Babbo Natale, lei sta bene di salute? (e altre ricerche mediche… davvero strane)

Le festività natalizie in famiglia finiscono quasi inevitabilmente per metterci davanti a bimbetti per i quali il 25 dicembre è una data cruciale: il momento più magico dell’anno, quello in cui il vecchio amico vestito di rosso, viaggiando a velocità supersonica tra un camino e l’altro, porta loro i doni tanto attesi.
Tuttavia, intorno ai sette-otto anni, il germe del dubbio inizia a insinuarsi nelle loro menti, portandoli a porsi la domanda più angosciante di tutta l’infanzia – “Babbo Natale esiste davvero?” -, quasi un rito di passaggio nel momento in cui l’implacabile risposta li attende al varco.

Eppure, il problema dell’esistenza di Babbo Natale è tutt’altro che uno scontato dubbio da bambini delle elementari. Uno studio scientifico del 2011 ad esempio si propone addirittura di esaminare la questione con un approccio evidence-based, raccogliendo i dati nella letteratura a disposizione e suggerendo una correlazione statistica tra l’abitudine di lasciare latte e biscotti sul tavolo la notte della vigilia e la probabilità di ricevere una visita da Babbo Natale [1].
Incredibilmente questo studio, dall’intento chiaramente ironico, può essere ritrovato nell’enorme database MEDLINE sul sito del suo motore di ricerca, il celeberrimo PubMed.

Per i non addetti ai lavori, PubMed e MEDLINE sono due delle più grandi e monumentali opere della cultura umana, ovvero il database bibliografico della National Library of Medicine degli Stati Uniti d’America.
Su PubMed è possibile rintracciare la quasi totalità delle pubblicazioni di ambito biomedico della storia della Scienza, ed esso è diventato uno strumento indispensabile per l’aggiornamento scientifico di tutti i professionisti delle scienze sanitarie e di ambito biologico.
Ma PubMed nasconde dentro di sé numerose sorprese: alcuni degli innumerevoli studi a disposizione degli utenti riguardano infatti argomenti fantasiosi e assurdi su cui la Scienza ha deciso sorprendentemente di interrogarsi. E quindi si scopre che…

Babbo Natale esiste e ha pure un sacco di problemi di salute

L’esistenza di Santa Claus rappresenta un terreno fertile per numerosi ricercatori di specialità mediche desiderosi di condire con un pizzico di magia il proprio rigoroso compito scientifico.
I più premurosi sono certamente quelli che si sono dedicati ad un’accurata analisi dei rischi occupazionali per la salute del povero Babbo Natale: uno studio del 2015 evidenzia come la missione di portare regali a tutti i bambini del mondo sia correlata a significative problematiche per quanto riguarda il mezzo di locomozione fuori norma, il rischio di infarto e altre malattie cardiovascolari in un lavoro con turni lunghissimi e concentrati in brevi periodi di tempo (peraltro con un importante jet lag e il costante passaggio da un clima all’altro), in cui certamente l’obesità e l’età avanzata non aiutano [2].

Quante calorie assumerebbe Babbo Natale se bevesse davvero tutti i bicchieri di latte e mangiasse tutti i biscotti che trova?
Quante calorie assumerebbe Babbo Natale se bevesse davvero tutti i bicchieri di latte e mangiasse tutti i biscotti che trova?

Del resto, già negli anni precedenti era stato messo in evidenza come Babbo Natale rappresentasse un cattivo esempio per la salute pubblica viste le sue abitudini poco sane, nonché una possibile fonte di contagio per malattie infettive attraverso la sua barba che entra in contatto con la saliva di milioni di bambini nel mondo ad ogni bacio sulla guancia [3].

Altri gruppi si sono preoccupati di studiare le possibili malattie dermatologiche che possono colpire la pelle di un vecchietto che si espone a raffiche di vento freddo ad altissima velocità nella troposfera [4], o il danno alla colonna vertebrale – con tremendi mal di schiena – che potrebbe essere causato dal portare in spalla un sacco pieno di miliardi di giocattoli [5], con risultati preoccupanti.

Sicuramente farà discutere lo studio che ha messo in luce come la probabilità di ricevere un regalo durante l’anno non presenta una correlazione statisticamente significativa con il fatto di esser stato un bravo bambino [6].
Babbo Natale rappresenta poi un’importante fonte di studi per la scienza medica, umana ma anche veterinaria; non a caso un gruppo norvegese si è occupato di ipotizzare il meccanismo della circolazione nelle mucose nasali della renna Rudolph per spiegare come il suo naso riesca a brillare rosso persino nelle notti più tempestose [7].

