Il vino di D’Alema e le tangenti di Ischia: spunti e riassunti di una scomoda vicenda

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Per quale motivo Massimo D’Alema è in questi giorni nell’occhio del ciclone? Quali sono le circostanze che secondo la Procura di Napoli costituiscono reato? Chi sono gli attori principali di questa vicenda?
Sono scenari che bisogna avere ben chiari prima di azzardare un commento (che troverete al termine dell’articolo).

LA SITUAZIONE IN BREVE
Il 30 marzo 2015 la Procura di Napoli ha emesso 11 misure cautelari, di cui 9 arresti, che coinvolgono il sindaco di Ischia e i dirigenti di una impresa cooperativa, la CPL Concordia. [1]
Il gruppo CPL Concordia avrebbe creato dei fondi neri attraverso delle fatture false (riferite a opere inesistenti), in modo da accumulare denaro della compagnia. Questo denaro accumulato – secondo la Procura – sarebbe stato utilizzato per “turbare la libertà degli incanti” (in altre parole, per ottenere appalti).

I guai di Giuseppe Ferrandino, sindaco di Ischia, derivano dagli appalti di metanizzazione del Comune da egli amministrato [2].
La CPL, secondo i carabinieri impiegati nell’inchiesta, avrebbe ottenuto i lavori nell’isola del Golfo di Napoli “grazie all’interessamento del sindaco di Ischia, Giuseppe Ferrandino, ed alla complicità dell’architetto Silvano Arcamone (dirigente dell’ufficio tecnico di Ischia)“.
Il Sole 24 Ore riporta che in cambio dell’assegnazione della commessa il primo cittadino avrebbe ottenuto l’assunzione del fratello Massimo nel ruolo di consulente della società e 320.000 euro [3] intestati all’albergo di proprietà della famiglia Ferrandino (attraverso convenzioni anch’esse risultate false).

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[1] È straordinario vedere l’approssimazione con cui i media hanno trattato la vicenda. Ad esempio, è stato difficile capire effettivamente quante e quali persone sono state arrestate. Secondo il sottotitolo di La Repubblica, vi sono 10 persone “fermate”. Secondo l’International Business Times ci sono 11 arresti. Secondo La Stampa e il Sole 24 Ore abbiamo invece 11 indagati e 9 arrestati.
Siccome il Sole mette anche i nomi e le qualifiche dei soggetti inquisiti, abbiamo scelto di preferire la sua versione.
Il tutto chiaramente è assurdo.

[2] Dovete sapere che il Corriere della Sera allega ai suoi articoli internet la possibilità di cercare su un dizionario Sabatini Coletti qualunque parola utilizzata. È un bel servizio. Un servizio molto utile, soprattutto quando vengono usate parole come “metanizzazione”.
Che lo stesso Sabatini-Coletti dice essere parola inesistente.
In parole povere, con “metanizzazione” si intende “dotare qualcuno o qualcosa di impianto a metano”. È il vecchio “rifare/mettere a terra le condutture del gas”. Ma scrivere “metanizzazione” ci fa sentire tutti più importanti.

[3] Ad esempio, per La Stampa sono 330.000 euro. Non che la sostanza cambi, per carità, però…

 

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GLI ATTORI PRINCIPALI
Giuseppe Ferrandino: oggi sindaco di Ischia, in passato è stato sindaco di Casamicciola (l’altro Comune dell’Isola di Ischia) per Forza Italia. 
Nel 2006 il passaggio alla Margherita e nel 2008 (dopo la nascita del PD) la corsa vincente a sindaco di Ischia – carica riconfermata nel 2012 con il 70,6% dei voti.
È accusato di aver intascato una tangente da 320.000 in cambio dell’affidamento alla CPL dell’appalto. In seguito alle accuse è stato sospeso dal Partito Democratico, decisione presa dalla commissione napoletana di garanzia del partito.

