Tutte le magagne della riforma costituzionale – #my2cents

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Ma come, non vi andava bene il Patto del Nazareno e ora che il Patto è rotto non vi va bene neanche che andiamo avanti da soli?“. Sì, proprio così.
Me ne rendo conto, le prossime righe saranno etichettate come prodotto della mente di un “gufo” che vuole la “palude”; ma che ci volete fare, sono affezionato a vecchi concetti come “prassi costituzionale” e “metodo politico”, quindi ripartiamo dalle basi.

Innanzitutto, è opportuno ricordare che la riforma costituzionale è una competenza esclusiva del Parlamento. Dunque, il Renzi che avrebbe dovuto occuparsene era il Renzi segretario del Partito di maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato, non il Renzi Presidente del Consiglio. 
Chiarito questo, ecco come sarebbero dovute andare le cose.

Il Segretario del Pd avrebbe dovuto maturare una proposta condivisa nel suo Partito (e soprattutto nei suoi gruppi parlamentari) e – in virtù della sua maggioranza in Parlamento – presentare alle Camere la sua proposta: e lì discuterla.
Se, esperito tutto questo processo, il risultato fosse stato quello di un’opposizione barricadera, sarebbe stato tutto sommato accettabile – per quanto spiacevole – votarsi da soli le riforme.
Questo è “il Mulino che vorrei“. Invece come è andata?

È andata che Renzi si è incontrato da solo con Berlusconi per trovare un accordo sulle riforme costituzionali e si è presentato al suo partito e ai suoi gruppi con un pacchetto già confezionato, prendere o lasciare.
E ha fatto di peggio: ha detto al Parlamento: “O mi fate fare questa riforma o andiamo tutti a casa“, violando in tutto e per tutto la prassi che – come detto – attribuisce al Parlamento la competenza sulla riforma della Costituzione.
Ma non basta: dopo aver scritto la riforma in queste terribili condizioni, al momento della discussione alla Camera, il patto si è rotto: a questo punto, un dietrologo avrebbe gioco facile ad insinuare che “la manovra è talmente perfetta da far sembrare il litigio provvidenziale: Renzi e Silvio si sono messi d’accordo per litigare in quel momento, confezionando per Berlusconi la recita della rottura e della successiva bagarre”.
In effetti, la bagarre ricompatta il partito di Silvio e mette Renzi nella condizione di proseguire nei suoi ultimatum: “Adesso non abbiamo più la sponda di Forza Italia, quindi se il testo torna al Senato ce lo massacrano, quindi dobbiamo far passare la riforma alla Camera esattamente come è scritta”. 

Ma noi non siamo dietrologi, e dunque stiamo alla realtà dei fatti: le opposizioni governative (Forza Italia, Grillini, Lega, Sel) si sono messe sulle barricate, e la reazione del Governo è stata (di fatto) imporre la seduta fiume in un clima surreale, durante il quale era impossibile discutere sul merito – cosa che non si è fatta, appunto.
Oltretutto, diventa ancora più difficile per i dissenzienti del Pd condurre una battaglia… a fianco di Berlusconi, Salvini e Grillo!
Morale: la riforma passa, senza che si potesse fare quello che la prassi prevede (e cioé discuterne in Parlamento). Per di più, senza nemmeno il largo consenso previsto dal buon senso quando si tocca la Costituzione.

Già sento i brontolii di quelli secondo cui “questa è la vecchia politica, tu vuoi rallentare le cose per mettere i bastoni tra le ruote a Renzi“.
Per quello che vale, no, non è affatto così: personalmente sono “riformista” per formazione, ma le riforme mi piacciono fatte bene. Non mi piacciono le schifezze stile abolizione delle provincie/istituzione aree metropolitane.
La riforma costituzionale in oggetto è un pasticciaccio peggiore, a partire dalle assurde competenze e dall’ancora più assurda composizione del “nuovo” Senato.
Si poteva fare una riforma migliore mettendoci poco di più e senza usare metodi decisamente sbagliati.

Domenico Cerabona 
@DomeCerabona

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