Grecia: le ultime manovre sul palco della tragedia europea

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Europe puts Greece on eBay”, così – in maniera satirica e dissacrante – scorre una finta headline della Fox News in un memorabile episodio della sitcom animata The Simpsons. Era il 2012, ma quest’orientamento irriverente è attuale e contestualizzabile nei nuovi scenari di politica economica che si stanno muovendo sullo scacchiere europeo.

Pedine di tale scacchiere sono gli esponenti del nuovo governo di Atene, Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis, rispettivamente premier e delegato alle Finanze, cui si contrappongono re, come Mario Draghi, e regine, come Angela Merkel, e altri tra alfieri e cavalli (in parte di razza).
Per torre, la nuova Eurotower: siamo nell’Ostend francofortese, sede della BCE. Da qui è partito il primo intoppo alla realizzazione del sogno del nuovo corso storico della Grecia. Anche se i soliti maliziosi pensano che l’avvertimento della BCE ad Atene sia stato dettato da Berlino.

Andiamo con ordine. Le cronache internazionali hanno presentato l’immagine di una Grecia, alla vigilia delle elezioni politiche del 25 gennaio scorso, disgregata sul piano sociale a causa della crisi economica: in questo sfondo, il 36,5% dei votanti – impoveriti e sfiduciati – ha trovato la propria valvola di sfogo in un voto di massa alla Coalizione Sinistra Radicale (Syriza), attrezzatasi con un programma politico ed economico di indole marxista, che ha catturato i cuori feriti e le pance affamate dei greci.
Il merito è soprattutto di Alexis Tsipras, leader di Syriza, che ha attirato i suoi compatrioti con una linea politica anti-UE (anti-austerity, sarebbe più corretto dire dire); ma più di tutto ha solleticato la pancia degli elettori attraverso proposte catalizzatrici di consensi: salario garantito di 750 euro al mese, riesame della contrattazione collettiva nazionale del lavoro, sblocco delle case pignorate e finite all’asta, trasporti ed utenze gratis per alcune categorie e molto altro.
Il programma politico di Syriza si era già raccontato nelle idee proposte per propagandare la lista L’Altra Europa con Tsipras all’elettorato europeo nel maggio del 2014. Il programma, in sintesi, condannava la «cultura neoliberista» di quell’Europa, dove «le sovranità sono andate evaporando», perché distrutte da «mercati incontrollabili», in cui si è assistito «all’erosione delle democrazie ed alla prevaricazione di superpotenze che usano il nostro spazio come estensione dei loro mercati e della loro potenza geopolitica».

Appena eletto, il Primo Ministro ellenico ha intrapreso, con il suo ministro economico Varoufakis, un tour tra i leader dei Paesi europei (creditori della Grecia) e i rappresentanti dell’odiata Troika, nel frattempo impavidamente dichiarata morta. L’idea di Tsipras era quella di riuscire ad ottenere, forte delle sue capacità persuasive che l’hanno portato alla vittoria, la benedizione degli uomini di quella Finanza che ha pensato di sfidare.
Facilmente, l’idea era di patteggiare l’accordo finanziario con un “accordo di solidarietà”. Non si trattava, come avevano suggerito gli analisti della situazione politica, solo di chiedere una dilatazione temporale delle scadenze: sul tavolo Varoufakis ha mischiato le carte e proposto idee nuove – di ingegneria finanziaria – che però avevano come fondamenta il richiamo ad una strategia del tutto diversa.
Insomma, Atene parla di un’esigenza di solidarietà europea; i creditori ci vedono un rischio di insolvenza.

