Partito della Nazione o Partito di Renzi?

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Si è aperto un forte dibattito in seguito alla decisione dei parlamentari di Scelta Civica di confluire nelle fila del Partito Democratico. E fin qui niente di nuovo, nel PD se non si apre una crisi alla settimana non sono contenti.

Ci sono state le scontate accuse di trasformismo e gli altrettanto scontati richiami alla mancanza di vincolo di mandato; si è ricordato quanto la sinistra avesse criticato Scilipoti (eletto in Italia dei Valori, con Di Pietro e passato poi in maggioranza con Silvio Berlusconi e ora con Silvione, rieletto) e – d’altro canto – si è posto in evidenza come alla fin fine molti di quei parlamentari fossero già stati autorevoli esponenti del PD: costoro avevano appoggiato la disastrosa esperienza di Monti ed ora tornano a casa con le pive nel sacco. Le sopracitate dispute sono alquanto noiose, e oltretutto lasciano il tempo che trovano. Decisamente più interessante è invece cercare di immaginare i risvolti politici di tali transumanze. Com’è possibile che un partito possa accogliere indistintamente parlamentari provenienti da SEL, MoVimento Cinque Stelle e Scelta Civica?

Matteo Renzi ha risolto ex ante, diciamo così, la questione: ha pensato di fare proprio il concetto elaborato da Alfredo Reichlin, spostando l’obiettivo del PD dalla semplice contingenza della battaglia politica all’obiettivo “ontologico” di diventare Partito della Nazione. Renzi sostanzialmente ha declinato la teoria di Reichlin in modo da farla coincidere con la veltroniana “vocazione maggioritaria”. Peccato che, agendo in questo modo, l’idea di Reichlin risulti del tutto travisata. Nell’ottica del Segretario, infatti, l’obiettivo diventa “la maggioranza”, intesa sia come parlamentare che elettorale.

L’aspetto ideologico – ideale, se volete – viene meno: a causare la dissolvenza dei contenuti teorici è anche e soprattutto la disintermediazione tra leader ed elettore.In altre parole, Renzi, non ha bisogno (o almeno: crede di non aver bisogno) del Partito – il corpo intermedio – perché è in grado di parlare direttamente con gli elettori e indicare loro la rotta. Stanti così le cose, poco importa se vi sono radicali differenze di impostazione tra Gennaro Migliore (che fino a poco tempo fa aveva le posizioni classiche della sinistra radicale) e Pietro Ichino (un giuslavorista che – appunto – aveva adottato l’”agenda Monti” come possibile programma di Governo): entrambi confluiscono nel Partito di Renzi (o della Nazione).

Tuttavia questo modo di interpretare il concetto di Partito della Nazione è quantomai distante dall’intendimento di Alfredo Reichlin. L’ex dirigente comunista, un novantenne dalla lucidità incredibile, all’indomani dell’inaspettata (in termini quantitativi) vittoria del Partito Democratico alle elezioni europee, aveva rilanciato questa sua teoria della quale dibatte sin dal giorno della fondazione del PD. Una fondazione – va detto – che proprio dal punto di vista ideologico, appariva agli analisti come Reichlin alquanto confusa. Questo per dire che i “problemi” del PD hanno una radice antica, non sono qualcosa di portato da Renzi: lo diciamo per i compagni della mozione “prima sì che eravamo un partito”. Ad ogni modo Reichlin aveva “rilanciato” la sua idea di “Partito della Nazione” in chiave assolutamente opposta rispetto all’interpretazione personalistica data da Renzi. 

Rechlin aveva ovviamente sottolineato la straordinarietà del risultato alle Europee, ed aveva senza dubbio riconosciuto che tale risultato fu determinato dalle eccezionali capacità di Matteo Renzi. Ma aveva aggiunto: “lo straordinario successo personale non è separabile dal fatto che Renzi si è presentato come il segretario di quel ‘Partito della Nazione’ di cui discutemmo a lungo […] al momento della fondazione del PD”. Per Reichlin, dunque, il Partito Democratico ha stravinto le elezioni europee proprio perché si era dimostrato l’unico argine al populismo dilagante in Italia. Cosa detta più volte anche da un altro analista, Ilvo Diamanti, che a più riprese ha sottolineato quanto la vittoria di Renzi era stata frutto anche del “valore aggiunto” di essere un leader carismatico come e più di Grillo e Berlusconi, ma anche nell’essere portavoce di una tradizione politica “strutturata” come quella del Partito Democratico.

Questo poneva – e pone –  il Partito stesso di fronte alla responsabilità di svolgere una “funzione nazionale”, che nella pratica si traduceva, secondo Reichlin, come una missione di ricostruzione della fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni democratiche. Reichlin però non suggerisce mai, neanche per un secondo, di svolgere questa funzione nazionale attraverso una chiave ideologica neutra; semmai il contrario: invitava Renzi, di fatto neo leader della sinistra europea, a rilanciare i valori della sinistra, archiviando definitivamente le sciagurate logiche dell’austerità e della subalternità neo liberista al “mercato”. Insomma il Partito della Nazione dovrebbe – secondo Rechlin e, per quello che vale, anche secondo il sottoscritto – muoversi in un campo della sinistra.

Come vedete, dunque, le due interpretazioni del concetto di Partito della Nazione sono decisamente dissimili, quanto lo possono essere le storie dei due “interpreti”. Certo è che la prima che abbiamo descritto, quella di Matteo Renzi, ha una grande efficacia nel breve e medio periodo, ma rischia di essere disastrosa su quello lungo. Rischia di erodere quel vantaggio che aveva Renzi rispetto ai suoi competitor e cioè la tradizione di un partito “strutturato”, che non si esaurisce nel carisma del suo leader.

Domenico Cerabona 
@DomeCerabona
Per approfondire le tesi di Alfredo Reichlin 
//ideecontroluce.it/category/monografia/ottobre-2014/

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