Europa: il filo rosso che lega nazionalismo e povertà

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La perdita del potere d’acquisto, la riduzione dei salari, o perfino la semplice sfiducia nell’andamento dell’economia sono indici statistici collegati a doppio filo con i sintomi (questa volta politici) di una parallela rinascita del pensiero nazionalista, xenofobo e reazionario. È un’opinione su cui si sono orientate in passato diverse ricerche storiche, spesso riconducibili agli studi sociali sul periodo precedente il secondo conflitto mondiale.

In questo senso non è un caso che la crisi economica scoppiata nel 2008 sia spesso citata, dai maggiori quotidiani del continente, insieme alla cronaca della consistente ascesa delle formazioni estremiste ed (ex) extraparlamentari all’interno delle istituzioni elettive europee, sia nazionali che comunitarie. La parabola nera di Alba Dorata, quella fasciochic dell’UKIP di Farage e del revisionismo prêt-à-porter del Front National, come dall’altra sponda il movimentismo post-partitico, terzomondista, declinista felice che dà vita allo spagnolo Podemos e alla capostipite greca Syriza, sono testimoni politici di un contrasto sociale a più facce, che si nutre della povertà materiale (presente o futura, vera o sognata) percepita dalla popolazione.

Proprio in Grecia, provincia affamata di questa Europa dalla prognosi sempre più grave, il pugno in faccia della povertà, sferrato da un’economia che è crollata del 25% in cinque anni, ha il sapore amarissimo di tragedie che non sono poi così antiche. Sulla povertà reale dei cittadini greci, i negoziati tra i creditori internazionali e Atene non hanno speso alcuna parola, concentrandosi esclusivamente sulle drammatiche decisioni politiche che il governo ellenico dovrà propinare alla propria cittadinanza per raggiungere al più presto il miraggio di un avanzo primario in bilancio.
In barba al referendum, l’ultima offerta di Tsipras segna una netta linea di distanza politica tra i governi, esecutori di contratti di prestito e quindi a volte legittimi “affamatori” di Stati debitori, e i popoli europei (locuzione di appartenenza quasi-tribale di cui abusano i movimenti localisti), presi in mezzo dal cortocircuito tra finanza ed economia reale che arriva a mettere in dubbio le più basilari forme di stato sociale. 

Il dramma della povertà reale, che passa per le saltuarie crisi di liquidità alla piaga cronica della disoccupazione, non vince contro gli slogan che informano l’agenda comunicativa delle piazze mediatiche e virtuali, dove la “austerity” e i “falchi” combattono una (giusta, ingiusta?) battaglia di proclami contro gli “euroscettici” e i “gufi”.
Ma per primi i governi non vogliono parlare di povertà, lanciando ai tg nazionali delle punchline ficcanti e ben articolate come “più crescita!” o “più rigore!”, proprio nei mesi in cui l’Europa va perdendo tra conti e percentuali le sue fondamenta morali.

C’è purtroppo già stata una circostanza storica in cui è mancata una fondamentale risposta politica ad una crisi economica senza precedenti. In Germania, ancora alcuni anni dopo la firma del Trattato di Versailles, le condizioni del debito pubblico (compreso delle riparazioni di guerra) non erano più sostenibili in alcun modo. Bastò il crollo inaspettato della borsa americana, nel 1929, per polverizzare il marco tedesco e frantumare in pochi mesi la raffinata e relativamente pluralista società della Repubblica di Weimar. Da quelle tessere sociali sparse e impoverite fu più semplice riorganizzare lo Stato nel telaio della nazione di Hitler, comandata a bacchetta nella pratica dell’odio nazionalistico e del disprezzo delle minoranze.

In quegli anni, la tempestosa diplomazia tra le cancellerie europee era mirata (dalla parte delle democrazie liberali) a consolidare l’ipotetico status quo tra governi risultante da Versailles. Alle spese di un Continente che, per le strade e nei mercati di molti Paesi, suppliva alla scarsità dei beni materiali con la forza spirituale delle ideologie di potenza nazionale e di vendetta etnica.
Mentre in America il New Deal andava imponendosi come uno dei più importanti programmi statali di crescita mai decretati nella storia, in Europa si sbagliò prima a sottovalutare la sostanza complementare dell’economia e dello Stato, mentre poi si combinò un disastro di valutazione della polveriera politica sul punto di esplodere.

