Le dieci parole che hanno segnato il 2013

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Nel momento in cui in redazione abbiamo deciso di setacciare il 2013, c’è chi è rimasto un attimo sospeso, imbambolato, mordicchiando il retro di una matita. Prima o poi ci faremo l’abitudine: man mano che passano gli anni e aumenta la velocità della comunicazione, veniamo raggiunti da un numero sempre più esponenzialmente impressionante di notizie.
Questo ci fa sembrare un anno più denso, più pieno di quello che ci appariva anche solo cinque anni fa. Non parliamo poi di quando facciamo il confronto con anni lontani, che non abbiamo vissuto o sono sepolti da una marea di avvenimenti, accavallatisi in una bulimia di date, fatti, impressioni, annotazioni.

Per questo, anche un gioco sciocco come “le dieci parole del 2013”, ci impone di confrontarci con una mole impressionante di dati, di materiale, di roba. È stato l’anno in cui sono morti Mandela, Andreotti e due Margherite: la Hack e la Thatcher; per la prima volta da Celestino V (1200) si è dimesso un Papa; abbiamo avuto le elezioni, le presidenziali, un secondo giro di primarie del Centrosinistra, per non parlare della dinamite nel Centrodestra; in Russia è caduto un meteorite sostanzialmente in diretta TV; abbiamo seguito con trepidazione le sorti del mondo arabo attraverso la drammatica prigionia del collega Domenico Quirico.
E queste son solo le linee più corpose. Perciò non vi arrabbierete se iniziamo la carrellata delle 10 parole del 2013 con…

Dudù

Il barboncino più famoso d’Italia risiede a Palazzo Grazioli, magione romana di Silvio Berlusconi. Batuffolo bianco tra le parole “Silvio” e “Pascale”, Dudù è alla ribalta delle cronache da diversi mesi: ci sono cascati tutti, dai giornali di proprietà come “Chi” – dove impazzano i servizi sulla bestia – a chi strumentalizza perfino il cane per attacchi a Berlusconi, che vorrebbero suonare tonanti ma si riducono ad essere grotteschi (due esempi? Il polemico blog dell’Espresso che segue tutta la vita di Dudù minuto per minuto e la sezione dedicata dell’Huffington Post).
Fatto sta che B. ha trovato un altro modo per far parlare di sé, peraltro con un mezzo sorriso. Tra qualche anno ci cadranno addosso azzimate dissertazioni su quella che si rivelerà come l’ultima trovata per stabilire una empatia con il pubblico, ma per ora la centrifuga è in atto, e ci siamo tutti dentro. 
Parafrasando Marx, “È finito il tempo della tragedia, è iniziato quello della farsa”.

Novosibirsk

Novosibirsk è il capoluogo di provincia della Siberia: in tale ridente cittadina risiedono quasi un milione e mezzo di abitanti, con una temperatura media annua di 0.2°C (questo significa che i 20 gradi medi di luglio vengono bilanciati da un letteralmente agghiacciante -20 continuo a gennaio).

gulagNovosibirsk è stata sovente citata con riferimento al gulag attivo durante la dittatura sovietica: il nome piuttosto evocativo le ha poi consentito di divenire, nell’immaginario facebookiano, la destinazione elettiva di tanti più o meno conclamati dissidenti dall’ortodossia comunista o presunta tale.
La nominano spesso e volentieri i simpatici e graffianti gestori delle pagine Facebook de L’Apparato e dei Marxisti per Tabacci, i quali pronosticano deportazioni appunto a Novosibirsk per quelli che non sono abbastanza grigi, non sono abbastanza composti, non sono abbastanza inflessibili, non sono abbastanza tabacciani.
In un biennio di primarie e di intemerate politiche del Centrosinistra, capirete che è stata una locuzione di facile uso (e abuso).

Resta da capire perché l’allusione “ti mando a morire in Siberia” provochi nell’uditorio un mezzo sorrisucolo, mentre invece nessuno si sognerebbe mai di apprezzare un “ti deporto ad Auschwitz”, frase che giustamente provoca un fremito di orrore. Ma un ragionamento del genere presuppone una intelligenza superiore di quella di cui disponiamo al momento, e perciò la lasciamo lì, nel Grande Cesto Delle Matasse da Sbrogliare.

Selfie

Dicesi “selfie” la fotografia con l’autoscatto realizzata per mezzo del proprio cellulare. La definizione, come spesso capita, banalizza e svilisce.
Grazie alle selfie l’uomo del 2013 ha avuto la possibilità di allargare la propria cultura in fatto per esempio di arredamento dei bagni, confrontando gli allestimenti delle più “in” discoteche di Milano ai più sgangherati lavabi della Trinacria.
Famosi, non famosi, potenti e ultimi della fila non resistono alla tentazione di tendere le proprie braccia, rovesciare il proprio smartphone e mettersi in posa – singola o di coppia o di gruppo – con smorfie metà trasgressive e metà ridicole.
Tra esse annoveriamo la “duckface”, la posa delle ragazze (che si ritengono) piacenti utilizzare per arrap… ehm, acchiappare like sui social network.

