La sinistra del Pd parla di politica (o almeno ci prova)

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Sabato, a Roma, si è tenuta un’assemblea delle “minoranze del Pd”. 
Escludendo le sterili polemiche politiche che hanno occupato i titoli dei giornali, espressione di quel “teatrino” di dichiarazioni e pettegolezzi che purtroppo occupano il dibattito pubblico di questo Paese, nella giornata di ieri è emersa invece l’importanza politica dell’incontro organizzato dalla “sinistra del PD”. 
Durante l’assemblea, che forse andava fatto ben prima, è emersa per la prima volta in maniera esplicita la consapevolezza che la minoranza non si può riconoscere esclusivamente nella contrapposizione a Renzi (errore già fatto con Berlusconi), ma che deve farsi portatrice di una proposta politica innovativa.
Una proposta innovativa che passa anche dalla necessaria autocritica sugli errori fatti nel passato, sia in termini di gestione del partito sia in termini più prettamente politici e programmatici.

Il tema principale emerso dagli interventi più autorevoli e – ma questo è un giudizio meramente personale – interessanti è che il Partito Democratico sta smarrendo la sua anima “di sinistra”, per diventare un partito sempre più centrista, e che dunque la minoranza del PD ha il compito di contrastare questa tendenza facendosi portatrice non soltanto della tradizione della sinistra italiana – che ovviamente non è tutta “da buttare” – ma elaborando una proposta radicale e innovativa, come è successo e sta succedendo in altre parti d’Europa e non solo.

Questo messaggio ha fatto alzare più di un orecchio. Infatti, come dicevo, esaurite le scaramucce e i giochi di parte, qualcuno ha iniziato a ragionare di politica.
Il primo è stato Francesco Cundari, un analista politico acuto “vicino” a Rifare l’Italia – l’associazione (o, se preferite, la corrente) guidata da Matteo Orfini, il Presidente del Partito Democratico.
Cundari ha scritto una sorta di “scrematura” degli interventi più importanti dell’incontro romano, quasi a voler indicare gli aspetti politici sui quali fosse necessario riflettere.
Li trovate qui.

Qualche ora dopo lo stesso Matteo Orfini, che ha condiviso anni di militanza con molti di coloro che si sono ritrovati sabato, esauriti i botta e risposta con D’Alema ha pubblicato un’analisi tutta politica sulla riunione. A dimostrazione, appunto, che non si poteva rispondere a quelle riflessioni con qualche battuta, ma che era necessario approfondire l’analisi avviata in quella sede. 
Orfini nel cominciare la sua disamina ricorda come la tesi forte enunciata sabato (secondo la quale “il Pd non può rappresentare tutta la società, ma deve essere ben radicato in una parte, quella dei più deboli, dei penalizzati da un modello di sviluppo che ha aumentato a dismisura le diseguaglianze”) è una tesi che non solo condivide, ma che aveva sostenuto in tempi non sospetti, “rintuzzato” da molti compagni del suo Partito, Bersani in testa.
Questo è senz’altro vero, me lo ricordo anche io quel periodo, c’ero, c’eravamo in molti. Eravamo nella fase in cui il PD era preoccupato di “spaventare i moderati”: sembra un’era fa, ma non è così.
Eravamo nel periodo in cui le grandi testate incensavano Monti, la sua sobrietà e le sue riforme. Una fase in cui il PD era convinto di dover responsabilmente appoggiare Monti e le sue ricette di austerità, nella prospettiva di vincere le elezioni per poi formare assieme a Scelta Civica il Governo.
Ricorderete dunque la timidissima campagna elettorale in cui Bersani sostenne che il governo del PD sarebbe stato “Monti più qualche cosa”.

Giustamente Orfini ricorda come “quel” PD, pur essendo guidato da esponenti quasi tutti “di sinistra”, non riuscì ad intercettare il voto di quel popolo verso cui l’assemblea di sabato vuole porsi come interlocutore privilegiato.
Insomma, dice Orfini, non è per colpa di Renzi che non siamo più la voce di quel popolo: non lo siamo più da un po’ di tempo. Lo dimostra pure l’analisi sul voto del 2013 contenuta nel rapporto Itanes-Mulino. 
Ricorda – forse un po’ malignamente – Orfini: “Il 25% delle politiche era composto da ‘quelli che non fanno fatica ad arrivare a fine mese’. Il Pd più “di sinistra” guidato da Bersani arrivò terzo tra giovani, operai, disoccupati. Tra i ceti popolari. Un disastro”.

Molti degli interventi che si sono tenuti sabato non nascondono la verità di questa analisi e anzi in molti di essi si è vista un’onesta autocritica su alcuni errori del passato. 
Orfini poi prosegue la sua analisi parlando dell’ormai famoso 40% ottenuto alle Europee dal PD guidato da Renzi. Un risultato che si è potuto raggiungere proprio intercettando i voti di coloro che erano rimasti sordi alla voce del PD, teoricamente, più “di sinistra” guidato da Bersani. Quindi, suggerisce il Presidente del PD, come si può sostenere che il PD di Renzi sia più a destra del PD di Bersani se non solo prende più voti del secondo, ma lo fa in quelle fasce che sono più sensibili al messaggio della sinistra?