Da un lato, si pensava che le conquiste civili della democrazia liberale non potessero essere reversibili, nonostante la calamità economica delle guerra mondiale e della successiva crisi americana (non è vero che anche l’Euro, alla lettera dei Trattati, non dovrebbe essere reversibile?). Eppure in Italia, Germania e Spagna gli Stati sovrani soccombettero all’incapacità di regolare il crescente conflitto tra classi sociali impoverite e incattivite. Alla vittoria (anche elettorale) delle fazioni più aggressive in quei Paesi, le istituzioni che si volevano fino a quel giorno conformi allo status quo interno e diplomatico vennero trasformate nella propria essenza costituzionale.

In Europa si sbagliò perfino due volte, a non considerare l’elemento di aggressività e di concorrenza violenta che insorge in presenza di uno stretto rapporto di vicinanza geografica tra due o più Stati, tra i quali è impedito forzatamente lo scambio nei termini di mercato.
Lèvi-Strauss, scrivendo di altri popoli e di altri luoghi, dice una cosa che racconta molto della storia del cammino istituzionale europeo: la guerra è quello stato di cose che finisce quando inizia il mercato, ed è il fallimento delle trattative di mercato che a sua volta può provocare un sufficiente casus belli. In quest’ottica, non è un caso che l’arco temporale compreso tra le guerre mondiali rappresenti il periodo di maggiore chiusura dei mercati tra le nazioni europee.

Protezionismo e autarchia andavano a sostituire il florido commercio intercontinentale del tardo XIX secolo, che aveva già legato molte nazioni nel mondo ad una prima esperienza di economia (e di partnership) globale. Causa o effetto della privazione o del peggioramento delle condizioni di mercato per milioni di persone, in quegli anni l’odio nazionalistico e la mobilitazione contro le minoranze produssero un altrettanto sostanzioso numero di morti.

Ma è poco dopo la tragedia chiusa dalle bombe atomiche che la prima Comunità Europea si trova già pronta a partire. Iniziando, proprio come vorrebbe la teoria dell’antropologo francese, dal legame commerciale stretto tra le nazioni mitteleuropee per la distribuzione e vendita del carbone, e arrivando fino alla complessa (e complicata) architettura istituzionale attuale, che comprende 28 stati (di cui una decina di reduci della pachidermica pianificazione sovietica).
Dal punto più basso delle devastazioni di guerra fino al concepimento del mercato unico più avanzato del mondo, dotato di norme e regolamenti innovativi che hanno segnato la storia della giurisprudenza contemporanea, sono bastati (solo) trenta anni di lavoro ai tavoli intergovernativi di Bruxelles e Strasburgo. Dagli anni ’60 fino a Maastricht si trattò in sostanza di istituire un sistema di leve e contrappesi tra governi nazionali e istituzioni sovranazionali, che permettesse di stringere sempre più le maglie di un mercato uniformante e regolato come entità unica, fino all’arrivo della stessa moneta comune.

A cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, l’utilità del nuovo progetto dell’Euro non era soltanto racchiusa in una speranza economica, ma pareva poter estendere i suoi obiettivi di riuscita ad un concreto sviluppo verso una nuova stagione politica. Dopo la fase di declino continentale delle guerre mondiali e dopo gli orrori genocidi del Novecento, sembrava ci fosse la possibilità concreta di valorizzare i talenti nazionali grazie all’agilità e all’efficienza di un mercato ricco, vasto e diversificato.
Allo stesso tempo però i governi affidarono alla BCE la gestione degli affari monetari condivisi, mantenendo gelosamente su di sé la prerogativa dell’intervento pubblico nazionale in tutti gli altri capitoli di spiccato interesse economico, come avviene ad esempio per le delicate politiche fiscali e pensionistiche. 

Eppure, come nel 1929, anche questa volta è successo che dalla notte al giorno è arrivata una crisi atlantica. Ad attenderla in Europa, stavolta, c’era l’Unione allargata di Nizza e di Lisbona, con tutti quei difetti strutturali che ne impediscono ogni volta l’efficacia, alcuni dei quali le vengono imputati già dai tempi dei padri fondatori: dalle pratiche di voto inconcludenti e poco trasparenti del Consiglio, alla lentezza e alla superficialità nel legiferare per il veto strategico delle minoranze e per il lobbying sfrenato delle grandi compagnie, oltre alla manifesta incapacità di mostrare i propri (già scadenti) risultati ad una platea mediatica propriamente “europea” che, anche a causa del vuoto informativo della muta Bruxelles, in effetti non esiste. 

