Il Trono di Spade e le resurrezioni televisive: chi, quando e che rischi comportano

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Se c’è una cosa che odio al mondo, è il meccanismo dominante del clickbait virtuale. A partire dallo scorso lunedì mattina, siamo stati bombardati da articoli, post, commenti, approfondimenti e annunci che non si limitavano a fare il loro mestiere, ovvero offrire un punto di vista su un argomento.
Al contrario, tentavano disperatamente di convincerti ad aprire il loro link, e nel farlo mettevano in pratica qualcosa di molto più lesivo che “spoilerare”: anticipavano lo spoiler, nascondendosi dietro la presunzione di non avere rivelato niente, se non un canonico “Non immaginerete mai cosa è successo nel blablabla”. 

Ecco, non vogliamo immaginarlo. Questo genere di giornalismo virtuale, dal blog di Grillo in su, dovrebbe semplicemente sparire dalla faccia della terra che abitiamo e per questo motivo i primi due paragrafi del mio articolo non parlano assolutamente di quello di cui voglio parlare. 

Vi avvisano. Se non siete aggiornati sugli ultimi sviluppi de “Il Trono di Spade” non andate avanti nella lettura, perché in questo articolo sono presenti spoiler.
Che non è esattamente come uccidere qualcuno, ma fa comunque girare le scatole quando qualcuno ti rovina un’attività solo per il gusto di farlo.
Io vi ho avvisato. 

 

La scorsa settimana Game of Thrones ha riportato in vita Jon Snow, rispondendo alla domanda che milioni di lettori si ponevano dal 2011 (anno di uscita dell’ultimo romanzo della saga di George R. R. Martin, che si concludeva con il medesimo cliffhanger che chiude la quinta stagione). 
Per anni, i lettori dei romanzi hanno trascorso la lunga attesa per il capitolo successivo elaborando teorie sul “se” e il “come” il loro protagonista sarebbe potuto tornare in vita dopo essere stato brutalmente pugnalato dai confratelli guardiani della notte.
Se dovessi riassumere le teorie più popolari, credo che nell’ordine sarebbero queste:

  1. La sacerdotessa Melisandre riporta in vita Jon Snow, come un altro personaggio con simili poteri aveva fatto un paio di libri prima. 
  2. Jon trasmette la sua coscienza all’interno del suo “lupo domestico” Ghost e trascorre il resto della sua vita nei panni di un grosso lupo albino. 
  3. Jon viene rianimato dalle fiamme della pira sulla quale i suoi amici intendevano bruciare il corpo, rivelando la sua identità segreta di Targaryen. 
  4. Jon viene rianimato dal re dei White Walkers e trasformato in una specie di “White Walker senziente”. 

Alla fine della fiera, la serie televisiva ha seguito la più credibile delle strade e si è rivelata meno inaspettata o sconvolgente di quanto Game of Thrones ci ha abituato ad essere.
Il bello dello show di Weiss e Benioff è sempre stata la capacità di scuotere e ribaltare le aspettative, sovvertendo la struttura elementare di un fantasy e soprattutto dimostrando di dare un peso alla morte: l’esecuzione capitale di Ned Stark alla fine della prima stagione è un momento seminale della storia della televisione, segna l’introduzione di un mondo in cui nessuno, nemmeno il più protagonista dei protagonisti, è al sicuro. 

La rinascita di Jon Snow, in questo senso, è una parziale smentita di questa dichiarazione d’intenti, che sicuramente trae le sue origini dalle scelte narrative stabilite da tempo da Martin: Jon Snow muore e risorge perché ha senso che lo faccia, e probabilmente già in questa stagione scopriremo il segreto della sua storia e del perché il trapasso sia solo un momento di cambiamento e crescita del suo personaggio. 

Dal punto di vista della percezione del tuo pubblico, giocare con il concetto di uccidere un personaggio per poi riportarlo in vita equivale quasi a “barare”; in particolare se la cosa non è stata costruita in modo credibile o soddisfacente.
In sostanza, è difficile far digerire una scelta del genere se prima non hai fatto una cosa tanto apparentemente semplice quanto fondamentale: un set-up, una “promessa”; il seme dell’idea di resurrezione che viene almeno accennato nel corso della tua storia. 
Fortunatamente per Game of Thrones, l’idea di personaggi che tornano dall’al di là era stata introdotta a partire dalla stagione 2 attraverso la storyline di Thoros e di Beric Dondarrion. 
“Chiiiiiiiiiiiii?”, direte voi.
Appunto: Il Trono di Spade ha giusto quei 57.000 personaggi di cui ci si deve ricordare, e anche un elemento in teoria “sconvolgente” come la resurrezione rischia di perdersi nel calderone narrativo generale.
Ma, anche se non ve lo ricordate, sappiate che il set-up c’è.
È lì. 

