Cannabis come terapia alternativa: la parola alla scienza

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Si chiamano CBD e THC i principi attivi più importanti con cui oggi vengono prodotti i farmaci a base di cannabis terapeutica. Queste sostanze sono state oggetto di innumerevoli studi scientifici attraverso cui gli scienziati e i ricercatori di tutto il mondo hanno potuto dimostrare le tante proprietà benefiche della cannabis per la cura di svariate patologie più o meno gravi.

Questi due cannabinoidi sono in realtà antagonisti l’uno dell’altro, in quanto il CBD rappresenta il componente non-psicoattivo della cannabis, ovvero privo di effetti stupefacenti sul cervello ma in grado di generare benefici per la salute, mentre il THC è la sostanza psicotropa che può essere utilizzata in medicina, ad esempio, come analgesico e antidolorifico.
Attualmente, le tecniche di produzione sperimentate negli anni sul campo permettono di coltivare varietà autofiorenti dei semi di cannabis più o meno ricche in CBD o in THC, in base alle esigenze terapeutiche, alimentari o industriali.

La marijuana terapeutica può rappresentare un’importante terapia alternativa nel momento in cui la medicina tradizionale non è sufficientemente efficace o quando essa causa gravi effetti collaterali o ha controindicazioni nei pazienti più deboli. Secondo molti studi effettuati sulla cannabis medica, gli effetti indesiderati che essa provoca non sarebbero significativi rispetto ai benefici.
I farmaci cannabinoidi, infatti, sono utilizzati con successo nei pazienti affetti da dolore cronico neuropatico, dovuto a malattie del sistema nervoso o da alcune forme di tumore. Oppure è stata dimostrata la loro efficacia anche come antispasmodico e antispastico in patologie come la SLA o l’epilessia, grazie all’azione rilassante del CBD.

Anche se gli studi sugli effetti della cannabis nel cervello sono ancora controversi (sembra che i risultati dipendano da chi finanzia la ricerca…), le testimonianze riportate dai pazienti parlano chiaro: è il caso, ad esempio, degli ex-combattenti americani affetti da PTSD, ovvero da disturbo da stress post-traumatico. Curati con la cannabis medica, i veterani segnati profondamente dalle terribili esperienze di guerra hanno dimostrato un consistente miglioramento dei sintomi della malattia, in particolar modo nella qualità del sonno e nel controllo di ansia e depressione.
Uno studio più approfondito su questo preciso argomento è stato finanziato a inizio anno dal Dipartimento della Sanità del Colorado (uno degli Stati USA in cui è stata legalizzata la marijuana anche a scopo ricreativo) con un investimento di 2 milioni di dollari.

Altri studi molto significativi che hanno approfondito l’efficacia della cannabis in medicina riguardano malattie più gravi, ma molto diffuse. Il cancro, ad esempio, una delle peggiori piaghe della società moderna, è una delle patologie contro la quale i cannabinoidi potrebbero rappresentare una terapia decisiva.
Secondo una recente pubblicazione, infatti, alcuni ricercatori tedeschi hanno confermato uno studio già diffuso in precedenza sulla capacità del THC e del CBD di contrastare le metastasi tumorali attraverso la generazione di una particolare proteina che inibisce la crescita delle cellule malate.
Sempre sul cancro, la cannabis è invece di indubbia validità se consideriamo i suoi effetti antiemetici – calma cioè nausea e vomito – gli effetti collaterali comuni causati dalla chemioterapia.

È doveroso, perciò, continuare ad approfondire la tematica in ambito scientifico, iniziando a considerare la cannabis per quello che essa realmente è: un’importante risorsa naturale da sfruttare al meglio per la tutela e il diritto alla cura dei malati.

Mauro Loewenthal
@twitTagli

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