Serie A: top e flop della stagione 2013/2014

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Diciamolo subito: il campionato italiano è mediocre. La prova? La Juventus dei record: 102 punti e indiscussa dominatrice della Serie A, ma eliminata per due volte in Europa. E a farle lo scalpo sono state Gala e Benfica, non certo due squadre imbattibili.
Le milanesi si sono ritagliate un ruolo da comparse, a combattere per l’Europa dei piccoli, con le piccole.
Il Napoli di Aurelio De Laurentis è stato un colabrodo. Giocatori come Britos in Premier League farebbero tribuna in qualsiasi squadra. E nonostante i milioni spesi – 40 per Higuain, ad esempio – ha svolto un campionato mediocre. Troppo ballerina in difesa, e l’abiura alla lotta scudetto già a febbraio è un fallimento. Poche scuse. La Coppa Italia non basta.
La Fiorentina, bella e dannata, probabilmente con Gomez e Rossi per tutta la stagione avrebbe insidiato il preliminare di Champions al Napoli. Ma il progetto Della Valle sembra destinato ad essere incompiuto – vedi quasi certa cessione di Cuadrado.

Si salva solamente la Roma: risorta dalla ceneri di Luis Henrique e Zeman. Con Rudi Garcia ha trovato nuova vitalità.
Gioco, corsa e grinta. Ma questa Juve era imprendibile. Come, d’altronde, lo erano l’Inter di Mancini e Mourinho. Insomma, il brand è quello dell’eterna seconda.
E poi ci sono le piccole sorprese. Le uniche forse per le quali è valsa la pena spendere i soldi del biglietto o dell’abbonamento a Sky. Parma, Torino e Verona. Ma in ogni competizione, si sa, ci sono exploit inaspettati. Non è il caso di versare lacrime di gioia. Basta pensare al primo Chievo di Del Neri o alla Reggina di Mazzarri per ridimensionarne la portata.

Per vedere una squadra completa e competitiva tocca mettere giù una Top 11. Chissà se questa squadra sarebbe in grado di combattere lo strapotere europeo in Inghilterra, Spagna e Germania. O almeno a farvi vincere il Fantacalcio.
Ma non è solo questo il motivo. Diciamo che tocca combattere la noia in questo mese senza fùtbol, tra la fine del campionato e l’inizio del Mondiale.

TOP 11 – PORTIERE

Simone Scuffet. Classe 1996. È entrato per sostituire l’infortunato Brkic e non ha lasciato più i pali del Friuli. Avrebbe meritato di essere selezionato nei 30 pre-convocati di Cesare Prandelli, ma c’è tempo. E Udine è la piazza migliore per crescere.

DIFENSORI

Gonzalo Rodriguez. Sabella l’ha lasciato a casa e ha pre-convocato Martin Demichelis del City (sì, quello che sta ancora cercando Diego Milito al Bernabéu, dal 2010).
Eppure Rodriguez è uno dei difensori migliori della Serie A. Roccioso e grintoso, ma anche tecnico e di gran corsa. Arriva dal Villareal dove la Fiorentina ha preso in saldo Giuseppe Rossi e Borja Valero. Dallo stesso discount, Adriano Galliani ha preso Zapata. Per fare un esempio.

Mehdi Benatia. Ad agosto, i tifosi giallorossi erano troppo impegnati ad indignarsi per la cessione – milionaria, tra l’altro – di Erik Lamela. Non si sono accorti dell’arrivo di un calciatore così.
Ottimo campionato, non solo per la vena realizzativa (5 gol), ma per tutto il suo lavoro. Veloce e potente, ti permette di giocare con la linea alta e pressare più facilmente. Di fianco a lui, anche Castan è rinato.

Stephan Lichtsteiner. Sette assist per un difensore sono notevoli. Un esterno di corsa, bravo negli inserimenti e che sa far bene le due fasi è ciò che manca alla nazionale di Cesare Prandelli. No, non dite Maggio, per favore!
L’unica pecca? Tolto lui la Juventus non ha alternative. No, non dite Padoin, per favore!