Henry John Woodcock: è il più famoso dei tre magistrati che coordinano l’inchiesta. Gli altri due sono i sostituto procuratori Carrano e Loreto.
Woodcock è già stato più volte al centro di inchieste da lui coordinate che hanno avuto enorme impatto mediatico, il caso Vallettopoli e il Savoiagate.
È un magistrato a cui non pare dispiacere dedicarsi ad inchieste contro nomi noti della politica e della società italiana.

Francesco Simone: è un consulente della CPL Concordia. Simone, secondo il quadro inquisitorio, si occupava dei rapporti istituzionali, svolgendo il ruolo di collegamento tra la cooperativa e il mondo della politica.
Simone, un passato politico nel PSI di Craxi, secondo i magistrati era il procacciatore d’affari della CPL Concordia, commesse che si aggiudicava corrompendo politici e amministratori e gestendo il flusso dei fondi neri generati grazie alle fatture false.

CPL Concordia: è un gruppo cooperativo italiano nato nel 1899 in Emilia-Romagna, che comprende 67 società e 1800 addetti, con un fatturato consolidato di 444 milioni di Euro.
Si occupa di energia in tutti i suoi aspetti: dall’approvvigionamento e distribuzione alla vendita e contabilizzazione di gas ed elettricità, alla produzione mediante sistemi tradizionali o impianti rinnovabili.
In un duro articolo, Il Mattino parla di modus operandi consolidato della CPL Concordia, con coperture anche tra ufficiali della Guardia di Finanza, che mirava addirittura ad aggiudicarsi appalti in Vaticano.

 

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COSA C’ENTRA MASSIMO D’ALEMA
Massimo D’Alema compare nelle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche realizzate a corredo dell’inchiesta.
È stato intercettato lui direttamente? No.
È indagato per qualche reato? È coinvolto nel giro di tangenti o comunque in qualche ambito della vicenda? Nemmeno.

Allora per quale motivo si parla di lui? Perché nella grandissima mole di intercettazioni emergono anche i rapporti personali tra Massimo D’Alema e Francesco Simone, che in questa vicenda è accusato di aver corrotto esponenti delle istituzioni.
Per la precisione dalle intercettazioni emergono:

  • 60.000 euro in donazione alla Fondazione ItalianiEuropei, tramite tre bonifici in tranches da 20.000 € (pratica legale).
  • L’acquisto di 500 copie del libro “Non solo Euro”, scritto da Massimo D’Alema.
  • L’acquisto di 2000 bottiglie di vino prodotto dalla moglie di Massimo D’Alema, regolarmente fatturate.

Francesco Simone stesso parla di quanto è importante avere buoni rapporti con Massimo D’Alema: investire negli Italiani Europei dove D’Alema sta per diventare Commissario Europeo (…) D’Alema mette le mani nella merda, come ha già fatto con noi… ci ha dato delle cose“.
Sempre Francesco Simone, nell’interrogatorio del 6 novembre scorso, sostiene che fu Massimo D’Alema in persona, in occasione di un incontro casuale tra me, lui, il suo autista e il presidente Casari, a proporre l’acquisto dei suoi vini”.

D’Alema si è infuriato per il suo accostamento a figure coinvolte in una inchiesta sulla corruzione. Ribadisce la propria totale estraneità alle ipotesi di reato, spiega che ha “venduto dei vini alla cooperativa CPL” ma che non capisce “perché questo debba essere contenuto in un atto giudiziario dal momento che non è un reato. Perché si devono rendere pubbliche in un atto giudiziario cose private di persone, tra l’altro in questo caso si tratta di mia moglie, che non sono indagate, che non hanno compiuto alcun reato? Vengono semplicemente gettate in pasto così all’opinione pubblica per poter essere diffamate. Occorre – ha concluso – una tutela delle persone che non sono indagate“.

