Il tradimento dei socialisti europei

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Per rendersi conto dell’aria che tira fra i socialisti europei basta osservare il presidente Hollande mentre si rivolge ai francesi per commentare il catastrofico risultato elettorale del suo partito: come imprigionato nel suo completo, Hollande riconosce la debacle con un’impacciata e terrea rigidità, che nemmeno il più lucido dei realismi riesce a mascherare.

L’ammissione di colpa dei socialisti giunge, tuttavia, clamorosamente tardiva. Da mesi ormai tutti i media e tutti i sondaggi profilavano un trionfo degli euroscettici in Europa ai danni del Pse.
Gli unici a non accorgersene sono stati proprio i socialisti. Solo la straordinaria affermazione del Pd li ha salvati da una sconfitta che avrebbe avuto dell’apocalittico, ma è una magra consolazione.
In Italia, infatti, Renzi si è trovato un’autostrada lastricata da una destra mai così debole e frantumata, che – fra un Berlusconi sul viale del tramonto e un Alfano privo del minimo appeal politico – ha fatto di tutto per spingere verso il premier i voti degli elettori spaventati da Grillo.
In Europa, al contrario, i popolari rimangono saldamente il gruppo parlamentare più rappresentato, e per di più avanza una nuova destra anti-europea e, talora, esplicitamente xenofoba.

Guardando i numeri, il calo dei seggi conquistati dai socialisti (passati da 196 a 190) sembrerebbe, a prima vista, di poco conto. Ma ci si dimentica che le elezioni europee del 2009 rappresentarono un tracollo dei socialisti, tanto che il loro leader di allora, il danese Rasmussen, ammise la necessità di sviluppare «nuove strategie e nuove idee per il futuro». [1]
Qualcuno le ha viste in questi cinque anni?
Eppure sarebbe stato impossibile fraintendere i segnali d’allarme lanciati dalle elezioni del 2009: da un lato vi fu l’inaspettato successo dei Verdi, che approfittarono della batosta socialista, dall’altro si assistette a un primo inequivocabile exploit delle formazioni euroscettiche (l’Ukip prese il 17%) e di estrema destra (dal partito dell’olandese Wilders agli ungheresi di Jobbik).

Allora come è stato possibile che i socialisti non abbiano subodorato la puzza di bruciato?
Su La Repubblica del 16 giugno 2009 Marc Lazar scriveva che la sinistra riformista era stata paradossalmente penalizzata dalla crisi economica, cui aveva risposto «sulla difensiva, senza progettualità né identità, priva di leader, poco credibile, non in sintonia con le trasformazioni in atto». [2]

La sinistra socialista, in buona sostanza, viveva (e vive) fuori dal proprio tempo: si mostra troppo morbida e timida in campo economico, inevitabilmente perdente di fronte alla risolutezza di chi prospetta l’uscita dall’euro; si mostra troppo esitante davanti alla questione dell’immigrazione, finendo con l’apparire lassista e incompetente; si mostra troppo poco critica dell’attuale assetto istituzionale europeo, cosicché l’estrema destra ha buon gioco nel proclamarne la completa distruzione.

Considerare il voto di questo 25 maggio come un voto contro l’Europa è fuorviante: è sì un voto contro le politiche d’austerità, ma è ancora di più un voto contro i socialisti, che si sono dimostrati incapaci di offrire un’alternativa politica al rigore contabile dei popolari, spianando così il campo alla destra reazionaria.
Il fatto è che i socialisti europei hanno tradito la loro anima di sinistra, un tradimento che si può far risalire agli anni ’80, quando il presidente francese François Mitterand e il suo ministro dell’economia e delle finanze Jacques Delors firmarono – primi in Europa – le leggi per liberalizzare il movimento dei capitali, dando inizio all’era delle delocalizzazioni e delle speculazioni dei mercati finanziari su vasta scala. 
Le idee socialiste si sono perciò irrimediabilmente contaminate con le dottrine liberoscambiste portate avanti dalla destra, ingenerando la sensazione diffusa che fra destra e sinistra non ci sia poi tutta questa differenza.

Le grandi coalizioni con i conservatori, durante le quali i socialisti hanno sposato in nome dei dogmi della responsabilità e della governabilità quelle stesse politiche di rigore che poi si sono incoerentemente ripromessi di temperare, hanno inoltre esacerbato l’insofferenza dell’elettorato di sinistra, che nel frattempo è stato in larga parte impoverito dalla crisi.
Lo si è visto in Grecia, dove il Pasok è ormai irrilevante, o in Germania, in cui la Spd si è vista scavalcare sui temi sociali dalla stessa Merkel, che è socialdemocratica in patria e inflessibilmente di destra in Europa.
O pensiamo ancora alla recente svolta liberista di Hollande, che nel discorso di Capodanno ha sciaguratamente annunciato il taglio della spesa del welfare, suscitando i brividi dei suoi elettori e, contemporaneamente, il plauso dell’Economist (e se l’Economist si congratula con un leader di sinistra, evidentemente qualcosa non va).
I socialisti hanno cercato con inspiegabile accanimento il consenso dei moderati, senza comprendere che un voto di destra guadagnato comporta, allo stesso tempo, il doppio dei voti di sinistra perduti.

Il risultato del tradimento dei socialisti è sotto i nostri occhi. I temi sociali, che erano il punto di forza del riformismo di sinistra, sono ora sbandierati dalla destra del Front National e del Partito della Libertà olandese, che li hanno abilmente mescolati con il populismo e la xenofobia, alimentando le paure dei cittadini e facendoci precipitare in un revival degli anni Trenta di cui non sentivamo la mancanza.

Ai socialisti europei non serve meno sinistra, ma più sinistra. Lo dimostrano la tenuta dei Verdi e il boom della sinistra radicale, che ha aumentato di ben 15 unità i propri seggi.
O i socialisti aprono un dialogo con queste forze politiche, o la grande coalizione con i popolari sarà soltanto l’ultimo atto del loro declino.

 Jacopo Di Miceli
@twitTagli

[1] Fonte: La Repubblica, 8 giugno 2009.
[2] Marc Lazar, “Postsocialismo”, La Repubblica, 16 giugno 2009.

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