CENTROCAMPISTI

Paul Pogba. Una sola parola: impressionante. È talmente completo che, si vocifera, prepari anche il tè ai compagni nell’intervallo. A Manchester si chiedono ancora come mai l’abbiano lasciare andare via.
Mentre Marotta lo prelevava a parametro zero dall’Inghilterra, Branca e Ausilio si affannavano a chiudere per Mudingay e Galliani per Traorè.

Daniele De Rossi. Mister Zeman gli ha fatto fare tanta panchina. Al suo posto preferiva un certo Tachtsidis: centrocampista scaricato dal Catania retrocesso. Ma ora è tornato e non c’è Nainggolan che tenga.
In quel ruolo è il più forte. Meno goleador di un paio di anni fa, ma, come Pogba, ti sistema un reparto. E nel caso fa anche il difensore. What else?

Dries Mertens. Uno dei primi acquisti dell’era Benitez. Arrivato in punta di piedi a giugno, i meno attenti l’hanno ignorato. Eppure sono bastate poche partite per scalzare via Lorenzo Insigne e prendersi il posto da titolare. Nel computo dei gol, infatti, vince 9 a 2. Al mondiale farà divertire i belgi.

Romulo. Otto assist e sei gol. Oriundo che può tornare comodo alla nazionale, anche se quest’anno ha dato il meglio come mezzala, mentre Prandelli ha in mente un ruolo da esterno. L’unico problema è la fase difensiva: i tifosi viola lo ricordano bene.
Ma in questo momento non ci sono alternative credibili in vista mondiale.

ATTACCANTI

Gervinho. È arrivato tra le risatine. Ed effettivamente non vede la porta neanche in HD. Ha un tiro che ricorda più le partitelle in spiaggia, a Rimini, in pieno hangover, che non il calcio professionistico.
Tuttavia, dieci assist sono un bel biglietto da visita per il primo anno in Italia ed è in grado di cambiare la partita da un momento all’altro con un’accelerazione. E poi, è impossibile togliergli la palla dai piedi.
La maggior parte delle vittorie della Roma sono merito suo.

Ciro Immobile. Non solo perché è il capocannoniere. E non solo perché ha trascinato a suon di gol il Torino alle soglie dell’Europa League. Ma per la semplicità con cui riesce a fare certe giocate.
Segna in ogni modo e fa sempre la cosa giusta. L’Italia calcistica aspettava l’esplosione definitiva di Mario Balotelli e invece si è trovata un fenomeno come Ciro.

Rodrigo Palacio. Fino all’ultimo in ballottaggio con Carlos Tevez.
Che l’Apache sia una punta eccezionale è indubbio. Ma il campionato del Trenza merita di essere premiato. Quasi il 100% di presenze (ha saltato l’ultima perché squalificato), per lui che è da sempre sensibile a infortuni, sono una cosa notevole.
Ha realizzato 17 gol in una squadra per niente prolifica. E, soprattutto, per metà stagione ha sostenuto da solo l’attacco di Walter Mazzarri. Centravanti, falso nueve, seconda punta, trequartista, ala destra, ala sinistra e magazziniere. Tutto in 90 minuti.

FLOP 11 – PORTIERE

Federico Marchetti. L’ennesima vittima dei conflitti con Claudio Lotito. È stato rimpiazzato da Berisha nella seconda metà di stagione. Ma diciamo la verità: quando ha giocato, le sue prestazioni sono state da tunnel degli orrori.
Lotito a parte, sembra un altro giocatore. Sarebbe dovuto essere l’erede di Buffon, ma per ora: addio Brasile.

