Il trampolino di Berlinguer: da ieri il senso del PD è un po’ più chiaro

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C’è questa scena di “Santa Maradona”, bellissimo film di Marco Ponti, in cui Bart (uno dei protagonisti) illustra in maniera illuminante quanto concentrarsi su dettagli stupidi ci si perda, a volte, il bello della vita. 

Strani scherzi fanno le associazioni di idee: in effetti ho pensato a questo, ieri, quando in occasione del trentennale dalla morte di Enrico Berlinguer sono partite sui social polemiche di svariato tipo; sull’opportunità di tale esplosione di nostalgia; sulla titolarità di questo o di quello di celebrarne la memoria.
Capitava, tra i mille post, che poi passasse quasi inosservato questo status di Daniele Viotti, neo eletto Parlamentare Europeo per il Partito Democratico.

Sembra una cosa del tutto normale ma, riflettendoci bene, non lo è affatto. Anzi, esagero: in più di un senso è un evento di portata epocale.
Con un pizzico – ma proprio un pizzico – di consapevolezza in più, sia nel Paese sia nel PD, si riuscirebbe a mettere a fuoco la prospettiva: e quindi rendersi conto dell’importanza politica e storica di certi avvenimenti; e quindi dare ad essi maggiore risalto. Ora mi spiego.

Il PD è un partito, lo abbiamo detto tante volte, dalle mille anime e dalla storia travagliata, che al momento è guidato da un Segretario che proviene dalle giovanili della Democrazia Cristiana.
Allo stesso tempo, però, proprio sotto la guida del Segretario di area ex DC, il PD è entrato a far parte della famiglia dei Socialisti Europei, aderendo in marzo al PSE.
Alla prima occasione utile, al primo insediamento nei palazzi di Bruxelles, è successa una cosa strana: il gruppo spedito in Europa dal partito guidato dal Segretario di area ex DC ha commemorato e ricordato la scomparsa di un Segretario del Partito Comunista Italiano.

Perché ci metto tutta quest’enfasi? Perché vale la pena di ricordare che nel corso dei decenni Socialisti, Comunisti e Popolari (o Democristiani, chiamateli come vi pare) sia in Italia che in Europa se le sono sempre date di santa ragione: se non tutti contro tutti, quasi sempre almeno in due contro uno – in assetto variabile.
Ieri in qualche modo queste tre anime si sono trovate sotto lo stesso tetto: quelle piccole cose che, quando accadono, subito subito non ce ne si accorge (poi, di solito, 40 anni dopo ci si chiede “Ma da quand’è che il tutto ha avuto inizio?“).

In maniera sgangherata, bislacca e spesso contraddittoria, il Partito Democratico sta riuscendo (!) nell’intento di tenere assieme le anime “migliori” del riformismo italiano. Nessuno nega i mille difetti strutturali, né le antipatie, né le critiche dei mesi passati. E certamente si deve passare dai gesti simbolici a qualcosa di più concreto.
Tuttavia, ritenere esaurito il ruolo di questa tornata europea nella prova muscolare del governo (e di Renzi) è una prospettiva di piccola, piccolissima bottega: bravi tutti, ma la missione è un’altra.
Per consolidare quest’eclatante 40,8% ci va un mutamento di orizzonti, una nuova consapevolezza. Per la prima volta – ed ecco il senso del gesto simbolico di ieri – il PD sta scoprendo forse la sua vera, devastante potenzialità: quella che Alfredo Reichlin chiama “essere il partito della Nazione”.

Domenico Cerabona
@DomeCerabona

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