Parigi-Roubaix: l’inferno di pavé

Paris-Roubaix

Le facce sporche di fango, la pioggia che non manca quasi mai all’appuntamento e rende tutto ancora più difficile, la polvere che nelle giornate asciutte ti arriva negli occhi, una lunga teoria di facce indistinte ed urlanti che ti incitano, così vicine da alitarti quasi sul collo. C’è qualcosa di catartico e a tratti mistico nella Parigi-Roubaix, forse la corsa più epica del ciclismo. Una risalita verso la luce dagli inferi, verso la gloria.

Non a caso il nome più azzeccato per questa corsa è quello che hanno coniato i francesi, Enfer du Nord, ovvero Inferno del Nord. Perché questo è la Roubaix, un inferno, per quanto eufemistico. Fango, terra, polvere, sudore, fatica, dolore, ostacoli, insidie la rendono quasi una metafora della vita. Se vuoi ottenere qualcosa, bello mio, devi sudartela, devi soffrire.

La Roubaix è diversa da tutte le corse di ciclismo, perfino dalle sue durissime “cugine” come il giro delle Fiandre e la Liegi-Bastogne-Liegi, o l’Amstel Gold Race. È una regina, una regina spietata pronta, come la Turandot, a decapitare i suoi spasimanti al minimo errore.

Parigi-RoubaixNon è una corsa da tutti. Non tutti hanno le gambe per farla, pochi, pochissimi hanno le gambe per vincerla. Il pavé ti sfianca, mette a dura prova articolazioni ed equilibrio, richiede alla testa uno sforzo di concentrazione maggiore rispetto al più rassicurante asfalto. Ti aspetta al varco, è capace di tradirti quando credi di avere la corsa in pugno, nasconde insidie che possono farti perdere minuti preziosi e se è bagnato – perché alla Roubaix piove quasi sempre – diventa viscido, subdolo, infido. Per i francesi di quelle latitudini è un’eccellenza, coccolata e curata da un’associazione nata ad hoc, per i ciclisti è un lungo, maledetto segmento della strada verso l’Olimpo delle due ruote.

Tratti di pavé, tra Compiégne (dove inizia oggi la corsa) e Roubaix ce ne sono tanti, disseminati nei paesini che hanno visto, impotenti, calare nel 1940 i nazisti dal Belgio – villaggi con i tetti di ardesia, strade strette e spesso erte – ma due su tutti attendono come forche caudine il truppone dei ciclisti. La foresta di Aaremberg e il Carrefour de l’Arbre.

La prima è un lungo corridoio di pavè, stretto fra due filari di alberi altissimi. Un bosco che si chiude sulla strada, chePavè sembra inghiottirla e pare posto da briganti, da storie di folletti e troll. Il Carrefour è l’ultimo tratto del calvario, quello che ha spesso fatto la differenza, deciso le sorti di questa epica sfida. Due chilometri e una manciata di metri, l’ultimo tratto di pavé prima di arrivare a Roubaix, entrare nel velodromo, percorrere i giri di pista e tagliare, sfiniti, il traguardo. È il tratto più insidioso, pesante come l’ultima domanda ad un esame, come gli ultimi chilometri di una maratona, come l’ultima serie di chicane di un Gran Premio. Se passi quello l’Olimpo è più vicino. Chi è in testa al termine dei 2,1 km ha in pratica vinto la Roubaix; è anche l’ultimo tratto in cui gli inseguitori possono tentare un attacco prima di entrare negli ultimi tre km, i più facili nonostante la fatica accumulata.

La Roubaix è un’esperienza anche per chi la guarda, perfino da casa, perché in un certo senso ti riconcilia con quel ciclismo fatto di bici leggerissime, campioni preparati in laboratorio, doping e tecnologia dominante. Quelle facce sporche di fango, accecate dalla polvere, sfinite da un terreno ostile ti riportano, volente o nolente, al ciclismo dei nostri nonni, quando le biciclette pesavano poco meno di un uomo e la chimica non contava nulla. Contavano solo fibra e sacrificio.

Alessandro Porro

@alexxporro

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