Suburra: colpo di scena! È uscito un bel film italiano

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La parola-chiave di questo articolo è “finalmente”. Finalmente l’industria cinematografica italiana tira fuori un bel film di genere, pieno di azione e personaggi interessanti. 
Finalmente gli interpreti si mettono al servizio del materiale di partenza, e non viceversa.
Finalmente, un regista e un team di scrittori affrontano temi di scottante attualità con coraggio, attributi e contemporaneamente con la chiarissima intenzione di intrattenere: non solo un saggio di storia e politica, ma tette, pistole e atmosfere da noir. 

Finalmente posso stare zitto e smetterla di rompere i maroni con i discorsi su quanto faccia schifo il cinema italiano. Non fosse che il 22 ottobre esce Game Therapy. E allora vallo a spiegare alla gente che ci sta anche Stefano Sollima a lottare per noi. 

Suburra non mi ha reso felice solo perché, a conti fatti, è un gran bel film. Mi ha reso felice perché è un cazzo di miracolo termodinamico: un evento talmente raro da essere considerato impossibile.
Esempi di miracoli termodinamici in natura: l’ossigeno che si trasforma spontaneamente in oro; una legge irreversibile della fisica microscopica; un assist di tacco di Giuseppe Vives durante la finale di Champions; un bel film di genere italiano esce nelle sale. 

A quest’ultima categoria appartiene Suburra di Stefano Sollima, scritto da Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini.
Li cito tutti perché mi fa piacere farlo.
Perché mannaggia, non sarà il capolavoro che molti dicono, ma è un film scritto bene e diretto meglio, con momenti crudi, drammatici e da pugno nello stomaco.
È un gangster movie dalla confezione impeccabile che sfiora la denuncia politica in più circostanze, arrivando a rappresentare l’aula del Parlamento italiano lungo coordinate temporali precise: gli ultimi giorni del governo Berlusconi, novembre 2011.  

Chi scrive non è un grande fan di Gomorra: La serie. Si tratta però di un prodotto televisivo parecchie spanne superiore alla media italiana, come del resto la serie di Romanzo Criminale (entrambe opera di Sollima).
In questi due prodotti e nell’esordio cinematografico di ACAB si intravede già tutto il potenziale di un autore che non ha più voglia di fare il solito, sterile cinema impegnato.
Non si rassegna all’idea di racimolare i fondi per lo sviluppo dal Ministero e l’assegnazione della sua idea a “opera di interesse culturale”, con la pancia piena e le sale vuote. 
Sollima si è visto Breaking Bad e The Wire, e ha capito che l’Italia aveva uno sconfinato potenziale inespresso. Nessun regista suo coetaneo era giunto all’inevitabile realizzazione che sì, I Centi Passi e La Meglio Gioventù vanno benissimo, ma non è che possiamo stare qui e fare finta che il commissario Montalbano sia la risposta europea a Walter Hill. 
Bastava prendere un libro del 2013 e concludere la più elementare, ma dimenticata delle equazioni. Se vuoi fare cinema di genere in Italia sei a posto. L’Italia è un grosso gangster movie. Basta aprire una pagina a caso di un libro di storia. 

Il cinema italiano di oggi non dimostra praticamente mai la capacità di leggere i tempi, raccontare il Paese e l’epoca che sta attraversando. Con buona pace di tutta l’autorialità spicciola alla “racconto la crisi facendo una buffa commedia con Abatantuono”, non c’è nessuna Margherita Buy che tenga.
Se vuoi davvero fare cinema di denuncia, dove contenuti e coraggio sostituiscono perbenismo e paura di offendere qualcuno, devi avvicinarti al genere.
E, quando dico genere, intendo Pierfrancesco Favino che si scopa le minorenni strafatto di crack. 

Suburra è l’adattamento di un libro del 2013 e racconta le vicende di uno scontro tra famiglie criminali nella Roma del 2011.
In quei giorni il governo Berlusconi IV stava cadendo e il Papa stava dando le dimissioni: il libro di De Cataldo illustra personaggi e situazioni che prendono diretta ispirazione (o addirittura prevedono) gli eventi del sistema di Mafia Capitale, esploso all’attenzione pubblica verso la fine del 2014. 
In Suburra, tra i protagonisti vi sono il Samurai di Claudio Amendola (diretto riferimento a Massimo Carminati della banda della Magliana), e la famiglia di zingari/romanacci degli Anacleti, a cui è praticamente impossibile non accostare i Casamonica. 

