Il Front National, le regionali e le differenze tra Italia e Francia

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La marea nera alla fine non è arrivata, i socialisti che governavano tutte le regioni meno una possono esultare per la vittoria della destra moderata e repubblicana.
Il Front National alla fine porta a casa zeru tituli come molti illustri commentatori hanno riportato, ma c’è veramente poco da esultare: con i 6,6 milioni di voti ricevuti il FN batte il suo record storico, quello del 2002, quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio fermandosi a 6,4 milioni di voti.
Marine Le Pen riesce a conquistare cosi: giovani, donne senza lavoro, pensionati, piccoli imprenditori, laureati sotto-occupati, quelli che Flavia Perina ha definito la settimana scorsa il nuovo Quarto Stato.

Il successo del FN più che merito di Marine Le Pen, è figlio delle politiche della coppia Valls-Hollande: il crollo del Partito Socialista è netto, perde nella storica roccaforte dell’Ile-de-France, passa da 12 regioni amministrate a 5, e la mappa del voto al FN è praticamente sovrapponibile a quella delle disuguaglianze che ci sono nel territorio francese.
Insomma il PS delude quella fetta di popolazione che era stata decisiva per l’elezione di Hollande.

Eppure Valls canta vittoria, come se la riedizione unilaterale del Front Republicain (in Corsica non ha retto portando a una vittoria storica i nazionalisti corsi) che ha permesso ai gollisti di strappare sette regioni ai socialisti possa cancellare la deludente presidenza di Hollande, nata per cambiare l’UE, o anche solo far dimenticare per un minuto le politiche del governo Valls, che per paura dell’ascesa del FN chiuse le frontiere a Ventimiglia, e ora hanno praticamente portato allo sradicamento del PS a livello locale.
Nemmeno Sarkozy può esultare, hanno vinto ma non convinto e in casa repubblicana si respira aria da resa dei conti con Juppè e Fillon pronti a defenestrarlo per la prossima candidatura all’Eliseo.
La Francia è l’ennesima dimostrazione di come in politica non esista il vuoto: se la sinistra non si occupa più di quella che era una volta la sua basa elettorale, questo vuoto viene poi occupato da altri, in genere dai vari populismi di destra e (molto raramente) di sinistra, che stanno mettendo in crisi il tradizionale assetto politico europeo.

Un ulteriore appunto andrebbe fatto per chi confonde per stupidità o malafede il sistema politico francese con quello italiano benedicendo l’introduzione del secondo turno come panacea contro il populismo.
La prima differenza è tecnica: il ballottaggio alla francese è in un sistema maggioritario in cui si vota una persona, non è un ballottaggio per il premio di maggioranza a una forza politica in un sistema a base proporzionale. L’accountability e il sistema d’incentivi che derivano per gli eletti son totalmente diversi nei due sistemi.
La seconda è politica: in Italia non abbiamo un solo fronte populista e antisistema, ma due. Da una parte la Lega Nord di Salvini, che già governa molti comuni e due regioni; dall’altra il Movimento Cinque Stelle.
Non abbiamo nemmeno una tradizione di fronte repubblicano. In effetti, a Livorno e Parma – dove si è eletto il sindaco al ballottaggio – non governano i “moderati”.

Raffaele Boninfante 

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