Ed è qui che mi permetto di individuare una debolezza nell’analisi di Orfini, il quale omette di specificare quanto sia cambiata la “narrazione” di Renzi in questo anno che ci separa dalle elezioni europee. 
A mio parere non si tratta di una differenza da poco, proviamo a rinfrescarci la memoria. 

La campagna elettorale di Renzi per le europee ha due punti cardine: gli 80 euro, l’ingresso del PD nel PSE. 
Il primo, lo ricorderete certamente, è il significativo taglio dell’Irpef a vantaggio di lavoratori dipendenti di fascia media. Si è molto discusso di questo provvedimento, soprattutto perché lo si vedeva come la classica “marchetta elettorale”.
Tuttavia non v’è dubbio che tale provvedimento fu un gesto di redistribuzione della ricchezza (per quanto piccolo) verso le fasce della popolazione che più avevano patito la crisi. Uscivamo da anni di riforme lacrime e sangue e quel gesto fu una boccata d’aria fresca, quantomeno dal punto di vista simbolico.
E tutti, in quei giorni, dicemmo che era una manovra “di sinistra”.

Il secondo perno fu l’ingresso del PD nel Partito Socialista europeo. Anche quella fu una mezza rivoluzione.
Erano anni che il PD cercava questo approdo nella famiglia dei socialisti e progressisti europei, cosa che – nonostante il lavoro di Bersani – era stata rimandata per le resistenze degli “ex Margherita”, di cui Renzi stesso faceva parte.
In pochi mesi da Segretario, seppur con tutto il lavoro di preparazione fatto dai precedenti segretari, e forse con un eccessivo sensazionalismo, Renzi porta il PD nel PSE, con tanto di congresso dei socialisti europei a Roma. 
Certo, ci sarebbe poi da aprire tutto il capitolo della “speranza contro la paura”, ulteriore leit-motivi di quella campagna in contrapposizione a Grillo, lo so, ma ci porterebbe lontano e ora non ci interessa quella strada.

Invece i due punti che ho sottolineato, “80 euro” e “PSE”, sono secondo me fondamentali per capire il perché Renzi abbia “sfondato” in quella campagna elettorale. In quei mesi Renzi fu abilissimo a tenere insieme le cose: certo era portatore di novità e freschezza, ma allo stesso tempo era ben attento a prendere il meglio della “tradizione”. 
Non fu certo un caso se la sua campagna elettorale per le europee iniziò simbolicamente a Roma con la presentazione del libro di Massimo D’Alema.

E anche le modalità scelte per la campagna furono “di sinistra”, con la decisione di scendere #inpiazza tra la gente per fare una campagna elettorale “come una volta”. 
Vi appariranno come sciocchezze, ma non lo sono, soprattutto non lo sono per quel popolo di sinistra che a certi richiami dà risposte… “pavloviane” (mi si perdoni la semplificazione).

Ma al di là dei “simbolismi”, la campagna elettorale fu tutta incentrata su messaggi “di sinistra”, come la battaglia all’austerità della Merkel, sulla necessità di flessibilità nell’interpretazione dei trattati, sul bisogno di un piano di investimenti europeo. 
D’altronde se guardiamo anche i nomi dei “campioni delle preferenze” nei vari collegi il trend sembra confermare questa mia analisi. Se escludiamo le capolista indicati da Renzi, infatti, leggendo i nomi dei più votati troviamo tantissimi esponenti della “sinistra-sinistra” che poco hanno a che spartire con la tradizione di Renzi: Cofferati, Bresso, Panzeri, Zanonato, Bettini, Gualtieri, Cozzolino, Pittella.

Come ho detto, il capolavoro di Renzi fu proprio questo, riuscire a tenere tutto insieme. E per qualche mese Renzi mantenne questa impostazione fino ad arrivare affermare che “le nostre feste devono tornarsi a chiamare de L’Unità”, cosa che fece sobbalzare più di un ex democristiano iscritto al PD. 
Quel PD era certamente in grado di parlare anche al popolo di sinistra. 

Qualcosa però è cambiato: in questi mesi c’è stata un’escalation. Pensiamo allo scontro frontale con i sindacati ed in particolare con la CGIL, l’abolizione dell’art. 18, la bilndatura del Patto del Nazareno, l’affronto di votare la legge elettorale con i voti di Forza Italia invece che con quelli della “minoranza PD”. 
Insomma: non è assurdo dire che il PD di Renzi nella versione 2015 si sia spostato al centro rispetto a quello del 2014.
Quindi, domanderei ad Orfini, siamo sicuri che il PD del 2015 riuscirebbe a sfondare “a sinistra” come riuscì a fare quello del 2014? 
Personalmente sono convinto di no, altrimenti non ci sarebbe tutto questo interesse intorno alle “manovre” di Maurizio Landini, ed in generale non ci sarebbe questo “malessere diffuso” a sinistra. 

E lo dimostra anche l’interesse e le reazioni che ha suscitato l’incontro di sabato scorso, che non si può certo derubricare ad un incontro di livorosi anti-renziani, nonostante i tentativi di “spin” di Renzi e dei suoi fedelissimi. 
E, infine, lo dimostra anche l’articolo di Orfini che, non credo casualmente, vede quell’ “insieme” nel titolo.
Pare che, mettendo da parte i personalismi, si sia aperto un proficuo dibattito politico a sinisitra, forse uno dei più interessanti degli ultimi tempi.

Domenico Cerabona 
@DomeCerabona

 

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