Favino interpreta un parlamentare coinvolto in uno scandalo sessuale con escort e minorenni, e Alessandro Borghi un boss di Ostia, il cui municipio è stato sciolto per mafia in agosto 2015.
Il personaggio di Amendola è capofila e garante di un progetto imprenditoriale che riunisce le principali famiglie criminali di Roma, la politica corrotta, la mafia del Sud Italia e il Vaticano.
Non mi ricordo molti esempi di prodotti di intrattenimento che si permettono di avanzare l’ipotesi che la Chiesa Cattolica sia uno dei pilastri del sistema di criminalità organizzata che regna in Italia.
Suburra non si fa alcun problema a mettere in relazione tra loro un tagliagole rom e un cardinale, suggerendo che in fondo sono praticamente la stessa cosa. Scusate se è poco.

 

Anche per il più incallito dei detrattori del cinema italiano (cioè me) è impossibile non restare impressionati di fronte alla capacità di Suburra di fare solido cinema e allo stesso tempo leggere il presente, indagarlo e offrire un ritratto privo di compromessi, doverosamente spaventoso.
Spesso i giudizi che emette non sono particolarmente profondi o illuminanti, ma è rinfrescante sapere che esiste la possibilità di formularli.
Nello specifico: Roma è più nella merda che Gotham City senza Batman.
Ci sono talmente tanti poteri occulti che è quasi impossibile farne una ricostruzione precisa.
Non ci illudiamo che la politica possa cambiare le cose, anzi la politica è parte del problema.
Il Vaticano è in rapporti di amicizia e collaborazione con la mafia. 

Per essere onesti: il mio giudizio sul film è innegabilmente alterato da una profonda sensazione di sollievo e gratitudine. La verità oggettiva dei fatti è che non si tratta assolutamente di un capolavoro, ma solo di un bel film (ed è già tanto).
La colonna sonora, piena di brani non originali degli M83, è ingombrante e gestita male.
La pioggia torrenziale che domina il 90% del film è una metafora troppo facile e banale per potere essere del tutto digerita. Va bene che si doveva passare il concetto che Roma è una fogna a cielo aperto, dove alla fine i tombini sgorgano di marciume. Va bene che l’acqua è il segno di un’apocalisse che ci farà sprofondare tutti nel Tevere… ma è un eccesso di ingenuità che tiene il film su un livello “soltanto buono”, e non eccellente. 

Allo stesso modo, Suburra contiene al suo interno le migliori interpretazioni di attori italiani che abbia visto da parecchio tempo, come quelle di Amendola, Greta Scarano e Adamo Dionisi.
Favino è solido ma a volte troppo “urlato”, mentre come al solito sopporto decisamente poco un modo di recitare come quello di Elio Germano: teatrale, isterico e fastidioso, il suo personaggio è anche quello scritto peggio.
Poi Germano ci mette del suo, come il fatto che quando fa cinema impegnato automaticamente deve avere i baffi. A me i baffi di Elio Germano stanno sulle palle. Ma mi rendo conto che non sia rilevante sul giudizio finale. 

 

Alla fine della fiera, non è solo importante che Suburra sia un bel film. Non è nemmeno così fondamentale sapere che finalmente mi è piaciuto un film italiano.
Quello che dovremmo portarci a casa dal lavoro di Stefano Sollima è che il cinema di genere ha riportato in Italia non solo qualità artistiche, ma soprattutto interesse commerciale: ha permesso alla serie di Gomorra di fare numeri straordinari nella distribuzione internazionale, ha attirato investitori che prima non si erano mai visti e ha convinto il colosso Netflix a puntare tutto su di lui e comprare a scatola chiusa un Suburra: la serie, segnando il primo, importante ingresso del nostro Paese nella programmazione televisiva del futuro (quella Video on Demand). 
Come ho scritto all’inizio, la parola-chiave è “finalmente”: Suburra, con i suoi pregi e difetti, è un lumicino di speranza che i miracoli termodinamici ogni tanto avvengano davvero, e che non viviamo in un mondo monopolizzato da Game Therapy

Davide Mela
@twitTagli

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