Tutti credono alla propaganda: come le fake news hanno vinto le elezioni

Anni fa era di moda Nonciclopedia, una parodia di Wikipedia assai virata sul nonsense: conteneva alcuni piccoli capolavori, come ad esempio la pagina “A nessuno importa”. Il concetto di “A nessuno importa” è utile per smascherare il primo luogo comune delle analisi politiche di questi giorni, ossia di “Risultato elettorale come conseguenza dell’azione di governo”.

In molto pochi hanno votato per quello che i governi della precedente legislatura hanno fatto. A nessuno importa di quello che hanno fatto il governo Letta I, Renzi I,  Renzi II, Gentiloni I.
Importa quello che la gente crede abbiano fatto, ed è una differenza sbalorditiva e terribile.
Dai tempi dell’antica Grecia si discute, con più o meno profondità di analisi, tra come la realtà è e come la realtà appare (o, più sottilmente, viene fatta apparire): l’applicazione moderna di questo dibattito antico – che passa dalla storiografia accomodante, dalla propaganda elitaria ottocentesca, da Goebbels e Černenko – è stata sublimata verso vette altissime dalla Casaleggio & Associati, straordinaria (detto senza alcuna ironia) manipolatrice di opinioni e gestore della tigre imbizzarrita della comunicazione via Internet.

Nel sentire comune – che è molto diverso dalle bolle social in cui vivo e vivono molti di noi – sono radicate una serie di certezze, instillate con una martellante campagna di mistificazione della realtà che ha colpito tutti i centri polarizzanti dell’area di centrosinistra. Una propaganda massiccia, violenta nei metodi e nei toni, che ha coinvolto principalmente Matteo Renzi, Maria Elena Boschi, Laura Boldrini – e finché ha avuto un ruolo politico-mediatico (più il secondo che il primo) Cécile Kyenge.

La maggioranza degli italiani è convinta che Matteo Renzi abbia rubato. Cosa non si sa, non è mai stato raggiunto da nemmeno un avviso di garanzia: ma Renzi ha rubato.  Così come è convinto che Maria Elena Boschi abbia “salvato Banca Etruria”, qualunque cosa ciò voglia dire; che il PD sia mafioso; che gli immigrati “li porti la sinistra” – quando il Trattato di Dublino lo ha invece firmato il Governo Berlusconi, e l’attuale legge che regola l’immigrazione sia la Bossi-Fini.

Attenzione, queste non sono solo convinzioni del cittadino medio, diffuse a mezzo Facebook tramite meme che ritraggono improbabili parenti dei politici suddetti assunti come dipendenti del parlamento con stipendi da capogiro pagati dal contribuente. Queste sono “verità” accettate in qualunque dibattito: in TV qualunque esponente pentastellato può fare riferimento agli “ultimi 20 anni di ruberie” e non troverete un solo giornalista – ma, paradossalmente, nemmeno un esponente di uno dei partiti messi sotto accusa – che interromperà e chiederà a quali ruberie si sta facendo riferimento.
Nessuno che proverà a far notare che tra Berlusconi (24 processi penali, alcuni dei quali prescritti solo grazie a leggi ad personam) e Renzi (un’indagine, forse viziata, a carico del padre) passa un oceano. Tanto tutti sanno che la percezione popolare è quella, e nessun fatto potrà cambiarla.

Lo stesso si applica all’emergenza sicurezza, che si confonde con l’emergenza immigrazione: l’IStat certifica che negli ultimi 20 anni omicidi, crimini e stupri sono enormemente calati. Gli omicidi addirittura del 75%.
Ma non vedrete nessuno schiaffare questo dato in faccia a Matteo Salvini o a Giorgia Meloni quando parlano di “italiani esasperati dalla mancanza di sicurezza”, perché, di nuovo, a nessuno importa dei fatti.

D’altra parte lo stesso abbiamo visto succedere in America, dove, nonostante i dati certificassero che la presidenza di Barack Obama aveva prodotto più occupazione, fatto crescere il potere di acquisto delle famiglie, e persino ridotto l’immigrazione illegale e il tasso di criminalità, la propaganda Trumpista riuscì a far passare l’immagine di un paese impoverito, spaventato e in preda ad una continua emergenza. Anche grazie ad uno stillicidio di fake news, che arrivarono a costituire il 40% delle notizie date dai siti internet e dai social media influencer pro-Trump.

