Giustizia: perché un riforma non basta

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Vi sono due dati di fatto incontestabili: la riforma della giustizia è necessaria, e – rebus sic stantibus – può essere promossa solo dalla sinistra.
Una riforma firmata Berlusconi (o “il Condannato” – locuzione utilizzata per richiamare l’attenzione degli appassionati alla sezione “Giustizia e Impunità” del Fatto) sarebbe infatti deleteria e, per fortuna, impossibile.
Renzi non si è accontentato, e di riforme ne ha messe in atto due, ma solo una ha il famoso “cambiaverso” (ragazze e ragazzi pon-pon renziani di tutto il mondo: questa locuzione è per voi).

La prima prevede i soliti passaggi: atti governativi, navette in parlamento, iter burocratici. L’approvazione finale è per ora alquanto lontana, e – entrando nel merito – pare poco coraggiosa; questa battaglia è capitanata dal ministro Orlando, al quale auguriamo di riuscire a svolgere Bene (gioiamo assieme del doppio senso) il suo lavoro.
La seconda riforma guidata da Renzi (e da quella nuova sinistra riformatrice che i “comunisti delle tartine”, copyright Giulianone Ferrara, adorano definire “destra”) non prevede decreti legge, e a ben vedere non ha nulla di formale: è una battaglia culturale.

MagistraturaSpendiamo due parole sulla riforma del ministro Orlando che, come accennavamo prima, si presenta piuttosto inconsistente. Al Capo I e II del decreto legge troviamo i due “innovativi” metodi di accorciamento dei tempi della giustizia tramite lo snellimento del lavoro dei tribunali: trasferimento in sede arbitrale dei procedimenti civili pendenti e procedure di negoziazione assistita da un avvocato (forme di conciliazione non originali e spesso poco efficaci). 
Seguono disposizioni per la semplificazione dei procedimenti di separazione e divorzio, disposizioni per la tutela del credito e per la semplificazione e accelerazione del processo di esecuzione forzata. 
Chiudono il pacchetto le misure per il miglioramento dell’organizzazione giudiziaria.

Fuori dal decreto legge – “destinati al disegno di legge delega”, per dirla in politichese – troviamo i temi più delicati. Per dirla in un altro modo, tali argomenti non sono ancora stati affrontati: e allora, in che termini verrà elaborata la responsabilità civile dei magistrati? Come verrà affrontato il tema intercettazioni? La separazione delle carriere, di cui si è tanto parlato, sarà parte della riforma?
Mistero. Attendiamo lumi.

Ma è la seconda riforma a meritare un briciolo di attenzione in più della poca che tutti noi le tributiamo: essa si inserisce in quel percorso più ampio di rottura dei totem e tabù storici della sinistra, gabbie che in questi decenni hanno reso il PD – e i suoi antenati – incapaci di stare al passo coi tempi.
Un tabù radicatissimo, questo: il rapporto a doppia mandata della sinistra con la giustizia e la magistratura.

Renzi e le riformeFinalmente il PD mostra di volersi liberare dal caldo – ma letale – abbraccio della politica manettara, quella che condanna prima della sentenza.
Si riappropria del garantismo – che, giova ricordare, è storicamente di sinistra; rifà propria la presunzione di innocenza, smettendo di giocare con le (altrui) condanne in primo grado, e aspettando la sentenza definitiva per emettere il proprio giudizio morale; torna a essere inflessibile con quella parte della magistratura e dei politici – marginale, ça va sans dire – che si è presa gioco del labile confine tra politica e giustizia.

Questo nuovo atteggiamento vuole continuare a ritiene l’Istituzione indipendente, ma di certo non più intoccabile
Forse – se tutto va bene – siamo riusciti ad accantonare l’arroganza berlusconiana e il timore reverenziale di una certa sinistra. In ogni caso, senza questi due passaggi è impossibile gettare le fondamenta per un rapporto sano tra politica e giustizia.

Francesco Cottafavi
@FCPCottafavi 

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