Il caimano è ancora vivo

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Doveva essere Waterloo, somigliava molto più ad Austerlitz. O quantomeno a una di quelle scaramucce di poco conto, dove frange sbandate di eserciti in rotta provano a ferirsi per sadismo più che a battersi per orgoglio.
Finisce con un ghigno, il nemico che se ne va alla chetichella bofonchiando indicazioni metà confuse e metà sardoniche.
C’è chi dice che ha vinto, altri lo giudicano un pareggio. Ma segnando più di un gol, nella malabolgia di una trasferta organizzata: uno che mastica calcio da ancor prima di darsi alla politica, non può non sapere che questo è un vantaggio.
Soprattutto, nessuno dice che ha perso.

Le forche caudine erano state preparate a dovere: il nemico televisivo, già esautorato anni addietro; il folletto pignolo, la nemesi coltivata in seno (il Giornale di Montanelli è stato apertamente citato) che altro non aspettava che affondare il coltello nella viva carne; non una, bensì due giornaliste – tutti credevano – d’assalto, veline di sinistra pronte – anche qui, tutti credevano – a pizzicarlo su questioni femministe (o più semplicemente, di dignità della persona).
Il reporter declassato a cronometrista.
Soprattutto, una torcida santoriana al posto del pubblico, estremamente diligente: nessuno schiamazzo, ovazioni ridotte al minimo, disciplina rigorosa. Il Miedo Scenico ha fatto più male che bene ai padroni di casa: tanto convinti nel puntare sul contesto da tralasciare una accurata preparazione contro il nemico di sempre.

Santoro si era imposto di non sbracare, mantenendo un aplomb certamente non anglosassone, ma comunque lontano dalle moine carnascialesche cui ci aveva abituato da decenni; per due terzi di trasmissione c’era riuscito, pagando il pesantissimo scotto di una conduzione spuntata, priva di mordente, quasi compiacente. Un’umiliazione, per lui.
Parigi val bene una messa“, doveva aver pensato. Quello che aveva sottovalutato (e con lui, tutta la redazione) era l’avversario: coraggiosissimo (ma tutti sono convinti: disperato) nell’accettare un invito nella tana del lupo, sorridente e serafico nel dibattito, trash eppure ficcante nell’imitazione del nemico Travaglio.
Le sentenze snocciolate – mistificando, dato che restano condanne civili – sul groppone dell’avversario hanno colpito, e la resa generale è stata appena smorzata dalla candida confessione di “leggere una lettera scritta da altri” e dalla inqualificabile scenetta del fazzoletto che pulisce la sedia al momento di riaccomodarsi.

Il fallimento totale di Servizio Pubblico sta negli argomenti trattati: sembravano due vecchi attori che si rinfacciavano vecchi dispetti di scena.
Grandi assenti, come del resto in tutto lo squallido teatrino della campagna elettorale di questi giorni, i problemi del Paese reale, nonostante i servizi toccanti sugli operai lombardi ed i dipendenti Mediaset.
Berlusconi ha lottato come un leone: è riuscito a far ridere l’uditorio e Travaglio, ha calcato la mano sulla scarsa preparazione degli avversari (le “scuole serali” più volte tirato in causa), ha schivato l’unico fendente di Giulia Innocenzi, si è dimostrato una simpatica iena. 
Non poteva accadere niente di peggio.

Ora, sinceramente, ho paura: non che vinca, è difficile che l’elettorato ci ricaschi per l’ennesima volta. Ma teatrini come questo sono stati la fortuna del Silvio nazionale per due decenni: parte da sconfitto, esce – se non altro – imbattuto.
Il rischio che ottenga percentuali confortanti almeno per quello che riguarda il Senato ora è palpabile, rendendo vano il prevedibile trionfo a Montecitorio del Partito Democratico e gli spintoni di Monti e della sua corte dei miracoli.
C’è solo uno scenario peggiore del Berlusconi V: un Parlamento frastagliato, sinonimo di un Paese ingovernabile. Ce lo stiamo servendo da soli, sul piatto d’argento.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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