Twelve hours: le dodici ore di Rawsht Twana per scegliere un destino

Se ti invitano ad andare a vedere la mostra di un fotografo curdo, la prima cosa che ti viene in mente è Kobane, Afrin, la tragedia di una guerra complicata e di un popolo perseguitato da più fronti.
Invece Twelve hours, la personale di Rawsht Twana esposta fino al 19.5.2018 presso l’associazione Quasi Quadro (www.quasiquadro.eu), in via Feletto 38, a Torino, è una cosa completamente diversa. Si tratta di un viaggio intimo nella quotidianità di un giovane fotografo, che ha scelto Torino come base per la sua ricerca artistica. Per comprenderne i contorni, occorre inquadrare la storia personale dell’artista.

Rawsht Twana ha 30 anni, è nato nel Kurdistan iracheno ed è un fan dei Metallica e di Borat, ateo, affine per gusti e cultura a moltissimi trentenni europei.
Si occupa di fotografia dall’età di 18 anni: dopo aver scoperto per caso l’archivio di suo padre, un fotografo ucciso nel 1992 nel corso del conflitto curdo-iracheno, Rawsht ha preso la cruciale decisione di diventare fotografo a sua volta.
Questa scelta di vita gli è apparsa chiara nel giro di dodici ore, come conseguenza logica dopo il ritrovamento dell’archivio paterno: da qui il titolo della mostra, Twelve hours.

Dodici ore, tuttavia, è anche l’unità di misura di un’altra scelta essenziale, che costituisce anche il fondamento della mostra torinese: quella di scegliere Torino come sede della propria ricerca artistica.
A settembre 2017, infatti, Rawsh si trovava a Praga, dove era riuscito ad esporre l’archivio di suo padre nell’ambito di una rassegna internazionale per fotografi curdi iracheni. Al momento di rientrare in patria, un’amara sorpresa: all’indomani del referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, tutti gli aeroporti della regione sono stati chiusi al traffico internazionale. Rawsh, dunque, non può tornare a casa.

Nel giro di dodici ore (una notte o poco più), Rawsht Twana decide di trasferirsi a Torino, che ritiene la città ideale per il suo percorso di ricerca. Ed è di questa sua Torino che parla la mostra: istantanee di una città dal suo punto di vista, nella quale si intuisce il percorso dell’autore. L’obiettivo del fotografo suggerisce senza raccontare direttamente, ma è al tempo stesso molto evocativo.
L’autore sceglie di raccontarsi in un momento preciso della sua vita, in un qui ed ora che prescinde dall’esperienza precedente e che vuole cercare un senso nell’attualità.

Emblematico, in tal senso, il racconto della sua richiesta di asilo politico. Due immagini: la fototessera per la richiesta di asilo e la coda davanti all’ufficio competente. La nuova identità è costruita per sottrazione, senza collegamento diretto con il passato del suo autore.
Uno sguardo curioso che indugia per la sua nuova città, catturata all’uscita dalla stazione di Porta Nuova, in mezzo alla sua prima festa, sopra al frigorifero della sua nuova casa, con una semplicità molto efficace in grado di coinvolgere lo spettatore.

Molto interessante anche la location, nella neonata galleria dell’Associazione Quasi Quadro, in via Feletto 38 a Torino. Nel cuore del multietnico quartiere di Barriera di Milano, questa associazione formata da un’architetto, due artisti e un giurista si propone di fare ricerca artistica in un contesto multidisciplinare.
Lo spazio è attrezzato anche per ospitare artisti: sul retro della galleria, infatti, sono stati ricavati un piccolo appartamento ed un laboratorio, per consentire ad artisti emergenti di sperimentare in un contesto innovativo. QuasiQuadro è poi impegnata in diversi progetti culturali, tra cui un laboratorio con l’Università di Torino sul Kurdistan.

La mostra Twelve Hours è esposta fino al 19 maggio ed è visitabile dal venerdì alla domenica dalle 15.30 alle 18.30 o su appuntamento.

Irene Moccia

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