Pacific Trash Vortex: le isole di spazzatura galleggianti

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Si narra che il nome “Oceano Pacifico” sia stato dato da Fernando Magellano durante la traversata del suddetto, dallo Stretto di Magellano alle Filippine. Il nome deriva dal fatto che trovò questo mare incredibilmente calmo.

A ripensarci oggi era un nome molto poco azzeccato: ogni anno vari tifoni si abbattono contro le coste filippine, cinesi e giapponesi; a causa dell’alta sismicità dell’area gli tsunami sono un grosso pericolo per tutte le coste bagnate dall’Oceano Pacifico e causano migliaia di morti. Se un ipotetico viaggiatore volesse dare un nome nuovo a questo bacino, non ci sarebbe nome più appropriato che Oceano Spazzatura.

Già, perché ormai l’Oceano Pacifico, a causa dell’idiozia umana è passato da essere un paradiso in Terra che ispirò e ospitò Paul Gauguin alla più grande discarica a cielo aperto del mondo. E non solo: i suoi meravigliosi atolli sono stati usati dall’uomo per testare le sue armi più potenti, sacrificando pezzi di paradiso solo per pura ostentazione di forza.

E partiamo proprio da questo: dai test nucleari nell’Oceano Pacifico. L’oceano  detiene il  poco invidiabile record di area geografica che ha visto più nuvole a fungo di ogni altro posto del mondo, a partire da quelle due date che resteranno per sempre scolpite nella mente di ogni uomo: 6 agosto 1945 e 9 agosto 1945. In quei drammatici giorni furono infatti sganciate le bombe atomiche che distrussero Hiroshima e Nagasaki. Furono le prime di una lunghissima serie: nel pacifico fecero i loro esperimenti americani (atolli di Bikini, Enewetak) e in uno di questi esperimenti distrussero l’isola di Elugelab  poi gli Inglesi che usarono l’Australia e le sue isole e infine i francesi che scelsero la Polinesia Francese per sperimentare le loro bombe che trasformarono gli atolli di Mururoa e Fangataufa da delle perle di quello splendido oceano a delle lande desertiche, senza più vita.

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L’atollo di Enewetak prima dell’esplosione di Ivy Mike, la prima bomba H mai esplosa.

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Ancora oggi molti di questi atolli sono completamente disabitati: la popolazione che li abitava era stata trasferita in altri atolli limitrofi; molti di loro contrassero il cancro e morirono. Ancora oggi, quasi 15 anni dopo l’ultimo test nucleare Mururoa è circondata da navi militari francesi che vietano l’accesso a chiunque.

Ma forse non è questa la più grossa aberrazione umana ai danni dell’Oceano Pacifico. L’oceano detiene infatti un altro triste primato; quello di essere la più grande discarica del mondo a cielo aperto, anche a causa del sistema molto particolare di correnti .

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A causa di ciò si è venuta a formare negli anni un’immensa isola di spazzatura, chiamata Pacific Vortex Trash o Great Pacific Garbage Patch, una chiazza galleggiante che ha un’estensione variabile: dai 700.000 km2 (il doppio della superficie italiana per fare un paragone) ad addirittura 10 milioni di km quadrati (un’area grande quanto la Cina). E in questa gigantesca chiazza troviamo tutti gli scarti della costa Ovest degli Stati Uniti e del Giappone che si vanno a concentrare tra il 135° e il 155° Ovest e il 35° e il 42° Nord.

All’interno è la plastica a farla da padrona: si stima che il 98% di queste isole sia composta da plastica. Alcuni scienziati hanno previsto che questa isola potrebbe formarsi anche nei prossimi anni nell’Oceano Atlantico.

Il 20 maggio 2013  è partita una spedizione francese dalle coste della California per studiare scientificamente e per tracciare i confini di quello che ormai gli oceanografi di tutto il mondo chiamano il “Settimo continente”, o meglio come fu battezzata dall’oceanografo Charles Moore “zuppa di plastica”.

La plastica è uno tra i fondamenti della civiltà, deriva dalla produzione del petrolio ed è usata ovunque, dal confezionamento dei prodotti ai nostri vestiti, agli spazzolini per denti, ai copertoni delle macchine, ai sacchetti (che vengono scambiati per meduse soprattutto dalle tartarughe, provocandone la morte  per soffocamento).

Ma la plastica ha due grossi difetti: in acqua ha un tempo di degradazione eterno (una bottiglia di plastica ci mette circa 1000 anni per degradarsi completamente) e che in presenza di luce dà origine a dei processi di fotodegradazione e non di biodegradazione: infatti la plastica si disintegra in pezzettini sempre più piccoli fino a che quello che rimane non è più degradabile in nessun modo. Questo fa sì che la plastica entri in circolo nella catena alimentare, a partire dai pesci piccoli e dalle meduse che scambiano queste microplastiche per zooplancton, il loro cibo abituale. Una ricerca americana del 2001 ha evidenziato che nell’acqua marina nella zona del Pacific Trash Vortex il rapporto tra microplastiche e zooplancton è di 6 a 1 e questo rapporto è destinato a crescere in modo drammatico.

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Parte di questi rifiuti sono finiti sulle coste americane durante il maremoto giapponese del 2011, ma dagli ultimi studi sembra che l’area sia comunque aumentata ancora e che aumenterà ancora nei prossimi anni. Con buona pace dell’umanità.

Alessandro Sabatino

@twitTagli

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