A seguito del suo coinvolgimento mediatico, Massimo D’Alema è stato travolto da una forte pressione, che lo ha portato a sbottare contro un giornalista del programma Virus (RaiDue) minacciato a più riprese di querela:
Quegli acquisti sono avvenuti nel corso di due anni non in una convention del Pd. Lei dice delle cose sciocche perché quegli acquisti, come risulta chiaramente dalle fatture, sono avvenuti nel corso di due anni. Sono stati regolarmente fatturati, sono avvenuti in prossimità delle festività, evidentemente per fare molti regali come fanno molte imprese, e sono stati fatturati con trattamento di favore, diciamo, perché con fatture a 4 mesi.
Le bottiglie non sono state vendute nel corso di una “convention del Pd”  – come aveva adombrato il giornalista, NdR – quindi la pregherei, siccome sto denunciando, oggi, diversi giornali, denuncio anche lei, con l’occasione. 
Lei ha detto che ho venduto il vino durante una convention del Pd, come si chiama lei, scusi? Devo trasmettere al mio avvocato questa informazione.
La prego di mandare questa registrazione, avrà una denuncia
“.

Dicevamo del D’Alema furioso: su La Repubblica l’ex Presidente del Consiglio ha definitoscandalosa” la diffusione delle intercettazioni che lo riguardano, dicendo che “la giustizia ha il compito di individuare i reati, non deve avere come fine lo sputtanamento delle persone“.
Posizione ribadita sul Corriere della Sera, dove aggiunge: “Sospetto che ci sia un motivo, per così dire, extra-processuale” dietro la scelta di utilizzare contro di lui “intercettazioni fra terze persone, senza valore probatorio” nei suoi confronti.

 

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COMMENTO
Ci sono tre aspetti che possono interessare di tutta questa vicenda. Il primo è l’aspetto cronachistico-giudiziario, che francamente è il più sterile. Più che aspettare le sentenze della magistratura, non si può fare. Bisogna attendere che le responsabilità teorizzate negli atti d’accusa siano provate e verificate, perché fortunatamente uno deve essere considerato innocente fino a sentenza definitiva.
Il secondo aspetto è quello mediatico-giornalistico; il terzo aspetto è quello politico e coinvolge – questo sì – in pieno D’Alema e l’assetto organizzativo istituzionale che ci siamo dati.

Dal punto di vista giornalistico, a leggere un singolo articolo sulla vicenda si capisce molto poco; soprattutto se non si ha la fortuna di “acchiapparla” dall’inizio.
Un po’ è questione di mentalità, un po’ sono ragioni economiche, soprattutto su internet. Una quindicina d’anni fa Paolo Mieli introdusse un nuovo modo di trattare le notizie, per rendere la pagina di giornale scritto più appetibile: è il famoso Metodo Mieli, o “mielismo”, che implica la produzione di più articoli sullo stesso argomento in modo da renderlo leggibile e accattivante. [a tal proposito, qui una bella relazione di Sonia Milesi sul sito dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia]
Caso di scuola è l’organizzazione di una qualunque pagina di cronaca politica di La Stampa: apertura sulla notizia trattata in generale e mischiando aspetti fondamentali e aspetti “di colore”; fogliettone di spalla di commento o polemico; taglio basso di retroscena. A questo schema generale si aggiungono talvolta le interviste (a volte una sola; altre volte due, di opinioni contrapposte), ulteriori articoli “retroscena” e focus sui personaggi principali e/o su cui si vuole far convergere l’attenzione.

I vantaggi per la pagina scritta sono innegabili: gli articoli “intrattengono” meglio, la pagina è gradevole alla vista ed è simmetrica, ordinata, facile da gestire in fase di impaginazione.
Il difetto – non da poco – è che se l’articolo portante non è esaustivo (e per esempio delega alcuni aspetti della questione agli altri pezzi, magari scritti da altri) della vicenda non si capisce niente.
Serve – come è servito per questo articolo – visionare 5-6 testate per avere un quadro chiaro della vicenda.

