Istruzione e Spesa /6: i dottorandi italiani

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Dopo esserci occupati dello stato dell’Università italiana dal punto di vista della competitività internazionale, dei costi e degli studenti, in questa puntata ci occupiamo dei dottorandi.

Intanto, cos’è il dottorato di ricerca? Il dottorato è un titolo accademico post-laurea, introdotto nel 1980 [1]. È un ruolo accademico intermedio tra il ruolo di ricercatore (o post-doc) e quello di studente.
O meglio, questo è quello che capita negli altri Paesi, dove per comodità di spiegazione si può descrivere il ruolo del dottorando come intermedio tra studente e dipendente: in Italia invece, nonostante lo stipendio (talvolta!) percepito, il dottorando è giuridicamente inquadrato semplicemente come uno studente.
La posizione di dottorando differisce dagli altri percorsi di studio per il fatto che quivi si svolge un ruolo di ricerca attiva; inoltre si è tenuti a seguire corsi universitari avanzati. Infine, può essere finanziato da una borsa di studio.

Abbiamo già visto nella scorsa puntata che la percentuale di studenti che dopo il percorso di studio intraprende il dottorato in Italia è il 2.1% [2], contro il 2.5% della Francia, il 5.2% della Germania, il 3% del Regno Unito.
Non sembra malissimo, ma c’è l’inghippo: tale percentuale è infatti calcolata sul numero dei laureati, che come abbiamo visto nella scorsa puntata in Italia sono assai minori rispetto agli altri Paesi europei.
Se consideriamo il numero totale di dottorandi, su 1000 abitanti [3] in Italia essi sono 0.6 (o, se preferite, ogni 10.000 abitanti ci sono 6 dottorandi): ce ne sono invece 1.1 per 1000 abitanti in Francia, 1.4 in Gran Bretagna, 2 in Grecia e 3.8 in Finlandia.
Anche il numero totale di dottorandi è preoccupante [3]: in Italia i dottorandi (su tutte le materie) sono 38.000, contro i 70.000 spagnoli e francesi e gli 85.000 del Regno Unito.
In altre parole, il numero di dottorandi spagnoli e francesi è il doppio di quelli italiani.

Un altro numero abbastanza preoccupante è quello che descrive la quantità di dottorandi stranieri: da noi sono solo il 10%, contro il 28% degli USA, il 40.9% del Regno Unito, il quasi 50% della Svizzera e il 16.6% della Spagna.
Questo è un altro segnale profondamente negativo: non abbiamo studenti che intraprendono il dottorato, gli italiani che lo intraprendono spesso vanno a farlo all’estero e non abbiamo un apporto di stranieri sufficiente a compensare gli emigrati (e tantomeno a compensare il “fabbisogno ipotetico” dell’Italia).

Qual è la ragione? Ovviamente non c’è una sola e singola causa: sicuramente non aiuta la penuria di corsi di dottorato in lingua straniera (inglese) [2], né il crollo verticale delle Università italiane nelle classifiche internazionali (ne abbiamo giusto parlato qualche settimana fa). Ma il fattore principale è la questione dei salari, delle poche borse disponibili e dei test d’ingresso.
L’unione di questi cinque fattori (ma ce ne sono anche altri…) scoraggia sia gli studenti italiani sia quelli stranieri a venire in Italia.

In particolare, se analizziamo gli stipendi, possiamo renderci conto di una serie di circostanze: nella galleria a lato dell’articolo trovate due grafici. Il primo è tratto dal dal Report Eurodoc 2011 [3] e riporta lo stipendio mensile medio di un dottorando nei Paesi europei.
Qui bisogna prima fare una premessa: in certe nazioni il dottorando è equiparato ad un lavoratore dipendente (e quindi percepisce un salario su cui deve pagare sopra le tasse); in altre il suo stipendio è sotto forma di borsa di studio (e quindi è esentasse). 
Nel grafico in questione, (S) vuol dire salario e (B) borsa. Come si può vedere, tra i paesi presi in considerazione dal Report, l’Italia si piazza al terzultimo posto come compenso, prima di Portogallo e Polonia.
Nel secondo grafico della galleria (una elaborazione ADI) si tiene conto invece dello stipendio corretto sul costo della vita (tasse incluse): l’Italia come possiamo vedere è penultima dietro la Polonia.

Parliamo di cifre: lo stipendio mensile medio di un dottorando in Italia è di 1.035 euro, in Gran Bretagna è di 1.360 euro, in Francia di 1.500 euro, in Germania di 1.840, in Svizzera di 4.100 (!).
Non fossilizziamoci sull’Eldorado elvetico: in realtà, la differenza tra l’Italia e la Gran Bretagna (di fatto, una delle mete preferite dai dottorandi italiani, incluso il sottoscritto) è di 300 euro al mese. Ci giochiamo una marea di ricercatori per una differenza di 3.600 euro all’anno.

L’altro grave problema è poi quello dei dottorandi senza borsa. Dall’Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario [4], il 39% dei dottorandi italiani non percepisce alcuno stipendio, contro il 17% dei dottorandi d’oltralpe [5], il 24% dei dottorandi tedeschi, il 9% dei dottorandi svedesi e finlandesi e l’appena 3% dei norvegesi.
Inoltre, in certe università italiane, i criteri di assegnazione della borsa non sono solo sulla base del merito, ma si basano anche sul reddito: se si ha un reddito individuale maggiore di una certa cifra, non si ha diritto alla borsa di studio.
Dunque abbiamo pochi dottorandi rispetto agli altri Paesi, non ne attraiamo a sufficienza dall’estero, quasi tutti i corsi di dottorato in Italia sono solo in Italiano, i dottorandi italiani sono quelli pagati meno rispetto agli altri Paesi europei e il 39% di essi (che è una tra le medie più alte di tutta Europa) è senza stipendio. Favoloso.

Un’altra difficoltà è costituita dagli esami di ammissione: il dottorato in Italia viene assegnato tramite bando di concorso pubblico, le cui modalità vengono stabilite dalla commissione.
Il più delle volte si tratta di prova scritta e prova orale, previo versamento di tassa per l’esame (che è variabile, ma di solito si attesta sui 70 euro): a noi può apparire normale, ma provate a spiegare ad un inglese che deve pagare per avere anche solo la possibilità di lavorare (gratis). Beh, avrete più fortuna nel tentare di convincerlo di guidare a sinistra.
Ovviamente il tutto si svolge con i tempi (eterni) dei concorsi italiani: spesso il bando di concorso esce a giugno-luglio e scade dopo un mese, la prima prova è ad ottobre, l’orale a dicembre e la proclamazione dei vincenti è a gennaio.
In pratica, se uno si laurea a luglio deve aspettare quasi 6 mesi per poter iniziare il dottorato (e deve passare l’estate a ripassare per l’esame di ammissione).

Nelle università estere, invece, è il professore che mette a concorso la borsa di studio e sceglie personalmente chi prendere.
Potrà sembrare un rituale che favorisca nepotismi vari o favoritismi, ma paradossalmente non è così: i fondi spesso sono privati e/o di organizzazioni governative, e se il progetto non viene completato in tempo chi ci rimette è sia il professore (in credibilità) sia lo studente (perché può essere respinto all’esame di dottorato, con tutte le conseguenze del caso).

Alessandro Sabatino
@Ondaanomala1

 [1] Legge 21 febbraio 1980, n. 28

[2] Education at a Glance 2013, OECD

[3] Terzo Rapporto ADI, Associazione Dottorandi Italiani

[4] Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, CNVSU, 2011

[5] Rapporto Eurodoc 2009

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