Gli analfabeti del Tanko

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Certo è difficile prendere sul serio chi si monta un carro armato in garage. Per Dna, esperienza e rassegnazione gli italiani finiscono per annacquare tutto ne ridicolo, nel grottesco: figurarsi di fronte a un’escavatrice che vuole essere un “Tanko” (Tanko?!)…
Dunque ci ridiamo sopra, e trattiamo quel manipolo di 24 derelitti come tali: volevano la secessione, si trovano tra le mani un avviso di garanzia.
Leggere dichiarazioni, pensieri ed “ideologie” (le virgolette perdonatemele, ma sono obbligate) genera un misto di tenerezza, tristezza, malinconia: frasi confuse da cui emerge una totale inconsapevolezza. Del mondo, di sé, di tutto.

La doppietta composta dal referendum virtuale (2 milioni e fischia di click per decretare: “Secessione”) e dagli arresti di ieri pare appartenere alla casistica del rapporto causa-conseguenza: pur agendo con tutte le ragioni del mondo, la magistratura presta la sponda ai Salvini di turno per cui “si stanno processando le idee” (specie se, come scrive Linkiesta, “tra le righe s’intravede la mano di Guido Papalia, storico pm nemico del Carroccio“).
Tempismo pessimo: e non a caso Gianluca Marchi, giornalista ed ex direttore de La Padania anch’egli indagato, chiosa “È un bel messaggio da parte dello Stato per mandare a dire ai cittadini: guardate cosa succede a tutti coloro che solo immaginano e pensano di ribellarsi all’ordine costituito!“.
Poco importa che l’art. 241 del codice penale punisca chi mette a repentaglio con azioni violente l’integrità dello Stato, ed altrettanto poco rileva che qualche secolo fa, per quisquilie del genere, saltavano teste come se fossero tappi di champagne dietro l’accusa di alto tradimento.
I prodi indipendentisti ora si atteggiano da povere vittime, da scemi del villaggio: non so voi, ma immaginarmi William Wallace che svicola dicendo “Scherzavo” mi viene un po’ difficile.

Ovviamente non c’è nulla di razionale nell’agire di questi soggetti: non c’è una riflessione, ma semmai un riflusso; meno che mai un obiettivo politico.
Diventa tempo sprecato tentare sommessamente di far notare che la geopolitica moderna si orienta in tre direzioni, a volte più per necessità che per scelta, e cioè l’aggregazione (l’UE, ma in un certo senso gli stessi USA e la stessa Cina, frutto dell’unione di cinque etnie molto diverse tra loro), i rapporti tra potenze egemoni e potenze soggiogate (cui consegue il fenomeno dei “paesi emergenti”, che non sono nulla più che Stati in via di emancipazione dalle potenze internazionali consolidate) e infine Paesi che, per autosufficienza di risorse, riescono a sopravvivere nel loro isolazionismo (la Norvegia, ad esempio).
Il Veneto (e come loro i tanto mitizzati scozzesi e gli altrettanto mitizzati catalani), posto che l’assurdo progetto di secessione si concretizzasse, non avrebbe né materie prime (miniere, in parole povere) né energia sufficiente a sussistere. Ma tutto questo sfugge (…) ai fini pensatori che hanno ideato il Tanko, e non è questo a muoverli.

È semmai la tragica ottusità figlia di una colossale ignoranza, non solo culturale ma anche sociale, politica, ontologica: non vogliono “terroni”, non vogliono “negri”, non vogliono i marocchini che vendono rose nei locali, gli zingari ai semafori, non vogliono le tasse, non vogliono lo Stato italiano inteso come i lacci e i lacciuoli che – lo sappiamo bene – hanno condannato al declino la storia recente d’Italia.
Obiettivi basici, dannatamente ordinari, quasi simbolico-estetici.
Già, non vogliono: eppure non sanno dove li porterebbe la strada che vorrebbero scegliere.

C’è un filo rosso che unisce tutti questi movimenti faciloni e distruttivi, questi bovari assieme ai forconi fino alla (più organizzata e – forse – più raffinata) massa dei M5S: rabbia, delusione, scoramento, voglia di catastrofe in senso quasi letterario, in modo da abbattere l’oggi e nella speranza che il domani, nato da queste ceneri, possa comunque essere qualcosa di meglio.
È dal 1994 – toh, guarda, dallo sbarco della Lega al governo – che il solo fatto di protestare assume valenza e peso specifico in politica: non importa quanto siano congetturali e raffazzonate le proposte, né addirittura che i presupposti da cui si prende la mossa siano semplicemente falsi. Uno protesta e ha diritto di esistere e di essere ascoltato già solo in quanto gorgogliante. Il mal di pancia al potere: non ha mai funzionato, ma tant’è.

Come tutte le rivoluzioni troppo facili, è destinata a perdere; il problema è che il disastro travolgerebbe non solo loro (che in un certo senso lo desiderano pure), ma anche quella massa in buona fede che per esasperazione e, mi ripeto, inconsapevolezza identifica nel contesto circostante l’unica responsabilità del fallimento (sociale, certo, ma senza dubbio spesso anche esistenziale). 
È per questo che bisogna combattere derive del genere. Non tanto con una mitragliata di custodie cautelari, ma con un lento, costante e organico programma di civilizzazione del nostro popolo.

Le istituzioni hanno il potere e la forza per elevare – nel giro di una decina d’anni – le prospettive e la capacità del popolo che devono governare. Diventeremmo più difficili da turlupinare, certo; ma almeno si inizierebbe, tra qualche tempo, a discutere di soluzioni serie, e non di blindati saldati alla carlona nel retro di un fienile, vaneggiando chissà quale prospettiva di indipendentismo, tra pane e salame e fin troppo abbondante Spritz.

Umberto Mangiardi

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