Questo è un grave problema: serve che qualcuno (come noi in questo caso) si pigli la responsabilità di riassumere i vari filoni e le varie questioni scremando i dati meno rilevanti e organizzando per punti la vicenda. Questo lavoro, che abbiamo realizzato per lo scandalo-CPL Concordia, andrebbe fatto per ogni vicenda oggetto di interesse mediatico.
Ma è un mal di pancia che si pigliano in pochi: un po’ perché è un lavoro lungo, pignolo e abbastanza faticoso; un po’ – suggeriscono i malevoli – perché i giornali e i giornalisti hanno come prima preoccupazione l’uscire con la notizia, e non il prendere per mano il lettore. Da lì ad arrivare a teorie complottiste in stile “lo fanno apposta per non farci capire niente”, il passo è breve.

A questo fattore si aggiungono motivi economici, di divisione del flusso di traffico web: realizzare un articolo esaustivo genera infinitamente meno traffico web di farne cinque molto brevi ma che non danno un quadro complessivo (guardate ad esempio gli articoli web de Il Mattino). Al lettore viene dato il compito di mettere assieme il puzzle e di capirci qualcosa, se ci riesce.
Teoricamente, una informazione sostenuta dal finanziamento pubblico non dovrebbe essere schiava del quantitativo di click; nella pratica, le medesime testate che usufruiscono di enormi finanziamenti statali non hanno come prima preoccupazione il farsi comprendere.

Il terzo aspetto della questione, infine, è squisitamente politico. Appurato che una pessima classe giudiziaria non si fa il minimo scrupolo, pur di dare rilievo alle proprie inchieste, di diffondere intercettazioni de tutto irrilevanti al solo fine di scatenare una stampa del medesimo livello (nella foto a lato, un famoso magistrato nostrano) con “il politico” di turno, Massimo D’Alema non può lamentarsi che gli si rimproverino certe frequentazioni.

Assodato che non c’è reato, assodato che il metodo attraverso cui tali fatti privati sono divenuti di dominio pubblico è scandaloso (così come fu scandaloso quando certe pratiche furono dedicate a un imprenditore brianzolo che amava dilettarsi con prostitute maggiorenni e consenzienti nella sua villa), Massimo D’Alema deve spiegare politicamente perché aveva dei rapporti con un faccendiere come Francesco Simone.
Non solo: deve spiegare politicamente perché per avere buoni rapporti con lui sia non dico necessario, ma sicuramente gradito vezzeggiare non tanto la sua fondazione, ma la sua persona (per mezzo di regolare acquisto dei libri o del vino di produzione di sua moglie).

L’attività di lobbying è legittima e consolidata in molti sistemi politici (uno su tutti, gli Stati Uniti), e pure da noi è pratica consueta, ancora di più una volta abolito il finanziamento pubblico dei partiti politici.
Ma non avendo una concezione del tutto leaderistica – negli USA la corsa presidenziale è di un singolo uomo, qui l’agone politico è ancora molto incentrato sull’organizzazione partitica – sarebbe bello capire per quali motivi è opportuno dare dei soldi ad una persona singola, si chiami egli Mario Rossi o Massimo D’Alema.
E soprattutto in cambio di cosa.

Nel migliore dei mondi possibili, è perfettamente noto che la società XYZ contribuisce alla carriera politica dell’esponente Tizio al fine di realizzare quel determinato progetto. Ma se non è evidenziato (non solo dichiarato: evidenziato) il rapporto tra un privato e un politico, soprattutto in una mentalità non trasparente come quella italiana, è facile che si generino sospetti di non completa correttezza.
Di questo D’Alema, volente o nolente, dovrebbe rendere conto all’opinione pubblica. E dall’opinione pubblica dovrebbe essere sanzionato nel caso queste spiegazioni non fossero convincenti: ma non andrà così.
Come al solito, il tutto verrà buttato in caciara dai fedelissimi del Lìder Maximo (sic) e tutto passerà in cavalleria, assecondando per l’ennesima volta le solite logiche da guerre di bande.

Umberto Mangiardi
@UMangiardi

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