DIFENSORI

Angelo Ogbonna. Come perdere tutto in una stagione: posto, faccia e nazionale. Fino a due anni fa dichiarava: “Io mai alla Juventus”. Ad Andrea Agnelli è costato più di dieci milioni e mezzo cartellino di Ciro Immobile. Risultato? 16 presenze mal contate in quattro competizioni, scavalcato da Martin Caceres nelle gerarchie di Conte e addio mondiale.
A Torino, sponda granata, era un idolo. In bianconero è un signor nessuno. Angelo, ma chi te l’ha fatto fare?

Hugo Campagnaro. Insieme a Demichelis, è tra i trenta di Sabella. Ma quest’anno ha dimostrato di essere un difensore mediocre. Ha avuto un ottimo inizio, ma la grinta e la voglia non bastano.
Deve ringraziare di essere il pupillo di WM, altrimenti avrebbe scaldato la tribuna del Meazza (perché in panchina c’era già Andrea Ranocchia, perennemente ignorato da Walter. Chissà perché, poi).

Philppe Mexes. Sono finiti i tempi di Baresi e Maldini. Ma anche quelli di Nesta e Stam. Al netto di qualche gol e di una tecnica discreta, Mexes si è dimostrato un pessimo centrale.
Quasi sempre sul filo dell’espulsione e non in grado di trasmettere sicurezza al reparto. Nota: prima dell’arrivo di Kakà, era lui il giocatore del Milan con l’ingaggio più alto.

CENTROCAMPISTI

Kakà. Bollito. Sentenza inappellabile. Ha lasciato il Milan dopo aver vinto una Champions League praticamente da solo. Ed è tornato indietro un ectoplasma, tanto che è bastato un Taraabt qualunque per oscurarlo. 
Dopo Sheva, i tifosi del Milan hanno un altro ricordo macchiato. Peccato.

Francesco Lodi. Sarebbe dovuto essere il perno del centrocampo genoano di Liverani. Invece, missione fallita. Il salto di qualità non è arrivato e il sogno rossoblù si è spento in poche partite. Con Gasp non ha brillato ed è tornato all’ovile. Solo fino a un anno fa lo cercava mezza Serie A.

Fredy Guarin. Nel complesso non ha disputato una pessima stagione. Ma sembra che manchi qualcosa. È fisicamente devastante e ha un’ottima tecnica.
Ma sarebbe dovuto diventare il leader dell’Inter e invece i tifosi hanno gridato il nome di Mateo Kovacic fino allo stremo. Forse l’anno prossimo. O quello dopo.

Alessandro Diamanti. Andare a giocare in Cina a febbraio, nell’anno del mondiale, è una scelta discutibile. Ma abbandonare compagni e tifosi, da capitano, nel bel mezzo della stagione, condannandoli di fatto alla retrocessione, è folle. 
Non si è trattato di scegliere tra Real e United – il treno passa una sola volta, si sa -, ma di optare per un calcio decisamente inferiore. Avrebbe potuto aspettare almeno la fine della stagione. Fino alla cessione, in ogni caso, un Diamanti decisamente al di sotto del suo valore. Anche nella piccola-grande Bologna.

ATTACCANTI

Diego Milito. Troppi anni di gavetta tra Serie B e Liga Adelante. È arrivato tardi nel calcio che conta, ma gli è bastato per far sognare i tifosi interisti. In quattro stagioni ha scritto un pezzo di storia.
Adesso, però, è il momento di riposare. Hasta luego, Principe!

Lorenzo Insigne. Nel Pescara di Zeman brillava con Verratti e Immobile. Ma è rimasto fermo. In questa stagione ha dimostrato di non essere ancora decisivo. Troppo intermittente. E poi un attaccante deve fare gol. Poche scuse.

Ishak Belfodil. Riassumiamo: la metà del suo cartellino è costata 9 milioni più Antonio Cassano. Ma a gennaio WM l’ha sbolognato al Livorno. Stagione pessima, per quello che sarebbe dovuto essere il nuovo Benzema. Zero gol e retrocessione. 

Andrea Dotti
@twitTagli

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