Quanto è dannoso l’Anti-Renzismo?

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Uno spettro si aggira per il Partito Democratico, lo spettro dell’Anti-renzismo. Confesso: ne sono (in parte?) malato anche io. A volte riesco a combattere la sindrome, altre proprio no. Però mi sono imposto di limitarla, smussarla, addolcirla perché quando era segretario Bersani non mi capacitavo di chi – fiero (?) iscritto del PD – parlasse male del Segretario del Partito (e sì, sia Segretario che Partito con le maiuscole. Anche parlando. Soprattutto parlando).

Mi è impossibile non rilevare, oggi, i molti miei compagni di Partito privi di alcuna remora, di alcuna incertezza nel demolire l’attuale Segretario (che, come vedete, la maiuscola la mantiene, a dispetto di tutto). Sembra che la cosa non li riguardi minimamente, come se Renzi fosse e restasse un corpo estraneo al Partito Democratico, espunto il quale tutto tornerebbe come prima anzi meglio.

Alla lunga, questo atteggiamento non lo sto trovando sostenibile, sopportabile: non tanto perché vedo del livore contro Renzi (livore da cui, come confessato, non sono affatto immune), ma perché si pensa che il destino di Renzi corra su un binario diverso da quello del Partito. “Son fatti di Renzi, se si sfracella: anzi, se si schianta pop corn per tutti”.
Non è così: un fallimento spettacolare del nuovo Segretario e Presidente del Consiglio condannerebbe il PD a ricominciare l’ennesima traversata nel deserto, nella stessa identica maniera del post-governo Prodi I e II. 

Anzi, peggio: i risultati sarebbero ben più disastrosi. Come tutti (o quantomeno i lettori di Tagli) sanno, io ho appoggiato alle primarie Gianni Cuperlo: ma questo non può impedirmi di giudicare come deludentissimo – dal punto di vista elettorale – il risultato alla primarie mio e della mia mozione. 

Le urne son state chiare: il corpaccione “de sinistra” che garantiva uno zoccolo duro, una base su cui sempre contare, ormai non è più così tanto granitico. 
A torto o ha ragione non ci si fida più di un certo tipo di dirigenti “storici”: certo, non è detto che questa mancanza di fiducia non si possa riguadagnare; ma sicuramente la “reconquista” di una credibilità non è un processo immediato. E se si pensa che la riconquista della propria credibilità passi attraverso l’ennesimo affossamento, per l’ennesima volta, di un proprio governo e un proprio segretario, si commette – anche qui per l’ennesima volta – un grossolano errore.

Sia chiaro: non voglio cadere nella retorica (un po’ apocalittica) del “se fallisce Renzi dopo c’è il disastro”. Questo slogan è frutto di fenomeni di adorazione che non fanno bene né alla politica né al leader stesso. Ma da qui a diventare delle maestrine pronte a bacchettare il Presidente del Consiglio ad ogni starnuto, ce ne passa di acqua sotto i ponti!

Non voglio né posso fare la morale a nessuno: io stesso mi sforzo di ingoiare qualche rospo, e sovente alla fine cedo alla tentazione del veleno contro il mio ex avversario congressuale. Ma mi hanno insegnato che nella dialettica democratica, per parafrasare un’immagine biblica, c’è un tempo per essere lupi ed un tempo per essere agnelli: è per questo che ho iniziato a domandarmi (ed ora estendo a tutti questa riflessione) se siamo davvero sicuri che sia la cosa giusta da fare in questo momento.

Domenico Cerabona
@DomeCerabona

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