E se (da veri snob) pensate che sia un’abitudine da nipotini di Mediaset, da sottoproletariato televisivo, da Commandos Tigre di Maria De Filippi, è solo perché non avete visto Obama impegnato in una selfie alla commemorazione di Mandela.

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Forconi

Non sanno dove sono, non sanno da dove vengono e non sanno dove vogliono andare.
Avessero almeno dei numeri inutili ma precisissimi da presentare, sarebbero dei normali ingegneri. Ma non li hanno, e dunque sono i Forconi.
sciopero-forconi-torino-42Fuor di sarcasmo, con il termine Forconi si intende il movimento di protesta formalmente apartitico e disorganizzato che ha terremotato alcune città nella prima metà di dicembre. Essi si rifanno all’omonima rivolta dei Forconi a cavallo tra 2011 e 2012: in quel frangente, agricoltori, autotrasportatori, tassisti ed altre categorie paralizzarono la Sicilia con proteste e blocchi indiscriminati del traffico.

Recentemente, un’analoga operazione si è ripetuta a Torino, con modalità molto più cupe e con diversi episodi inquietanti, dalla presunta solidarietà delle Forze dell’Ordine alle minacce con cui pochi gruppuscoli di manifestanti hanno costretto i negozianti a chiudere.
I Forconi rivendicano un ritorno alla Lira, una nuova legge elettorale, tagli alla burocrazia, meno tasse ed un ricambio integrale della classe politica.
Non specificano né come né da chi: un tempo si parlava di fantasia al potere, oggi ci si accontenta della confusione.

Papi

L’ultima volta che abbiamo sentito questa parola, c’entrava Noemi Letizia; la penultima, Sarabanda.

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Niente di tutto questo, fortunatamente; molto più semplicemente, un evento epocale. A febbraio Benedetto XVI abdica, decidendo di rinunciare alla carica di Pontefice e di Vescovo di Roma. La sede diviene vacante il 28 febbraio alle ore 20, dando via alla procedura di elezione di Jorge Mario Bergoglio col nome di Francesco I.
Un’elezione-lampo, quella di Bergoglio: dal 13 marzo la Chiesa fa i conti con due Papi, per la prima volta dal 1449. Ma non è più tempo di cattività avignonese, né di laceranti lotte all’interno del magistero petrino.
Papa Francesco I e il Papa Emerito Benedetto XVI si lasciano fotografare mentre passeggiano nei giardini vaticani, in un quadretto di bucolica serenità.

Larghe Intese

Se due Papi non si vedevano da tempo, la rielezione di un Presidente della Repubblica Italiana rappresenta un inedito assoluto. È da lì che prendono il via le odiate e inevitabili “larghe intese”: Franco Marini viene silurato a un passo dal Quirinale, Romano Prodi impallinato dai 101 (sta’ buono, Pippo!), Stefano Rodotà invocato dalla piazza ma rigettato dal Parlamento.
Re Giorgio a quel punto prende la situazione in mano e acconsente alla più politica delle soluzioni: una toppa – forse peggiore del buco – per costringere il Parlamento ad uscire dall’empasse e dare vita al Governo Letta.
Così nascono le larghe intese, da una crisi isterica dei partiti risolta a ceffoni dall’unico vero uomo forte della politica italiana, appunto Giorgio Napolitano. Non si azzardi la cronaca a giudicarlo: purtroppo sarà compito solo della Storia.

Le larghe intese, tecnicamente, sono un compromesso. Due forze politiche di opposto orientamento convergono per attuare un programma comune. Si possono fare in due modi:

  • imposte da una carica istituzionale per risolvere lo sfascio di una forza di centrosinistra e il cerchiobottismo personalistico di una forza di centrodestra, in modo tale da favorire una tregua generale ed astratta e nella speranza che si vada a parare da qualche parte;

oppure

  • cercate e scelte dopo mesi di mediazione politica, accordandosi per iscritto non solo su cosa fare ma anche su come farlo, in modo da avere una grande maggioranza parlamentare ed evitare che il governo sia messo di volta in volta sotto scacco da piccoli gruppi isolati. Il fine di tutto ciò è accontentare le istanze irrinunciabili delle due aree più rappresentate e non arenarsi di fronte a inutili particolarismi, consci che lo Stato è un valore più grande dei capricci di questo o di quello.

Ora sta a voi capire quale descrizione rappresenta il modello italiano e quale rappresenta il modello tedesco (per chi non lo sapesse, le Larghe Intese le hanno pure loro).

