Rick & Morty: un cartone animato sta salvando il mondo

L’ironia postmoderna e il cinismo diventano un fine a se stesso, una misura di raffinatezza del sentimento e di abilità letteraria. Pochi artisti hanno il coraggio di provare a parlare dei modi per lavorare in direzione di una redenzione di ciò che è sbagliato, perché appariranno sentimentali e ingenui a tutti gli ironici fiacchi.
L’ironia è passata dal liberare allo schiavizzare.
C’è qualche grande saggio da qualche parte che parla dell’ironia come la canzone del prigioniero che è arrivato ad amare la sua gabbia.
In Rick & Morty, l’acclamata serie di animazione creata da Dan Harmon e Justin Roiland, si fa spesso riferimento a un tema non tipicamente presente in una comedy da 20 minuti a episodio: la ricerca esistenziale di un senso nella vita, l’universo e tutto quanto.
Quindi capita che in un episodio un personaggio scopra di essere venuta al mondo per errore, frutto di una gravidanza indesiderata dei suoi genitori, ed entri in crisi fino a chiedersi se esista davvero un senso nella sua vita.
La risposta del fratello, nel tentativo di consolare quel personaggio, è il racconto di un’esperienza tanto traumatica da manifestare la rivelazione interiore che “nessuno esiste per un motivo, nessuno appartiene in nessun posto, moriremo tutti. Vieni a sederti con noi davanti alla tv”.

Morty: «Lì, lì fuori, c’è la mia tomba!»
Summer: «Un momento, cosa?»
Morty: «In una delle nostre avventure, Rick e io praticamente distruggemmo tutto il mondo, così salvammo quella realtà e arrivammo a questa, perché in questa, il mondo non fu distrutto e in questo eravamo morti. Quindi siamo venuti qui, e… e… e abbiamo seppellito noi stessi e abbiamo preso il loro posto. E ogni mattina, Summer, faccio colazione a venti metri dal mio corpo in decomposizione».
Summer: «Quindi… non sei tu mio fratello?»
Morty: «Sono meglio che tuo fratello. Sono la versione di tuo fratello di cui ti puoi fidare quando dice “Non correre!”. says “Don’t run.” Nessuno esiste per un motivo, nessuno appartiene in nessun posto, moriremo tutti. Vieni a sederti con noi davanti alla tv»
Rick & Morty, Stagione 1 ep. 8
Rick & Morty è davvero una serie cinica e nichilista?
Cosa intende David Foster Wallace quando parla di televisione come massima espressione di postmodernismo e “ironia ingabbiante”?
Cosa c’entrano le ultime due domande l’una con l’altra?
Non lo so.
Ma se state leggendo questo articolo, mi viene in mente che, come me, anche voi possiate essere fan del geniale cartone animato che racconta le avventure di Rick, l’essere più intelligente dell’universo, e suo nipote adolescente Morty. Se così non fosse, la cosa più importante da ricavare da questa lettura è il consiglio spassionato di recuperarne la visione: Rick & Morty è disponibile (miracolosamente anche in italiano) in posti come Netflix o Adultswim.com o in generale ovunque su internet.
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In Italia la serie scritta da Dan Harmon e Justin Roiland non ha ancora sfondato come si deve: da noi ha sicuramente lasciato un impatto maggiore l’ottimo BoJack Horseman, che con Rick & Morty condivide l’ambizione a riflettere su qualcosa di realmente rilevante e profondo, sulla condizione umana e in generale sul senso della vita in un mondo dal quale ci si sente alieni. In un caso i personaggi sono animali antropomorfi, nell’altro il cuore pulsante di ogni avventura sono un nonno geniale e un nipote socialmente inetto, maschere deformate dei Doc Brown e Marty MCFly di Ritorno Al Futuro.
Il motivo principale per cui mi sono innamorato di Rick & Morty deriva dalla mia passione per la fantascienza speculativa e surreale: praticamente ogni episodio contiene al suo interno almeno un “high concept”, la struttura narrativa prevede un numero virtualmente infinito di spunti e possibilità diverse per costrutti fantascientifici che mescolano una fantasia estrema con una costante ricerca del nonsenso e del ridicolo tipica del medium del cartone animato.
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Rick & Morty
Il prodotto a cui Rick & Morty è stato più frequentemente paragonato è Futurama, ma non vi è molto in comune né con il prodotto di Matt Groening né con altri prodotti suoi contemporanei: da South Park a Family Guy, la regola aurea della serie televisiva di animazione è la totale stasi temporale, l’inconsistenza (crono)logica secondo la quale Maggie Simpson sarà sempre un neonato e non ci saranno mai conseguenze alla follia distruttiva delle avventure di Peter Griffin: i personaggi non reagiscono alle “lezioni di vita” che ricevono ma restano le intangibili marionette di un burattinaio apatico.
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Questo genere di “ironia cinica” è proprio quella più volte citata e “condannata” da David Foster Wallace, in particolare nel trattare dell’effetto negativo che l’attuale tendenza al Postmodernismo avrebbe nell’arte e nell’intrattenimento.
L’autoreferenzialità, il relativismo, il cinismo e l’ironia esasperata sarebbero tutti aspetti del generico aggettivo “Postmoderno”.
“Nobody exists on purpose, nobody belongs anywhere, everybody is gonna die”: è cinismo, quello presente in Rick & Morty?
Forse, ma non è “cinismo postmoderno” nel senso in cui lo intende David Foster Wallace.
La serie segue con una cadenza tipicamente da sit-com, da “avventura della settimana”, le esplorazioni intergalattiche e inter-dimensionali di Rick e suo nipote, presentando una moltitudine di situazioni che alternano l’assurdo al traumatico nello spazio di pochi minuti.
Rick & Morty
L’esposizione al trauma rende Rick & Morty speciale e diversa rispetto alla stragrande maggioranza delle comedy demenziali che esistono oggi in televisione.
La profondità dell’analisi della condizione umana che emerge dalle deliranti premesse fantascientifiche di ciascun episodio trasforma Rick & Morty in più che semplice televisione di intrattenimento generalista.
E la capacità degli autori, Dan Harmon in primis, di fare un passo indietro a livello artistico e affidare la costruzione e l’evoluzione dei propri personaggi a uno staff di scrittori (e scrittrici) rinnovato rispetto agli anni scorsi rende davvero unica la visione della terza stagione, mandata in onda da luglio a ottobre negli Stati Uniti e recentemente conclusasi.
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Rick & Morty