Gli studi pioneristici del gruppo di ricerca del St Mungo Hospital

Un importante contributo alla ricerca medica alternativa viene sicuramente dal lavoro di numerosi gruppi di scienziati che lavorano incessantemente (pare anche sotto l’effetto di GiraTempo) nei laboratori dell’ospedale St Mungo di Londra.
Un caso molto studiato è quello di un paziente adolescente, Harry P., più volte ricoverato presso le strutture infermieristiche di primo soccorso della Scuole di Magia e Stregoneria di Hogwarts per delle terribili cefalee ad apparente partenza da una cicatrice a saetta sulla sua fronte.

Il disturbo di cui soffre il paziente rappresenta una sfida per i neurologi maghi e Babbani di tutto il mondo; il case report più accurato sembra propendere per un’emicrania a incerta classificazione a esordio giovanile [8], ma recenti ricerche hanno messo in discussione questo dogma, proponendo di attribuire i sintomi a una cefalea nummulare [9].

Il gruppo di neurologi del St Mungo è inoltre celebre per aver messo a punto un sistema di assegnazione dei dottori aspiranti specializzandi, ciascuno al ramo della medicina più consono alle proprie attitudini, tramite un sistema ispirato al Cappello Parlante della già citata scuola di Hogwarts, che potrebbe risolvere l’annoso dilemma di quale carriera medica scegliere dopo la laurea [10].
Il grande ospedale è tuttavia noto anche per altre branche, tra cui la Chirurgia Plastica, tanto che persino il Signore Oscuro, Lord Voldemort, pare essersi rivolto agli esperti del centro per sottoporsi a un delicato intervento di rinosettoplastica [11], e l’Ortopedia, forte dell’esperienza maturata negli anni nel trattamento dei traumi da precipitazione nel corso degli incontri di Quidditch [12].

La psicoterapia nell’era del fantasy: dall’analisi Freudiana alla Scuola Jedi

Tralasciando l’ironia, numerosi gruppi di psicologi e psichiatri si sono cimentati nell’impresa di studiare scientificamente i tratti della personalità di vari beniamini della letteratura fantastica.
Il già citato Harry Potter è un esempio importante, che ha generato studi sulla maturazione della psiche dell’adolescente attraverso il ripudio di una scelta di vita narcisistica [13] e la deidealizzazione della figura paterna nella crescita (dal bullismo di James Potter alle oscure mire del giovane Albus Silente) [14]; anche il curioso case report del povero Gollum è materia di analisi nella letteratura scientifica [15].

I neuropsichiatri infantili hanno dimostrato come la perseveranza del bambino nel compiere attività ripetitive a scarso appeal possa essere migliorata se il piccolo paziente immagina di personificare una figura ad alta responsabilità come Batman [16], così come le funzioni esecutive nel momento in cui gli si chiede di compiere scelte come se al posto suo vi fosse il supereroe [17].
Il principale soggetto di studio per gli psichiatri nerd di tutto il mondo resta comunque il giovane Anakin Skywalker, per il quale più gruppi hanno formulato una diagnosi di disturbo borderline di personalità, seppur con un certo dibattito sul tema [18, 19, 20]; del resto l’intero Lato Oscuro della Forza offre numerosi spunti di psicopatologia [21], e anche nella nuova trilogia il problema della possibile redenzione di Kylo Ren riveste un certo significato psicoterapeutico [22].

Epidemiologia della Terra di Mezzo

Una delle maggiori soddisfazioni nello sfogliare gli articoli di ispirazione fantasy sulla banca dati della National Library of Medicine viene comunque dagli studi di argomento epidemiologico.
Una recente ricerca australiana ha per esempio indagato le curve di sopravvivenza dei personaggi apparsi nella serie televisiva di “Game of Thrones”, evidenziando una probabilità del 14% di morte entro la prima ora di apparizione sullo schermo, con un rischio che aumenta per i personaggi di sesso maschile, bassa estrazione sociale e, sorprendentemente, che non hanno cambiato alleanza nel corso della storia [23].

Nel mondo parallelo della Terra di Mezzo, al contrario, la probabilità di sopravvivenza sembrerebbe correlare con un’adeguata esposizione alla luce solare e una dieta bilanciata, mentre la carenza di vitamina D mostra una maggior prevalenza nei personaggi malvagi che risultano sconfitti alla fine del libro [24].

Sul tema segnaliamo anche un lavoro del 2006 che studia l’incidenza delle principali malattie nei maghi confrontati con la popolazione Babbana [25] e un’analisi dell’assistenza sanitaria nel contesto della cittadina americana di Springfield che utilizza come campione statistico la famiglia Simpson [26].