Contrariamente alle attese, le azioni delle prime settimane del nuovo governo greco non sono sembrate un contrasto energico alla UE, come sperato dai suoi sostenitori e i suoi supporter stranieri (anche tra la sinistra-sinistra italiana e tra chi tifa per il fallimento tout court dell’idea di Europa), ma piuttosto una chiara dimostrazione della superiorità dell’Unione e, paradossalmente, anche della non-morta Troika.
Il tour europeo degli “uomini greci senza cravatta” non è servito a trovare un punto di convergenza con i loro interlocutori.
Anzi, Tsipras e Varoufakis hanno (consapevolmente, stiamo vedendo in questi giorni) sparato alto, tra richieste di rinegoziazione totale del debito e velleitarie pretese sui debiti di guerra – pretese chiaramente offensive nel momento in cui vengono avanzate su tavoli ufficiali di trattativa. 

Perciò, sul fronte europeo (in questo caso, tedesco) si è messa in atto una politica diversa, di anticipo rispetto ad ogni possibile iniziativa minacciata da Tsipras.
Il neo premier greco deve sapere che il suo ruolo comporta di dover gestire gigantesche responsabilità storiche, cui non può reagire che con realismo, al netto di ideologie o progetti post-comunisti.
Deve accettare, perché il suo Paese vada avanti, la necessità guardare al di fuori dei confini nazionali; non può precludersi la via del mondo europeo ponendosi in dichiarato antagonismo, con l’atteggiamento di chi provoca e sfida.
Anzi, mai come adesso è la Grecia stessa ad aver bisogno del dialogo.

Per dare un senso all’Europa futura, un’Europa utilissima alla stessa Grecia, politica ed economia vanno sì modificate dall’interno, ma sempre coerentemente alla prospettiva europeista stessa.
Il difficile, quindi, dell’esecutivo di Tsipras starà nel realizzare ognuna delle sue singole promesse facendo parallelamente i conti con i finanziatori pubblici e privati. Rischia molto, il premier ellenico: sa che potrebbe deludere il suo elettorato, ora infervorato dalla vittoria e convinto (illuso?) di vedere la luce.

Le Banche greche, finora, avevano presentato i titoli del debito pubblico per ottenere prestiti da Francoforte, contro le stesse regole della BCE: dal prossimo 11 febbraio, la Banca Centrale non accetterà più i bond ellenici come garanzia per concedere credito.
Cosa vuol dire e perché c’era bisogno di questa decisione?
La Grecia ha palesato l’intenzione di non rispettare i patti, chiedendo perfino ulteriori prestiti; di fronte, la Troika e le sue parti hanno sottolineato come la Grecia sia già stata destinataria di misure assistenziali molto più generose rispetto ad altri Paesi assoggettati a vincoli.
Per la BCE in campo c’è l’italiano Mario Draghi, difensore dell’Euro e della sua stabilità: è pur sempre l’uomo del ‘whatever it takes’, ossia delle misure non convenzionali per salvaguardare la stabilità dell’area-Euro. A lui e al suo Consiglio è andato il duro compito di mettere Tsipras con le spalle al muro. Intervento che il ministro Padoan definisce ‘opportuno e necessario’.

Si cerca ora una soluzione condivisa: il Direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale Carlo Cottarelli ha espresso “la disponibilità dell’FMI a parlare con Atene”; l’11 febbraio è stata poi convocata una riunione straordinaria dell’Eurogruppo, con all’ordine del giorno la situazione della Grecia.
L’esigenza è di evitare la soluzione violenta dell’uscita di Atene dalla moneta unica europea. Questo significherebbe una catastrofe per la Grecia, una sconfitta per l’Europa e un dramma per i creditori. Tutto questo nei limiti temporali imposti dalla scadenza del programma di assistenza finanziaria per la Grecia: 28 febbraio 2015.
È una sfida dell’Europa e dei suoi figli. Un capitolo che mette a dura prova la profonda costituzione politica, tanto voluta da chi “l’Europa” l’ha immaginata come obiettivo finale da raggiungere, e non solo come unione sovranazionale. Sta all’Europa evitare di mostrare (altri) suoi limiti.

Pietro Ferraris 
@twitTagli

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