Di Carne, di Nulla e di Wallace

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La mia conoscenza con David Foster Wallace è stata tardiva: avvenne solo nel 2011. Un giorno portai a casa una copia di Una cosa divertente che non farò mai più – mi era piaciuto il titolo e tanto era bastato – e Brevi interviste con Uomini Schifosi – mi era piaciuta l’immagine di copertina e tanto era bastato.
Sventolai i miei acquisti davanti agli occhi della mia coinquilina che esclamò: “ah, Wallace. Il più grande di sempre. Quando si suicidò ci rimasi sotto per settimane, andai in depressione”.

 

Ok, aspetta, cosa? Per uno scrittore? Depressione? Archiviai la scottante dichiarazione di instabilità emotiva da parte della mia amica e cominciai a leggere Una cosa divertente. Due giorni dopo mi ingoiai in meno di ventiquattr’ore le Brevi Interviste. Il giorno dopo ancora andai a comprare La Scopa del Sistema. La settimana seguente mi procurai Infinite Jest.
Lentamente, cominciai ad inquadrare in modo diverso le parole della mia coinquilina. Ora, nel concludere la lettura di Di Carne e di Nulla – raccolta postuma di non-fiction, riflessioni, appunti sulla scrittura, pensieri vari e interviste – so che, se avessi conosciuto la scrittura di Wallace prima del 2008 (anno del suo suicidio) anche io avrei pianto alla notizia della sua morte.

 

Quali sono le cose che individui subitaneamente quando ti avvicini all’opera omnia di Wallace? In primo luogo, che nessuno sapeva spaziare come lui dall’infinita tristezza all’ironica lievezza viaggiando tra saggi letterari, reportage su crociere e sport ameni, star del tennis e romanzi, nonché racconti e opinioni su qualunque, ma davvero qualunque, cosa.
Quando hai metabolizzato – dopo due o tre letture  – che era in grado di scrivere in merito a tutto lo scibile umano, ti rendi anche conto che di ogni argomento piccolo o grande riusciva a vedere tutti gli aspetti: prendeva un concetto, una situazione o uno status quo e lo sottoponeva ad un’accurata autopsia. In Una Cosa Divertente che Non Farò Mai Più  parla di una crociera, sì, ma analizza anche tutto quello che significa passare due settimane su una gigantesca nave, con tutte le implicazioni socio-antropologiche del caso. Prende ogni tematica deducibile dal contesto e ne vede ogni aspetto.

 

Quando ti sei reso conto che David Foster Wallace non solo si avvicina a qualsiasi realtà ma carpisce anche qualsiasi sotto-realtà esistente, ti trovi davanti al fatto che tutto quello che lui riesce a capire, sa anche spiegarlo agli altri. E lo fa talmente bene da farti credere che lui in persona sia seduto con te sul divano, intento a chiaccherare e masticare tabacco come era solito fare. Anche se discute del tema più greve riesce a instaurare un pastelloso clima da “chiaccherata tra amici”.
Tu, trasportato da un genio spiazzante di tale portata, diventi un lettore poliedrico quanto lui sa essere uno scrittore poliedrico: leggi di sport che di solito non ti interessano – per me, il tennis – o di film che non ti piacciono – per me, Terminator 2 – e a un tratto ci vedi dentro il mondo.
Non paga, chi te lo fa vedere sembra davvero capace di osservare in profondità più di chiunque altro. Sa uscire da sé stesso in modo talmente lucido e visionario che, quando in Futuri Narrativi e Vistosamente Giovani (1988) parla di giovani prodigi della letteratura americana e del boom delle scuole di scrittura nelle università, tu ti dimentichi sia del fatto che lui stesso mentre scrive ha 26 anni ed è un giovane prodigio, sia del fatto che una di queste scuole di scrittura gli dà da vivere avendolo assunto come professore (il Pomona College).
Riesce a farti pensare che non sia affatto una contraddizione, bensì la visione di qualcuno che è abbastanza inumano da poter polemizzare sulla sua realtà con dichiarata superiorità. L’unica speranza per sopportare la grandezza di una cosa del genere è immaginarlo nella tua testa a mo’ di stereotipo, ovvero come un comune semi-Dio della scrittura: un individuo alla Pynchon che non si mostra al mondo magari, pieno di eccentricità e lati oscuri. Preferibilmente antipatico.
Insomma, cercare di banalizzarlo.