Dove c’è la crisi, c’è la povertà non dichiarata. E quando la si soffre, a un certo punto sembra proprio che sia colpa di qualcun altro che è più ricco (o più forte) e che ci sfrutta: ieri era l’imperialismo americano che scatenava la disobbedienza dei cortei, oggi è la Germania che non mostra pietà fraterna verso i debitori europei, mentre domani magari scopriremo che forse in fondo era la Grecia ad avere qualche conto da regolare con il proprio passato spendaccione e iper-clientelare.

Per ora, siamo sicuri solo di navigare nel mare dei dubbi aperto dall’inflessibilità senza futuro del duo Schaeuble-Merkel, rappresentanti della Germania “egemone riluttante” di un’Europa in cui il burocratese delle trattative (oggettivamente complicate) e le sfuriate dei populisti non fanno che inquinare il dibattito politico e allontanare l’opinione pubblica dal punto più importante della della questione, per come si è mostrato durante la più recente Odissea greca. Ovvero, in queste ore di paralisi politica e morale, in cui gli esiti dei referendum democratici sono sorpassati dalle decisioni di “buon senso” delle stesse schizofreniche amministrazioni che li indicono, si dovrebbe ricordare più spesso che lo scenario per cui combattere sarebbe proprio quello in cui non si perde il traguardo dell’Europa dei popoli in nome di un’interpretazione dogmatica di quella che a Bruxelles è detta “economia sociale di mercato”. 

Perché se in linea teorica è un bene che la Grecia sia rimasta al tavolo dell’Eurogruppo (a fronte di un’altra montagna di prestiti che saranno tutti da riscattare), non può essere sufficiente per il futuro dell’Europa la semplice manutenzione di servizio al mercato unico. In una situazione di diseguaglianza profonda tra classi sociali e tra Stati interi fra di loro, aggravata dall’ansia del “recupero crediti a muso duro”, l’euro può essere la gabbia in cui chi fa la parte del leone non dà scampo alla sua vittima.
Eppure invece si possono ancora trovare metodi innovativi per rilanciare il blocco dei Paesi in difficoltà (Italia, Francia e Spagna incluse, oltre alla disastrosa Grecia), prima di decretare la fine di quel progetto che per Altiero Spinelli avrebbe dovuto condurre verso la pace definitiva degli Stati Uniti d’Europa. 

Si potrebbero proporre soluzioni di ampio respiro e all’avanguardia, di quelle che erano il biglietto da visita della Comunità Europea ai tempi dei pionieri. Ai giorni nostri, c’è ancora molto da fare. Si potrebbe ad esempio provare a sfruttare la polarità positiva dell’emergenza immigrazione per rimpolpare una forza lavoro sempre più anziana e prossima al pensionamento. Oppure rinforzare da subito, con un rapido piano di azione della Commissione, il comparto di ricerca e innovazione, potenziando i poli universitari e investendo sui brevetti europei. Idee possibili, come tante altre riposte in un dossier investigativo compilato nella Bruxelles che tace e attende. 

La conseguenza di ulteriore silenzio e di altra inazione da parte dei Paesi membri e della Commissione è però già scritta, almeno in parte, tra le righe della storia europea: dalla moneta unica ai titoli di rimborso nazionali temporanei, dal mercato unico alla frontiere chiuse, dalla solida alleanza in una regione di influenza mondiale alla guerriglia tra province di un impero che va in pezzi.
Se tutto andrà male, forse scopriremo che, a margine delle gravi colpe del leader tedesco (certi urlano al Fuhrer, ma è più corretto dire imperatore), anche l’incompetenza e l’ottusa arretratezza di altri Stati ha contribuito ad evaporare i propositi e i valori che ispiravano la costituzione di una nuova società continentale. In quel caso, la parte dei nuovi barbari spetterebbe a noi.

Matteo Monaco
@MatteoMonaco77
@twitTagli

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