Si potrebbe poi discutere di quanto quel preciso momento, il primo, nuovo, respiro di vita di Jon Snow alla fine del secondo episodio sia stato “guadagnato” dagli autori. E forse la risposta non sarebbe così positiva: i colpi di scena non hanno solo bisogno di un set-up, ma anche di una “costruzione” che permetta un coinvolgimento tanto intellettuale quanto emotivo.
Il concetto di “colpo di scena a caso ogni 10 minuti” è tipico di un altro genere televisivo, ovvero la soap-opera, e particolarmente frequente anche nella fiction italiana (la regola aurea degli sceneggiatori Rai e Mediaset: un colpo di scena ogni 10 minuti). 
Al di là di ogni riflessione sul valore del Game of Thrones attuale, che a mio avviso resta comunque un prodotto notevolissimo, la mia paura è semplicemente che la creatura di Weiss e Benioff si stia più o meno rapidamente trasformando in un generatore automatico di colpi di scena, dove ogni sviluppo drastico e improvviso della trama non è guadagnato fino in fondo (o in certi casi, come quello della storyline di Dorne, non è guadagnato affatto).

 

Soap-opera a parte, esistono precedenti illustri di grandi “resurrezioni televisive” a cui è accostabile la più recente ne Il Trono di Spade?

 

 

1. Sherlock Holmes – Sherlock

Il finale della seconda stagione, nel quale Sherlock si buttava dal tetto di un palazzo e si sacrificava per salvare la vita ai suoi amici, è stato scritto interamente per programmare il suo “ritorno dalla morte” attraverso un gioco stilistico di aspettative, teorie, strizzatine d’occhio e tributi alle fan-fiction più o meno dichiarati.
Nel caso della miniserie della BBC, la resurrezione del protagonista è diventata una divertente e divertita matassa di sceneggiatura da sbrogliare senza mai prendersi troppo sul serio. 
La scelta di spiegare il ritorno dalla morte “senza mai spiegarlo per davvero” balla sulla sottile linea di confine che separa il “brillante” dal “paraculo”, ma a noi Sherlock piace così.
Tant’è che gli autori si sono praticamente ripetuti alla fine della terza stagione, suggerendo allo spettatore un improbabile ritorno di Moriarty. 

 

2. Buffy (2 volte!) – Buffy l’Ammazzavampiri

C’è chi si prende poco sul serio e tratta il proprio personaggio come il “burattino nelle mani del grande dio/demiurgo sceneggatore”, e chi invece cerca di usare un teen-drama coi vampiri per riflettere sul concetto di elaborazione del lutto. Buffy, la liceale-eroina con il potere di picchiare fortissimo i demoni, è morta addirittura due volte nel corso di sette stagioni.
Nel caso della sua prima morte, alla fine della stagione 1, si trattava di un “colpicino di scena” in mezzo all’episodio per alzare la tensione e le “conseguenze” di un’eventuale vittoria del cattivo.
La “seconda morte” (e conseguente resurrezione) di Buffy, alla fine della quinta stagione, è invece un momento di un lirismo pacato e di una tenerezza quasi “epica”, che consegna alla serie momento importantissimo per fare crescere la sua protagonista. La resurrezione di Buffy è genuinamente “guadagnata” sul piano narrativo, tanto grazie all’approfondimento psicologico sui personaggi di contorno e sulle conseguenze che la vicenda ha per ognuno di loro, quanto all’idea che Buffy sia stata di fatto “strappata via dal paradiso”, e che il ritorno in vita sia in realtà quasi una violenza contro di lei.
Tutto questo all’interno di un telefilm “per ragazzini”.
Vale sempre la pena ricordarlo, ma Buffy resta un manuale su cosa davvero significhi saper scrivere per la televisione. 

 

3. John Locke – Lost

L’altra faccia della medaglia, quella che più sinceramente si avvicina al concetto di “televisione come grossa soap opera dove tutto è permesso”, è rappresentata dall’immancabile Lost di J. J. Abrams. 
Ricordo ancora che all’epoca non presi benissimo, ma fui comunque piacevolmente colpito dal “coraggio degli autori”, dalla morte di un personaggio amato come Locke, forse una della “anime” della serie e comunque uno di quelli su cui il lavoro di approfondimento psicologico era stato migliore e più convincente. La sua morte appariva dolorosa e “guadagnata”, un pugno nello stomaco: era tutto quello che una morte televisiva deve essere. 
Il suo successivo ritorno in vita, nei panni dell’incarnazione umana di quel grosso non-sense che era l’Uomo in Nero e il mostro di fumo, mi è parso decisamente meno guadagnato: uno sviluppo narrativo degno di “Intralci” (ma ve lo ricordate “Intralci”?), dove i personaggi tornano dall’aldilà a caso e in realtà poi si scopre che sono i loro alter-ego cattivi.
Pessima televisione in uno show che ha fatto la storia ed ha progressivamente perso di senso logico. 

Davide Mela

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