Volevo scrivere della marcia dei profughi e invece devo fare i conti con un idiota

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Volevo scrivere un pezzo sulla marcia di quei poveri cristi che da Budapest hanno deciso di incamminarsi su un’autostrada qualsiasi con direzione Ovest.
Volevo farlo perché credo sarà un’immagine che di sicuro entrerà nei libri di storia, e probabilmente tra qualche anno ci farà anche un po’ vergognare.
Pensateci: non so voi, ma io, a piedi, non credo di aver mai percorso più di 15-20 chilometri consecutivi. E mi ha colpito immensamente vedere questo gregge umano proseguire a testa lievemente abbassata e con espressione neutra, mentre sul cemento delle autostrade dell’Est rallentano le monovolume e i furgoncini.

Esseri umani, eppure anche altro: in quella massa che si accalca ai bordi della striscia d’asfalto per non farsi investire io non riconosco uomini o donne. Riconosco solo volontà e disperazione.
Mi colpisce il non avere una meta: vogliono andare in Germania, in Austria, ma è una meta astratta, un traguardo senza un dove. Un traguardo qualsiasi, purché lontano da casa loro. Non posso capire cosa li muove, nessuno di noi può.

Per scrivere ho iniziato a documentarmi, sfogliando i reportage dall’Ungheria e guardando i video degli inviati speciali. È a questo punto che mi sono trovato costretto a cambiare argomento, disgustato come in tutta onestà non mi capitava da un sacco di mesi.
Sulla home di Repubblica un link porta a un video dal titolo “Budapest, quel che resta della lunga marcia“. Sono le immagini di una striscia di erba stretta tra le corsie ed un terrapieno sullo sfondo: è un fazzoletto di pianura ingombro di tutte le carabattole che la gente riesce a portarsi appresso quando scappa.
Ci sono scatoloni, ci sono buste di plastica, ci sono tende di nylon, ci sono stracci, vestiti, bottiglie. Ci sarà anche qualche pupazzo, o qualche flacone di medicine. Insomma, c’è l’indispensabile per sopravvivere.
È a questo punto che faccio un errore, e leggo questo commento.

 

M a quanti centinaia di migliaia erano?per fare tutto questo casino?

Non vorrei dare troppa importanza ad un idiota, né trarre conclusioni sociologiche affrettate in virtù di una frase con tre errori di ortografia su undici parole, ma sarebbe il caso di fermarsi, e forse anche di reagire.
Inquadriamo il contesto. Siamo di fronte a una scena biblica, un esodo in piena regola; siamo di fronte alla disperazione più nera e in generale a una cosa che tecnicamente ha le caratteristiche del genocidio – e non vorrei che tra qualche anno i corsi di diritto internazionale dovessero dire per gli Yazidi quello che oggi dicono per il Ruanda e per Srebrenica: “Scusate, ci siamo distratti cinque minuti“.
Stiamo parlando di centinaia di migliaia di persone in fuga da guerra e fame, e al netto del fatto che gli uni sono tutelati e titolati e gli altri (purtroppo) no, si dovrebbe partire dal punto che sono esseri umani in evidente e manifesta difficoltà.
Questo tizio invece parla dell’immondizia.

Il punto è che non penso sia un idiota isolato: che sia ignoranza naturale o indotta, che sia razzismo o semplicemente ottusità o ancora egoismo, non c’è il sentore di trovarsi di fronte alla classica mela marcia in un cesto immacolato.
Nella nostra quotidianità, uno che di fronte a un esodo immane si preoccupa del fatto che abbiano lasciato dei rifiuti a terra non è un’eccezione e nemmeno un incidente di percorso della legge dei grandi numeri. È parte di una percentuale, e ciascuno di voi in cuor suo sa che questa percentuale non è bassa.
Non so se è più grave non rendersi conto del dramma umanitario tout court oppure non riuscire a intuire che diverse centinaia di persone costrette a salire su una dozzina di autobus devono per forza mollare lì tutto quel che hanno appresso, anche solo perché materialmente quella roba nelle stive non ci sta, ma il comune denominatore di entrambi gli atteggiamenti è una pochezza umana a cui noi italiani siamo abituati, perché la incrociamo ogni giorno.

Ed ovviamente non è colpa di qualche entità o istituzione lontana e inafferrabile: la colpa è anche nostra perché – per pigrizia, quieto vivere o chissà cosa – non creiamo un contesto sociale in cui un modo di ragionare del genere suoni del tutto inaccettabile.
In un contesto sociale in cui è accettabile esprimere candidamente e ingenuamente il proprio egoismo, la propria grettezza e la propria limitatezza di vedute, è perfettamente normale che di fronte a una marcia disperata e commovente qualcuno si preoccupi della spazzatura.
E stia lì, sul greto del fiume, a contare quanti like sta per acchiappare.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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