Stage

“Forse mi assumono”, ecco la frase più sentita dal vivo nel 2013. Perché il problema non è solo la disoccupazione giovanile al 40% (oddio, in realtà già questo basterebbe…); il punto è che nel 60% di occupati figurano una miriade di stagisti, o comunque di assunti a tempo determinato quando non direttamente a progetto.
Lo stage è l’incubo di chi cerca lavoro: piuttosto che stare fermo, è bene accettare o non accettare un’offerta indecorosa in termine di rapporto prezzo/ore lavorative?

“Eh, ma forse mi assumono”.

Ci sarebbe così tanto da scrivere, polemizzare, arrabbiarsi, puntualizzare… che forse è bene fermarsi qui.

Decadenza

Quante volte ci hanno raccontato che l’arte è profetica? Nel 2011 Ivano Fossati pubblica il suo ultimo album, Decadancing, che contiene questa traccia.

Probabilmente Silvio Berlusconi non è un fan del cantautore genovese, né ha utilizzato questa colonna sonora il 1 agosto 2013, quando la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza di condanna a 4 anni di reclusione per evasione fiscale. Berlusconi diventa ufficialmente un pregiudicato, ma le cose non finiscono qui.
Infatti, Berlusconi occupa – pur frequentandolo poco – uno scranno al Senato, che inizia a traballare in forza della Legge Severino: si incomincia a parlare di decadenza, intendendosi con questo termine l’espulsione di Berlusconi dal Senato della Repubblica.

Infuria il dibattito tra costituzionalisti, parlamentari, esponenti di spicco di questo o quel partito. L’ultima spiaggia è il voto segreto, che teoricamente sarebbe costituzionalmente garantito.
Invece, una votazione parlamentare impone il voto palese: è la fine.
Mercoledì 27 novembre, sotto l’occhio delle telecamere, nessun franco tiratore si azzarda a discostarsi dalle linee di partito: chi deve votare contro, vota contro e protesta; chi deve votare a favore, vota a favore con qualche imbarazzo. Berlusconi è fuori, ma è fuori con una procedura non esattamente cristallina. Comunque la si voglia vedere, una brutta pagina.

Occupy

Era il 2011 quando si ebbe il primo “Occupy”: migliaia di giovani e meno giovani si riversarono allo Zuccotti Park di New York per manifestare più o meno pacificamente contro un certo modo di fare finanza.
occupy-pdDa allora, l’anatema occupy-qualcosa è stato lanciato tramite twitter per scagliarsi contro questo o quello. Ma non solo: è stato anche usato in modo autoironico, per sottolineare un coinvolgimento sempre maggiore dei propri seguaci.
Qualche esempio? Occupy-Fori Imperiali (contro la pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali a Roma), Occupy-Green Hill (contro il famoso canile-lager), Occupy-Deejay (contenitore della popolarissima radio) fino al più famoso Occupy-PD (e ce lo volevamo far mancare?), capeggiato dai capricci di Pippo Civati, indignato e rumorosissimo, dopo il siluramento di Romano Prodi nella corsa al Quirinale. Gli elettori, quelli “della bbase”, si sarebbero dovuti riappropriare del partito.
Non si sa se ci sono riusciti.

Omofobia

BRITAIN-RUSSIA-GAY-PROTESTDalla Russia con amore, ma solo di un certo tipo. Lo zar Vladimir I è alle prese con una drammatica crisi economica e sociale. La Russia è a catafascio, come capita spesso a quel Paese troppo grande e troppo complicato per potersi permettere una democrazia ordinaria.
Quando i governi autoritari devono gestire il malcontento, puntano tutto sugli istinti più immediati del proprio popolo. 
Nazionalismo, xenofobia, religione: se sei argentino, invadi le Falkland (e poi vieni mazzuolato); se sei russo, malmeni un po’ i ceceni e soffi sul fuoco dei dogmi ortodossi. 
Ecco il motivo della genesi di una legislazione estremamente restrittiva nei confronti dei diritti degli omosessuali.

La cosa ha provocato non poche reazioni, soprattutto in connessione con le prossime Olimpiadi invernali di Sochi 2014: diverse delegazioni diplomatiche hanno declinato l’invito a partecipare alla cerimonia d’apertura, Barack Obama ha pescato il Jolly decidendo di farsi rappresentare dalla meravigliosa Billie Jean King, campionessa del tennis anni ’60 e ’70 dichiaratamente omosessuale.
Ma non si creda che l’omofobia riguardi solo i russi: sarebbe il primo passo per peggiorare una situazione – la nostra – ancora lontana dalla perfezione.

Umberto Mangiardi 
@UMangiardi

Leggi anche: Le 10 parole che hanno segnato il 2012

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