Gone Girl – L’Amore bugiardo: il miglior film di David Fincher?

Gone20Girl20Trailer20Movie20HD20Wallpapers2051.jpg

Gone Girl (L’Amore bugiardo nella traduzione italiana), diretto da David Fincher, è finalmente uscito nelle nostre sale il 18 dicembre, con 3 mesi abbondanti di ritardo ma in un ottica di contro-programmazione natalizia che ho trovato, per una volta, molto azzeccata. 
È il primo film da un sacco di tempo a questa parte di cui sento di poter fare una recensione approfondita ed esaustiva, forse perché avverto Gone Girl come il vero “film/evento” di quest’anno.
Più di Interstellar, più dei supereroi, più degli Hobbit attendevo con trepidazione il ritorno di un autore che ho sempre amato infinitamente negli stessi territori di intensità drammatica e algida freddezza di messa in scena che avevo riscontrato in opere come Se7enZodiac e The Social Network

Dopo gli ultimi due lavori, il già citato Social Network e l’adattamento americano di The Girl with the Dragon Tattoo, Fincher sembra avere trovato una poetica visiva definitiva: immagini splendide e meticolosamente costruite, scene che sembrano quasi affreschi di porcellana in movimento… e un interesse per le emozioni e il sentimentalismo prossimo allo zero. 
La fotografia, curata dal partner storico di Fincher Jeff Cronenweth, rappresenta forse l’apice della sua carriera.
L’illuminazione degli spazi interni è praticamente ipnotica e il lavoro fatto sul personaggio di Rosamund Pike è senza precedenti. 

 

La prima cosa da dire su Gone Girl è che un film freddoÈ quasi paradossale, ma si tratta di uno degli elementi più affascinanti e ammalianti di un’opera perfettamente consapevole del senso di atarassia che esercita.
In questo senso, la partnership con la scrittrice Gillian Flynn, autrice del romanzo di cui il film è adattamento ma anche della sceneggiatura dello stesso, è praticamente perfetta e funziona sotto ogni singolo punto di vista. La narrazione si muove melliflua tra i due punti di vista come la partita a scacchi tra due giocatori che devono decidere la reciproca morte o sopravvivenza. 
La seconda, esaltante collaborazione artistica che da tre film caratterizza il cinema di David Fincher sono le musiche originali di Trent Reznor e Atticus Ross, forse i compositori più interessanti che lavorano oggi in America.
Lo score è sottile, poco invadente ma incredibilmente efficace: l’atmosfera che scaturisce dal tappeto sonoro di Gone Girl è quella di un’angoscia crescente e di un malessere appena nascosto sotto lo zerbino di una vita di coppia perfetta. 

D’accordo. Ce l’hai menata con quanto ti è piaciuto. Ma di cosa parla esattamente Gone Girl?
Ecco, non ve lo posso dire.
Non completamente.
Qualsiasi recensione che abbia letto di Gone Girl mi ha in qualche modo rovinato a parole l’esperienza del film: in realtà si tratta di una storia dall’impianto piuttosto classico, un thriller il cui mistero e rivelazioni rientrano nell’ordine che va dal “credibile” al “prevedibile”.
Meglio non parlarne troppo, perché non è questo il punto. Gone Girl non è un mistery

Certamente, ruota intorno alla vicenda di un uomo (Ben Affleck) che reagisce alla sparizione della moglie e all’accusa di averla assassinata. Analizza in maniera illuminante l’aspetto di “baraccone mediatico” che caratterizza casi di cronaca nera come quello narrato dal film, e la gestione delle informazioni nel proprio vendersi a un pubblico e a una massa circostante. 
Dipinge un tragico, glaciale affresco personale dove non esistono buoni o cattivi: l’umanità è un tragico insieme di “consumatori” e voyeuristi, per la quale la verità appresa osservando uno spioncino è più concreta e materiale della giustizia. 

Ma più di tutto, Gone Girl è una satira feroce delle dinamiche del rapporto di coppia
In questo senso, il film farà forse arrabbiare per l’indulgenza che sembra nutrire verso il personaggio interpretato da Ben Affleck, complesso, articolato e umano ma non certo positivo; allo stesso modo, le scelte fatte dagli autori e le svolte narrative evocheranno implicitamente suggestioni di misoginia e provocheranno letture controverse di ciò che in realtà il film vuole comunicare. 

Proprio per evitare incomprensioni e cattive interpretazioni, penso sia opportuno chiamare il film “satira”: lo è sotto molti punti di vista, a partire al livello più superficiale della riflessione sulle insidie del “discorso pubblico”, fino all’eccezionale messa in scena di un terzo atto cattivo e liberatorio, che conclude in una luce maligna e tragicamente ridicola il discorso iniziato sull’amore, le relazioni, e la famiglia. 

Oltre che satira, Gone Girl è anche un esperimento di storytelling. La freddezza a cui mi riferisco è una deliberata scelta di interpretazione e messa in scena.
Ben Affleck è un marito sconvolto e devastato che sorride educatamente con un ghigno idiota di fronte alla telecamera.
Rosamund Pike è spietatamente asettica e intangibile, e nel volto degli interpreti tutto avviene a un livello radicalmente interiore, quasi annullato a livello espressivo. 
Sul piano delle performance, Affleck non è mai stato così potente e convincente. Si può senza problemi parlare di miglior lavoro che abbia fatto in carriera su un personaggio, e Fincher è incredibilmente astuto nello sfruttare le sue debolezze “fisiche”, come la scarsa espressività e l’indelebile aura da ragazzone americano medio che si ritrova. 

Gone Girl è una rappresentazione disturbante e asettica dell’idea di “coppia”. È la  cronaca di un assalto psicologico e mediatico, messo in scena con l’intenzione di rivolgersi espressamente alle dinamiche dominanti della società americana e dei suoi mezzi di comunicazione.
Più di ogni altra cosa, è il film più maturo e meno “pop” di David Fincher. 
A fine dicembre, le persone sono solite stilare le loro classifiche.
Non so ancora chi siano i miei attori del 2014, le mie sceneggiature preferite o film che metterei in cima alla lista. Ma quest’anno credo di sapere chi è il mio regista preferito. 

Davide Mela
@twitTagli 

Post Correlati

Leave a comment

Devi essere loggato per commentare.