 

E invece: cerchi le sue foto, vedi le sue interviste registrate e ti trovi davanti questo simpatico giovane sfigato coi capelli lunghi e l’aria da informatico: improvvisamente il peso di tutte le cose piccole e grandi che riesce a essere assieme – genio mostruoso, masticatore di tabacco, tizio che si veste male, depresso cronico, imponente forza maieutica, chiave di visione del mondo e amante dei cani – ti devasta.
Te lo fanno apparire vicino e allo stesso tempo ancora più simile all’idea che uno si può fare di Dio, in quanto essenza di tutto e complesso di tutte le essenze: e mentre sei lì che deliri sulla sua palese superiorità nei confronti di qualsiasi altro essere animale, vegetale e minerale, cominci a inquadrare in modo sempre diverso 1) il perché sua moglie Rachel l’abbia trovato impiccato al patio della loro casa 2) il perché la tua amica abbia vissuto così male il momento in cui sua moglie Rachel l’ha trovato impiccato al patio della loro casa.
Dopo aver letto i suoi scritti sei vicino alla verità perché te l’ha fornita lui, a spizzichi e bocconi, praticamente su tutto: per esempio quando gli hanno chiesto di scrivere sull’AIDS lui lo ha fatto e ti ha detto, tra le altre cose ,che l’AIDS è stato l’unico motivo per cui l’erotismo non è morto negli anni ’80, ti ha detto le ragioni per cui lo pensa e tu che ora leggi sbatti la testa contro il muro e dici sì, Dave, hai ragione tu anche questa volta, è proprio così, ti prego non smettere di rivelarmi il mondo in cui vivo.

 

Ah, ecco cos’era. Ci sei arrivato, finalmente. Ci sono voluti anni e migliaia di pagine ma finalmente hai capito perché tutti i lettori di Wallace – te compreso – non riescono ad accettare la morte di uno scrittore con il quale, di fatto, non hanno mai avuto una conoscenza diretta: la ragione è in quel “non smettere” e nell’egoistica fame di crudo-e-vero che ormai hanno sviluppato.

 

franzen e Wallace a CapriUna volta che abbiamo trovato la chiave che apre le porte d’accesso a ogni res extensa, perché ci è stata portata via? Come hai potuto, DFW, toglierci il nostro strumento per capire davvero le cose, che poi eri semplicemente Tu con la tua intelligenza adamantina? È stato incredibilmente ingiusto farci questo.
La questione è che siamo esseri miseri ed egoisti: ciò che ci manca davvero di uno scrittore come Wallace è il fatto che non usciranno più nuove pagine finalizzate a spiegarci come stanno veramente le cose.
Si è suicidato e ci ha messo una benda nera davanti agli occhi. Che cattiveria insulsa, da parte sua. Adesso è tornato – in un certo qual modo – con questa raccolta di parole postume che, manco a dirlo, è una rivelazione di piccole, inaccettabili e insostenibilmente commoventi verità legate una all’altra come le perle di un rosario. Tu, proprio come mormori un rosario, leggi con sacralità questa raccolta e ogni frase, ogni pagina, ogni capitolo è accompagnato da un mantra che dondola nella tua testa: speriamo che da qualche parte un giorno qualcuno trovi degli altri inediti.

 

Se hai letto un pizzico di Wallace lo vorrai tutto, anche quello che non potrà mai esistere; se hai intinto un dito in quel liquido agrodolce che è l’esistenza umana e l’hai assaporato davvero, vorrai tuffartici dentro di testa.
E ti sembra proprio che lui, sul più bello, con il suo traumatico suicidio, ti abbia voluto riacchiappare dai piedi mentre la cima del tuo cranio si trovava a un millimetro dall’ infrangere la liscia superficie dell’acqua.

 

Silvia Nazzareni

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