Fassina: la parabola del bocconiano di sinistra

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Era il 2011 quando Fassina, tuonando in un’intervista diceva “Ichino? Rappresenta il 2%”. Sembra la sindrome di chi non sa stare in maggioranza: reagire con sfottò, facendo i bulli.

A maggio 2015 Fassina dichiara che è pronto ad uscire dal Pd, un Pd snaturato, di destra. Un Pd dove viene trattato con arroganza. Servirebbero pagine e pagine, papiri di fogli da riempire, per raccontare come Fassina sia riuscito a passare dal 98% ad agitare le braccia per tentare di essere notato (o almeno cacciato) da Renzi. 

Ma forse non servirebbe a niente, perché Fassina, come la maggior parte della minoranza Pd, crede di avere fatto tutto alla perfezione, e che le forze del male e di destra si siano impossessate del partito. Ma non è così. Certo, non è mai bello vedere compagni che si trovano a disagio nella propria “ditta”, ma fossi in Fassina una riflessione su questi anni la farei, partendo dal fatto che il ruolo decisionista non l’ha mai veramente avuto.

Sono venuto a conoscenza del personaggio Fassina a fine 2011. Allora non ero ancora militante, ma di lì a poco sarei entrato per la prima volta in una sezione. C’era il governo tecnico, la riforma Fornero, il pareggio di bilancio in Costituzione. Il Pd votò quasi compattamente perchè-ce-lo-chiedeva-l’Europa, ma da fuori il parlamento comparve un dottore in economia che, uno dei pochi allora, si scagliò contro Monti: era Stefano Fassina. Allora era responsabile economico del Pd, appena uscito da un’assemblea che sulla carta aveva incoronato la sua linea economica.

Mi stupì in positivo fin da subito: allora quasi nessuno tentava di criticare il governo dei tecnici, ma lui ci provò. Lessi numerose interviste, mi informai sulla sua storia. Mi emozionò il racconto di lui, giovane matricola della Bocconi che, davanti al rettore, salvò il suo corso di studi dalla cancellazione. Il rettore era Monti, e mi colpì questa storia di rivalsa, di rivincita, e di eterno ritorno. Un anno dopo lo invitarono alla festa del turismo a Milano Marittima, io ero sul palco con lui a intervistarlo. Mi piacevano molte delle cose che diceva, anche se fin da subito notai le sue incapacità oratorie. 

Io, che di economia non ci capivo e non ci capisco molto, apprezzavo comunque la sua sincerità, la sua critica. Avrei apprezzato anche la coerenza, se ci fosse stata. Dopo qualche mese si candidò alle parlamentarie di Capodanno, vinse con 10mila preferenze a Roma, e dopo la batosta di febbraio 2013, il Prodicidio e le dimissioni di Bersani, venne scelto come sottosegretario del governo Letta. Sottosegretario all’economia, e quindi sottosegretario di Saccomanni, il banchiere.

Inizia così la breve cavalcata dello Stefano bocconiano di sinistra, frantumatasi nel celeberrimo Fassina-chi. Onestamente non mi ricordo una sola cosa che fece Fassina al governo. E forse questo non è un problema della mia scarsa memoria, ma della scarsa comunicazione governativa di allora. So, come la maggioranza degli italiani, che Fassina non si dimise per motivi economici, politici, finanziari, ma per motivi personali. Di onore. Quel Fassina-chi bruciò così tanto, che lui ci lasciò con un “no, Matteo, io esco”.
E da lì in poi non ha mai risparmiato una critica a Letta e al suo successivo governo. Prima criticò il Letticidio, salvo poi votare la fiducia a Renzi. Poi criticò gli 80 euro, salvo poi votarli. Poi criticò il Jobs Act, che alla fine non votò. Scese addirittura in piazza con i sindacati, tutte le volte. E come non dimenticare le critiche all’euro, la teoria di uscita dall’euro che fino ad ora era rimasta solo argomento da blog di Grillo o da cabaret de La Gabbia

Ma la battaglia più seria, come tutta la minoranza Pd, l’ha fatta sull’Italicum, dove addirittura non ha votato la fiducia al governo. Renzi nel frattempo non lo citava neanche più, né lui, né Civati, che nel frattempo ha deciso di uscire dal Pd. Fassina invece no. Non ancora. Continua a lanciare minacce, spalleggiato dall’ex capogruppo Speranza – che dichiara: “se Fassina se ne va è un problema per tutti” -, ed è preso di mira dalle ironie renziani del web e anche da tantissimi opinionisti e giornalisti, tutti convinti che l’epoca di Fassina sia finita. È finito il Fassina che si gongolava sfottendo Ichino. È finito il Fassina che sfidava Monti. 

E onestamente penso che non sia neanche mai iniziato (tanto che la linea Fassina non è stata applicata neanche da Bersani). Qualche giorno fa, alcuni miei amici molto più a sinistra di me mi hanno lasciato una chicca: “ultimamente ci mettiamo le mani nei capelli se parlano due persone: Renzi e Fassina. Renzi perchè dice cose di destra, Fassina perchè dice cose imbarazzanti, da quanto livore ha”. E forse è così.

Ed è un vero peccato, perchè solo 4 anni fa aveva l’età e la strada giusta per fare tanto. 

Commerciale
@mirkoboschetti

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