In parole povere: cosa cambia se si taglia l’IRPEF invece che l’IRAP

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In questi giorni è in discussione un taglio di 10 miliardi delle tasse. Appena il Presidente del Consiglio ha annunciato di voler effettuare questa (piccola) sforbiciata si è immediatamente aperto il dibattito su come e dove tagliarle.
Sono due le scuole di pensiero: qualcuno dice che andrebbe tagliata l’Irap, altri che andrebbe invece tagliata l’Irpef. Proviamo a capire meglio le differenze.

L’Irap è una tassa pagata dalla aziende (S.p.a., S.r.l. ma anche la Pubblica Amministrazione, attività commerciali, produttori agricoli: insomma un po’ tutti quelli che “producono” beni o servizi) in base al loro fatturato (notare: parliamo di fatturato e non di guadagni).
Cosa che è importante notare, capiremo meglio dopo perché, è il fatto che – per ragioni troppo complesse da spiegare – l’Irap aumenta in base al numero di dipendenti di una società (o di un ente). Per capirci: tra due aziende, a parità di fatturato paga più Irap l’azienda che ha più dipendenti.

L’Irpef invece è una tassa sulle persone fisiche, ed è una tassa di tipo progressivo (più alto è il reddito più alta sarà l’aliquota da applicare per il calcolo della tassa). Sostanzialmente la pagano tutti i cittadini italiani escluse alcune fasce di meno abbienti che sono nella cosiddetta “no tax area”.
Siamo nel classico caso in cui il Governo deve decidere di influire nell’economia sul lato dell’offerta (chi produce) o sul lato della domanda (chi consuma).

PREGI – I sostenitori del taglio dell’Irap sostengono che in questo momento le aziende italiane sono in piena crisi: un taglio delle tasse gravanti sul loro fatturato darebbe loro “respiro” in un momento – che dura da qualche anno – di difficoltà.
Inoltre – ricordate cosa vi ho fatto notare poco fa – riducendo l’Irap è possibile che le aziende siano incentivate ad assumere, non dovendo temere un aumento della tassazione che conseguirebbe in caso di nuovo personale.

Chi invece vuole che si intervenga sull’Irpef, vorrebbe – va da sé – che il taglio si concentri sulle aliquote basse, cioè sulle famiglie a basso reddito. Questo taglio sostanzialmente metterebbe nelle tasche di milioni di famiglie qualche euro in più, in un momento in cui quasi tutti stanno facendo enormi sacrifici per far quadrare i conti famigliari. 
Tale sollievo porterebbe un aumento dei consumi che avrebbe un effetto positivo sull’economia italiana e quindi anche sulle aziende di cui sopra.

DIFETTI – Entrambe queste due posizioni hanno chiaramente delle potenziali falle, proviamo ad enunciarle.
Molti sostengono che la drammatica crisi in cui ci troviamo sia tutta nel lato della domanda – appunto – e cioè sulla capacità delle famiglie di spendere. Dunque con il taglio dell’Irap le aziende potrebbero fare qualche investimento e ritornare a produrre, ma le famiglie resterebbero comunque in una situazione di difficoltà: a questo punto, chi comprerebbe questi nuovi beni prodotti? Ergo, un taglio dell’Irap sarebbe un placebo per un malato terminale.

Le critiche al taglio dell’Irpef invece si basano principalmente su due punti. Il primo è che si tratta di una cifra che, divisa per tutti gli aventi diritto, sarebbe veramente esigua: essa darebbe poco sollievo alle famiglie italiane, non smuovendo per nulla l’economia italiana.
Il secondo riguarda la bilancia commerciale italiana: noi importiamo molto dall’estero, e dunque il rischio è di “regalare” alle aziende straniere i soldi così faticosamente rimediati.

In queste sede non siamo in grado di dipanare la matassa. Una sola cosa è certa: essere salomonici sarebbe un errore gravissimo. Dividere questi famosi dieci miliardi per accontentare tutte e due le “fazioni” sarebbe quasi come buttarli via.

Domenico Cerabona
@DomeCerabona

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