Sono inoltre notevoli le indagini sui fattori di rischio ambientali predisponenti allo sviluppo di malattie esemplificate da personaggi celebri della letteratura: dalle condizioni igienico-sanitarie della Londra dickensiana nel caso del piccolo Tim di “Canto di Natale” [27], alle modalità di trasmissione del morbo grigio di “Game of Thrones” [28].
Anche se il capolavoro della letteratura (fanta)scientifica rimarrà indiscutibilmente, da questo punto di vista, lo studio che esamina le lesioni da esposizione a polveri di origine vulcanica nel caso di Darth Vader, proponendo una dettagliata spiegazione di come potrebbe funzionare il respiratore artificiale che lo mantiene in vita sotto la corazza nera [29].

La letteratura medica sembra quindi offrirci numerose idee per cogliere, nelle opere romanzesche e cinematografiche a cui ci appassioniamo, vari spunti per una riflessione scientifica originale. Che siano idee di ricercatori particolarmente burloni o veri e propri studi con un valore scientifico, è indubbio il fascino che esercitano sugli appassionati, tanto più quando si tratta di addetti ai lavori, come chi scrive.
Abbiamo pertanto pensato, per tutti gli interessati, di proporre una vera e propria bibliografia per cercare gli articoli citati, la maggior parte dei quali gratuitamente accessibile; nella speranza che un punto di vista originale possa aiutarci ad amarli ancora di più. Del resto, è la stessa scienza a spiegarci come le loro parole siano capaci, con una potenza unica, di accendere il nostro cervello in un’esplosione di idee e di emozioni [30].

Matteo Mancarella

  1. Highfield ME “Here comes Santa Claus”: what is the evidence?Adv Emerg Nurs J. 2011 Oct-Dec;33(4):354-8
  2. Straube et al The occupational health of Santa Claus. J. Occup Med Toxicol. 2015; 10: 44.
  3. Grills NJ et al. Santa Claus: a public health pariah? BMJ. 2009;339:b5261
  4. Charlier P et al. Work-related skin diseases of Santa Claus.J Eur Acad Dermatol Venereol. 2018 Dec 5
  5. Donath L et al.Jeopardizing Christmas: Why spoiled kids and a tight schedule could make Santa Claus fall?Gait Posture. 2015 Mar;41(3):745-9.
  6. Park JJ et al.Dispelling the nice or naughty myth: retrospective observational study of Santa Claus.2016 Dec 14;355:i6355
  7. Ince C et al. Why Rudolph’s nose is red: observational study. BMJ. 2012;345
  8. Sheftell F et al. Harry Potter and the curse of headache.Headache. 2007 Jun;47(6):911-6.
  9. Mohen SA et al. Harry Potter and nummular headache.Headache. 2012 Feb;52(2):323-4.
  10. Gouda P et al. Virtual sorting hat technology for the matching of candidates to residency training programs.Med Educ. 2016 Dec;50(12):1249-1252
  11. Kozin E et al. Voldemort Deformity: Nasolabial Transposition Technique for Severe Nasal Inlet Stenosis. Otolaryngol Head Neck Surg. 2014 Dec; 151(6): 1078–1080.
  12. Pennington R et al. INJURIES IN QUIDDITCH: A DESCRIPTIVE EPIDEMIOLOGICAL STUDY.Int J Sports Phys Ther. 2017 Oct;12(5):833-839.
  13. Rosegrant J. The deathly hallows: Harry Potter and adolescent development.J Am Psychoanal Assoc. 2009 Dec;57(6):1401-23
  14. Subkowski P. On the psychoanalytic view of Harry Potter. Prax Kinderpsychol Kinderpsychiatr. 2008;57(7):571-85.
  15. Bashir et al. A precious case from Middle Earth. BMJ. 2004 Dec 18; 329(7480): 1435–1436.
  16. White RE et al. The “Batman Effect”: Improving Perseverance in Young Children. Child Dev. 2017 Sep;88(5):1563-1571.
  17. White RE et al. What would Batman do? Self-distancing improves executive function in young children.Dev Sci. 2016 May;19(3):419-26
  18. Bui E et al. Is Anakin Skywalker suffering from borderline personality disorder?Psychiatry Res. 2011 Jan 30;185(1-2):299.
  19. Rocha FF et al. Revisiting the Anakin Skywalker diagnostic: transcending the diagnostic criteria.Psychiatry Res. 2012 Jun 30;198(1):179; author reply 180
  20. Tobia A et al. Darth Vulcan? In support of Anakin Skywalker suffering from borderline personality disorder. Psychiatry Res. 2015 Sep 30;229(1-2):625-6
  21. Friedman SH et al. Using Star Wars’ supporting characters to teach about psychopathology.Australas Psychiatry. 2015 Aug;23(4):432-4.
  22. Guerrero, A et al. