con questi moduli, ma solo che non potrà farlo con continuità: dalla sapienza con cui saprà alternare giocatori e schemi dipenderanno le fortune della stagione.

C’è ancora un’alternativa. A essere onesti, due. La prima soluzione è il 4-3-3. Se Allegri scegliesse questo sistema di gioco avremmo il piacere di ammirare un attacco stellare con Dybala, Morata, Mandzukic, Zaza, Cuadrado e Pereyra, ma una squadra complessivamente sbilanciata. 
Paradossalmente, è il sistema di gioco dove maggiormente si avvertirebbe la mancanza di Pirlo, perché per giocare un 4-3-3 razionale c’è bisogno di possesso palla: tanto possesso.
Magari non le percentuali bulgare del Barcellona, ma una squadra d’alta classifica non può certamente replicare le follie tattiche di Zeman (quelle alchimie tipo linea-del-fuorigioco-a-centrocampo e l’eleganza delle verticalizzazioni impossibili).
Queste soluzioni hanno sempre fallito nelle zone medioalte della classifica, e non possono essere la base su cui costruire un certo tipo di ambizioni.

D’altro canto, Allegri non sembra quel tipo di allenatore che ama insistere molto sul possesso. Il suo gioco è strettamente legato all’idea di tecnica – quante volte ripete che i suoi giocatori sbagliano tecnicamente la giocata e che il risultato dipende dalla qualità tecnica del palleggio? – e molto poco all’idea che servano dei movimenti precisi e mandati a memoria.
Allegri pensa al calcio come un qualcosa in cui prevalgono la fantasia e il talento, dove la tattica deve lasciar spazio alla tecnica, la corsa alla qualità e l’abnegazione all’estro. E, per carità!, va benissimo; ma con questi presupposti non riuscirà a sposare facilmente la precisione richiesta dal 4-3-3.
A margine, una notazione: è questa la risposta al quesito “perché Allegri cicca costantemente le seconde stagioni?”. Allegri è un ottimo allenatore, ma per costruire una squadra davvero sua necessita di più tempo rispetto agli invasati della tattica come Guardiola o, per guardare a casa nostra, Sarri.
Ed è anche un’ottima argomentazione per la tesi “il meglio deve ancora venire, e sarebbe da folli cacciare Allegri a fine anno”.

Torniamo al presente. A ben vedere, ci sarebbe una quarta possibilità. Un rischio, soprattutto se accettato a questo punto della stagione – con la squadra priva di certezze tattiche e con un discreto bisogno di risultati, punti e fiducia. La suggestione ha molto a che fare con il talento del numero 10 e con il costo (paventato) del suo cartellino.
Credo che per costare 100 milioni, il buon Pogba, al di là di schemi, posizioni e numeri da circo in mezzo al campo, debba fare soltanto una cosa: gol.
Tesi non così stramba: se ci pensate, Bale,  che già da terzino era un bel fenomeno – chiedere a Maicon per conferme – ha dovuto reinventarsi trequartista (stagione 2012-’13) e segnare 21 gol per guadagnarsi il titolo di calciatore più pagato della storia.

Ora, tornando alla Juve, una delle questioni più spinose riguarda proprio Pogba. Il francese, lungi dall’essere il leader tecnico di questa squadra, è spesso incappato in prestazioni sciape e comunque quasi mai determinanti.
Certamente la faccenda ha un risvolto psicologico.
Ma visto che il calcio impegna non solo la mente ma anche il corpo, si affaccia l’idea che il caso-Pogba si debba risolvere primariamente a livello tattico. Pogba deve poter fare la differenza; gli deve cioè essere consentita la possibilità di mettere sul campo quello strapotere fisico e tecnico di cui Madre Natura l’ha dotato.
Per farlo, non deve passare metà della partita a rincorrere gli avversari fino alla sua area di rigore. Deve, invece, dedicarsi a dominare il gioco dall’altra parte del campo, laddove il suo tiro, la sua prestanza atletica e la sua classe saranno decisivi.
E dunque Pogba trequartista: non nell’italiano 4-3-1-2 (il francese ha bisogno di metri per mettere a terra la sua potenza: su questo ha ragione Allegri, Paul non è adatto per quel ruolo), ma nell’europeissimo 4-2-3-1.
La difesa resterebbe la stessa. I due davanti alla difesa dovrebbero essere prima di tutto intelligenti tatticamente (e con Marchisio e Khedira ci siamo), e davanti, partendo da sinistra, Cuadrado per rientrare sul destro e calciare verso la porta, al centro Pogba con licenza di uccidere e a destra Dybala, a cui, per l’occasione, si ritaglia un ruolo “alla Messi”. Ed è forse questo quello cui allude Allegri dicendo che non vede il talentino argentino in mezzo all’area.
Infine, come punta centrale, Morata o Mandzukic (o Zaza), sapendo che con lo spagnolo si dovrà cercare maggiormente la profondità, mentre del croato parleremo tra poco. 

Insomma, la Juventus 2015-’16 è un bel cubo di Rubik: il mercato ha regalato ad Allegri tanta qualità senza però razionalità e coerenza. Quelle con cui si costruiscono le grandi squadre: ora, spetta ad Allegri trovarle.
La strategia giovanilista pagherà, è destino: che però qualcosa nella comunicazione tra dirigenza e guida tecnica non abbia funzionato, è evidente: ad esempio, assodato che le brutte figure non scendono in campo, nessuno rimprovererà mai a Marotta la virata da Siqueira ad Alex Sandro. Ma se un terzino – pagato in scadenza 25 milioni – per ricordarsi l’odore dell’erba deve fare un giro in un fienile qualcosa non quadra.
Cuadrado è un ottimo giocatore, ma non ha un gemello sull’altra fascia con cui impostare seriamente un gioco sistematico sugli esterni, senza contare che Allegri aveva chiesto altro; e senza contare che quell’altro non è Hernanes, che a parere di chi scrive è un ottimo giocatore che dovrebbe giocare non regista (come nel Brasile, ruolo che a lui non piace) né trequartista (ruolo che invece a lui piace ma per cui non ha la rapidità di pensiero e di tocco) ma mezzala.
In un certo senso, Hernanes è la via di mezzo tra Khedira e Pogba: buon senso della posizione, ottimo passaggio corto, discreto passaggio lungo, tiro devastante dalla distanza, non elevatissimo dinamismo, scarsa attitudine a ramazzare palloni, accettabile visione di gioco.
E non basta l’intuizione di Lemina (che è un bel giocatorino) a far quadrare il bilancio. Anche perché i veri problemi si vedono analizzando le vere deficienze dell’organico bianconero.

LA FASE OFFENSIVA
Morata-Mandzukic-Dybala-Zaza: parliamo di loro quattro, e partiamo dai due più semplici.

Mandzukic è stato acquistato con l’idea di prendere uno Llorente più di manovra. Dimenticandosi per un attimo che non si è riusciti a ricavare l’ombra di un quattrino dalla cessione di Llorente, è un’operazione sensata. Ma bisogna interrogarsi su chi si sta acquistando.
Mandzukic è un colosso croato capace di arrivare tranquillamente a 20 gol in stagione (lo ha fatto due volte a Monaco di Baviera ed una volta con l’Atletico di Madrid, per limitarsi al calcio di un certo livello), ma raramente giocando come prima punta in uno schema a due: Mandzukic prende botte, ne dà altrettante, fa pressing e crea una valanga di spazi; non è a suo agio nel dialogo stretto, non galleggia abitualmente sulla linea del fuorigioco, non ha un clamoroso tiro da fuori; non “inventa” gol, ma li finalizza. È il classico centravanti d’area dotato di struttura imponente (e dunque bisognoso di giocare per entrare in condizione).
Non è un caso che, a livello di gioco, la sua miglior stagione l’abbia disputata con alle sue spalle tre sopraffini ricamatori quali Ribery, Muller e Robben (22 gol per lui e rispettivamente 11, 23 e 13 per il francese, il tedesco e l’olandese), superandosi l’anno dopo con un Guardiola che non lo amava poi così tanto e un Mario Goetze in più sulla trequarti (26 reti per il nostro eroe).

Zaza è, per ora, un calciatore sopravvalutato: un bel sinistro, ottima capacità nel coordinarsi e ultimamente buono spirito di abnegazione. Ma non ha (ancora: è molto giovane, per il suo ruolo, appena 24 anni. I veri centravanti si vedono dai 27-28 in poi) ancora il killer instinct: non tanto come freddezza davanti alla porta (anche se a San Siro la migliore occasione dopo il palo di Khedira se l’è divorata lui), quanto come pensiero prima della giocata.
Primo tempo contro il Frosinone, 0-0, cross dalla sinistra leggermente arretrato: Zaza per colpirlo temporeggia e poi azzarda una semirovesciata che sarebbe potuta andare su tutte le copertine della stampa dell’indomani. Ma la palla va alta.
Che cos’è il killer instinct? È quel sesto senso che ti porta a scegliere il percorso più redditizio col minimo sforzo. Per informazioni, tanto per restare con la casacca bianconera, rivolgersi a David Trerzeguet, il quale mai si sarebbe sognato di tentare di colpire la palla con una complicatissima rovesciata: avrebbe utilizzato l’istante di attesa per spostarsi mezzo metro indietro ed attaccare la palla fronte alla porta, per (probabilmente) segnare un gol (probabilmente) banale.

I capitoli Morata e Dybala sono a loro modo simili: siamo di fronte a due giocatori capaci di segnare oggi 15 gol a testa se impiegati con discreta continuità (“con discreta continuità” = una partita e mezza/due ogni tre), a prescindere dall’avere o non avere un accentratore di gioco come Tevez al loro fianco?
Non si sa, non lo sa nessuno, probabilmente non lo sanno nemmeno loro.
Quello che sanno tutti è che tra due/tre anni sicuramente Morata e probabilmente anche Dybala saranno capaci di segnare tra i 18 e i 25 gol a stagione, e a quel punto scegliere quale carta estrarre dal mazzo sarà una goduria per qualsiasi allenatore.
Se Morata è un giocatore verticale, da servire nello spazio per la finalizzazione (statica o in corsa, poco gli cambia), Dybala è un giocatore diagonale, capace di prendere la palla e portarla lui nel vivo del gioco. Che gli riescano sempre numeri da circo come nel Genoa-Palermo dello scorso anno non è dato sapere, ma è quello che Allegri ha in mente quando dice “Si scordi di fare il numero 9/9 e mezzo alla Montella“.
Dybala, nonostante nel girone di ritorno della passata stagione sia di fatto scomparso dai radar, è il prossimo erede della numero 10, e solo i prossimi mesi ci potranno dire se la speranza è fondata oppure se è un costosissimo abbaglio.

Il problema è, come abbiamo visto, che inventarsi uno schema di gioco con questi presupposti e sbilanciato da Cuadrado sul lato destro del campo è un rebus difficoltoso, specie se si aggiungono le insidie psicologiche che comporta essere il centravanti della Juventus (margini di errore: pochi). Qual è la coppia giusta, posto che si debba giocare in coppia?
Ah, per inciso, se si vuole affrontare la stagione con uno schema sempre a due punte, il numero di giocatori presenti in rosa per coprire il ruolo dovrebbe essere 5: con Conte questo principio era passato, ma in corso Galileo Ferraris paiono essersene dimenticati.

CALCI PIAZZATI
I calci piazzati sono una delle chiavi del gioco moderno, e non serve essere Rinus Michels per dirlo.
Per lo stesso motivo, non era necessaria una seduta spiritica con la buonanima dell’inventore dell’Arancia Meccanica per farsi la seguente domanda: “Ora che abbiamo venduto quello con la barba e anche quello brutto, che non era micidiale ma se la cavava, chi è che tirerà le punizioni tra i 16 e i 25 metri?“.
Questa domanda non è stata posta, ed è un grosso peccato da annotare ai piani alti della dirigenza: ora la squadra deve far fuoco con la legna che ha, che sia l’ebano parigino di Pogba o la palma pernambucana di Hernanes. A giudizio di chi scrive, meglio la seconda della prima.
Ma i calci piazzati non si limitano alle punizioni dal vertice dell’area, significano anche calci d’angolo: e qui gli schemi offensivi di Allegri non sembrano essere particolarmente efficaci. Lo dice la sua storia, ancor prima della sua attualità.

ANCORA SU POGBA
Abbiamo accennato alla questione Pogba quando parlavamo di liderismo e l’abbiamo sviluppata in merito alla sua possibile futura collocazione tattica.
Ma il vero punto di partenza è una domanda, banale eppure complicatissima: che cos’è oggi Pogba?
Una domanda che parte da alcuni punti fermi e arriva a qualche punto interrogativo. I punti fermi sono i seguenti:

  • è un giocatore stra-ordinario, nel senso che è di molto sopra la media;
  • è un giocatore che ti può risolvere la partita;
  • è un giocatore che può fare 15, addirittura 18 gol a stagione, ma…
  • … non è (ancora) un giocatore che a prescindere fa 15  gol a stagione. Per questo motivo…
  • … è un giocatore di estro e non di regolarità.

Per usare una metafora, è un affrescatore, non un ingegnere o un architetto. Per usarne un’altra, mette la ciliegina ma non necessariamente ti cucina la torta.

Pogba è esploso nelle condizioni migliori, senza compiti esclusivi di creazione o distruzione del gioco (c’erano, per l’appunto, Pirlo, Marchisio e Vidal): Pogba poteva svariare, eseguire il compitino tattico e poi improvvisare. Tipo che se cadeva una palla casuale a campanile lui ci tirava dentro.
Ora non funziona più così. A Pogba toccano importanti compiti in fase di recupero palla e ripartenza. Non deve costruire il gioco, perché non lo sa fare così bene e perché tale compito grava su Marchisio e Khedira, ma deve ripartire, possibilmente dando uno strappo alla fase della partita.
In più, tutti danno per scontato che lui peschi l’eurogol di tanto in tanto: se lo aspettano i compagni e i tifosi, e questo gli mette pressione; se lo aspettano gli avversari, e questo lo tramuta in un osservato speciale. Una non straripante condizione fisica della squadra in questo periodo fa il resto.

Il peso di questa responsabilizzazione/pressione/aspettativa è evidente: raramente Pogba cerca la giocata elementare, e contro il ‘Gladbach tra un passaggio arcuato per Morata e una scucchiaiata a scavalcare la difesa ha scelto la seconda opzione: Morata ha dovuto stoppare il pallone e farsi respingere il tiro, quando una palla semplice lo avrebbe messo nella condizione di calciare di prima.
Ed anche come atteggiamenti corporei si nota la mancanza di spensieratezza: senza voler fare l’esegesi del pensiero di Tacchinardi (ogni volta che si fa esegesi sul pensiero di Tacchinardi, nel mondo una fatina muore), non è così folle l’osservazione “Sembri meno felice, non ti fai manco più la cresta rossa”.
Pogba, insomma, ha voglia di esagerare in un terreno non suo (il famigerato UCAS, Ufficio Complicazioni Affari Semplici) e ha perso il gusto per l’eccesso nel suo giardino di casa, ossia il colpo a sorpresa. 
Le colpe, ovviamente, sono anche di squadra; meno ovvia è la soluzione, al punto che perfino tra chi scrive serpeggiano i dubbi.

C’è chi lo vede come perfetta mezzala sinistra, che deve occuparsi dei 40 metri a cavallo della linea di centrocampo, salvo sporadici inserimenti (quelli scolastici, ad attaccare il secondo palo, quando il gioco si sviluppa a destra), per poter partire da lontano e sfruttare la progressione, nonché i maggiori spazi in fase di ripartenza e più occasioni di tiro improvviso, e chi lo vede l’erede naturale di Yaya Tourè, da valorizzare nel 4-2-3-1.
Sicché, Allegri deve tenere ben presente il seguente punto: la società ha inequivocabilmente scommesso – sportivamente e finanziariamente – sulla maturazione calcistica di Paul, indi per cui gran parte della (sua) storia a Torino passerà dalla (sua) capacità di lavorarne il talento grezzo e condurlo tra i grandissimi della storia del calcio.

L’ALLENATORE
In realtà molte delle discussioni oggi vertono sul ruolo di Allegri in questa Juve.
Di una cosa l’ambiente si deve fare una ragione: non è credibile che le vittorie dell’ultimo anno e 3 mesi siano merito di Antonio Conte e le sconfitte colpa di Massimiliano Allegri.
Che è vero, resta l’unico allenatore ad aver perso uno scudetto con Ibrahimovic ed essersi giocato Thiago Silva e solidità difensiva del resto della stagione del suo Milan in un quarto di finale di Champions suicida contro il Barcellona, ma non può essere trattato come idiota integrale.
Non è giusto, soprattutto non è vero. Il percorso europeo di Allegri propone un confronto impietoso con la Juventus di Antonio Conte eliminata senza idee contro il Benfica in una doppia finale di un’Europa League doverosamente da vincere. E in tutta onestà, nelle ultime partite non ha commesso errori algebrici.

Allegri si trova tra le mani una delle missioni più difficili per un uomo di sport: motivare una squadra vagamente sazia di vittorie (lo squilibrio tra Champions e campionato forse qualcosa in merito lo dice) e che, paradossalmente, sta smarrendo quella sicurezza tecnica e di gestione.
Il tutto viene complicato dalle contingenze: al rebus psico-tattico, si aggiungono altri problemi, che riassumiamo per punti:

  • infortuni;
  • sfighe (se trovano un disfunzione cardiaca congenita al tuo terzino titolare che non aveva mai presentato sintomi prima, e se tre giorni dopo il suo sostituto decide di fare un rally cittadino tra le banchine dei bus metropolitani, è difficile fartene una colpa);
  • deficit di esperienza.

 Le pecche che si possono riscontrare in Allegri sono sostanzialmente due: non aver trovato ancora la chiave giusta per motivare la squadra e qualche presa di posizione “politica”.
Sulla motivazione è presto detto: lo scorso anno il messaggio condiviso dall’ambiente era “La Juve vinceva solo grazie a Conte“, e non era necessario essere degli accaniti lettori di Freud per scatenare una reazione d’orgoglio dello spogliatoio.
Le scelte politiche hanno un nome e un cognome: Simone Padoin, che nessun tifoso della Juventus dovrebbe biasimare. Non solo perché è un umile e rispettoso gregario, ma perché è stato immolato senza grande eleganza sul tavolo delle trattative dirigenza-allenatore.
Schierarlo regista contro Udinese e Roma è significato consegnare una pedina sacrificabile in pasto a tifoseria e stampa, per dare un segnale in società: “Io voglio qualche giocatore in più, possibilmente buono“. Non a caso, sono arrivati Hernanes e Lemina, ossia il meglio del peggio a tre giorni dalla fine del mercato.
Allegri ha puntato tutto sulla sua capacità di riprendere le redini – deliberatamente abbandonate a inizio stagione – e sulla sua preparazione atletica, che dovrebbe ricaricare i muscoli degli juventini in tempo per la fine del girone d’andata e la primavera.
Ma è un azzardo, perché le batoste sono state sensibili, e un’accoppiata eliminazione ai gironi (difficile) + mancata qualificazione in Champions (possibile, visto come si sta mettendo il campionato) avrebbero un unico epilogo: la sua testa offerta in sacrificio per placare il popolo. E tutto sarebbe da rifare.

Maurizio Riguzzi & Umberto Mangiardi
@twitTagli

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