(inciso doveroso: qualcuno potrebbe imputare questa percezione errata sulla sicurezza ad una classe giornalistica che non si fa alcuno scrupolo a mettere in prima pagina tutti i casi di cronaca nera nei loro dettagli più raccapriccianti.
Per quanto questo sia indubbiamente vero, alla resa dei conti è la domanda a determinare l’offerta, e quindi il pubblico affamato di morbosità a causare le scelte editoriali, e non il contrario)

propaganda anti renziÈ la post-verità di cui hanno parlato tutti, noi inclusi, che è un nome nuovo per un concetto vecchio: la propaganda. Una propaganda che ha radicato un odio viscerale per i personaggi coinvolti e per le loro correnti di riferimento, e che ha esasperato il sentimento popolare nei confronti di questi soggetti fino alle punte raccapricciati e ributtanti del mitragliamento di insulti imperterrito, impenitente e impunito nei confronti di Kyenge e Boldrini.

Questo, ovviamente, non è un paravento per le responsabilità politiche e personali dei singoli: Renzi ha sbagliato tutto, a cominciare dall’atteggiamento; la Boschi è stata ingenua, sprovveduta e sprezzante nel maneggiare la questione bancaria (che peraltro non le competeva); la Boldrini ha un approccio strepitosamente antipatico, almeno per chi scrive, e tende a concentrarsi su temi da radical chic con la cattedraticità dei radical chic; la Kyenge è stata oggetto (povera) di sfruttamento della sua immagine da parte del Governo Letta e ne ha pagato uno scotto eccessivo.

Ma se anche Renzi, Boschi, Boldrini e via dicendo fossero stati i politici migliori della storia umana (e ribadiamo che sono ben lontani dall’esserlo stati), nemmeno un miracolo eclatante avrebbe potuto consentire loro di non venire danneggiati dalla scientifica campagna d’odio di cui sono stati oggetto. Letteralmente scientifica: qualcuno si è seduto a un tavolino e ha applicato il web content marketing alla politica italiana, per poi beneficiarne.

propaganda anti boldriniDel resto, un’inchiesta del New York Times e di Buzzfeed dimostrò la pervasività di organizzazioni dedite alla propaganda e alla diffusione di articoli falsi e diffamatori (ne abbiamo parlato qui). Chiamarle “fake news”, questo inglesismo d’accatto, forse ha depotenziato il concetto di propaganda, e la forza mostruosa di questo strumento.
La controprova sta in Gentiloni e proprio nella Kyenge: una volta perso il suo scranno ministeriale, Cécile Kyenge è uscita dai radar della propaganda; Gentiloni è invece sempre stato giudicato inoffensivo dalle controparti, e non è stato oggetto di nessuna notizia inventata.
Risultato? Gentiloni aveva un consenso molto elevato, nonostante l’azione di governo.

C’è un’ultima considerazione, amara, che per onestà intellettuale tocca fare: per quanto in tutto il mondo diversi analisti, giornalisti e studiosi di comunicazione abbiano commentato e dissezionato il fenomeno delle fake-news e della società della post-verità che esse creano, al momento nessuno sembra in grado di proporre una soluzione credibile al problema. Alcuni paesi hanno proposto leggi contro la diffusione di notizie false, ma oltre agli ovvi problemi etico-giuridici che queste pongono (limiti alla libertà di stampa e via dicendo), non sembra essere l’approccio più efficace, visto che le notizie false vengono diffuse da utenze anonime e delocalizzate in luoghi fuori dalla giurisdizione della maggior parte degli Stati.
Altri ritengono che la soluzione consista semplicemente in una maggiore educazione del cittadino, fin dall’adolescenza, alla cultura del dubbio e del fact-checking, mentre altri ancora ritengono che il modello comunicativo dell’era di Internet richieda in generale un ripensamento delle attuali forme politiche.

Purtroppo, mentre noi discutiamo (anche noi in quanto redazione di Tagli Magazine, visto che le opinioni sono tutt’altro che conformi), i danni della post-verità, se non alla politica, quantomeno alla dialettica politica, sono più che mai evidenti.

Luca Romano
Umberto Mangiardi

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