Sto cercando di mettere un sacco di carne sul fuoco ed esaurire la quantità più alta possibile di aspetti relativi a Rick & Morty all’interno di un solo pezzo; è un po’ quello che fanno tutti i 20 minuti di ogni episodio, ma state al gioco; il cosmo è caotico, neutrale e privo di pulsioni individualistiche come l’etica o l’affetto. Dal punto di vista di Rick, essere più intelligenti del resto dell’universo significa capire fino in fondo che nulla importa veramente.
“When you know nothing matters, the universe is yours”, dice Rick nel nono episodio della terza stagione. Ma una volta che si è raggiunta questa consapevolezza profonda, si è esposti ad una scelta: da una parte il cinismo più postmoderno di tutti i mondi possibili, quello che consiste nel produrre una narrazione televisiva radicata nell’eterno ritorno dell’uguale, dove Peter Griffin potrà farsi esplodere in nome di uno sketch ed essere sano come un pesce l’inquadratura successiva.
Dall’altra parte, la motivazione che forse ha spinto al tentativo di fare crescere, soffrire e dunque vivere i propri protagonisti nel corso dell’ultima stagione.
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La terza stagione di Rick & Morty passerà alla storia come quella brutta, quella da saltare, quella delle quote rosa nella writers room e dell’eccessivo spazio concesso alla famiglia di Morty, quella in cui le gag con gli alieni venivano sacrificate in nome di un monologo affidato a un personaggio femminile fino a quel momento rimasto nell’ombra.
Il pubblico dei fan più biechi e sempliciotti (in pratica gli utenti di Reddit) non ha perso l’occasione di denunciare questa pericolosa tendenza al “sentimentalismo”, mentre io – attingendo a tutto lo snobismo di cui sono capace – penso che rappresenti la vera svolta per Rick & Morty e la testimonianza che si tratta di qualcosa di realmente speciale, non comune tanto in televisione quanto nell’ambito della fantascienza speculativa in generale.
Rick & Morty
Eccole qua, le proteste.
L’ultima stagione di Rick & Morty ci spinge a chiederci: se Rick fosse in grado di esporre Morty ad ogni tipo di esperienza violenta, folle e traumatica senza alcun impatto nella sua salute mentale ed emotiva, allora il nichilismo cosmologico che lo anima significherebbe davvero qualcosa per noi? Avrebbe un peso specifico o, semplicemente, diventerebbe l’ennesimo clone dei Griffin con l’aggiunta di laser e viaggi spaziali?
In estrema sintesi: la terza stagione di Rick & Morty ci insegna che no, le sceneggiatrici donne che vi hanno lavorato non hanno rovinato la vostra serie preferita e sì, tentare di comporre uno studio di carattere su come una personalità egocentrica e nichilista conduca all’autodistruzione delle proprie relazioni è invece quello che anima lo sviluppo di ogni storia raccontata da quello che, altrimenti, sarebbe solo un altro cartone.

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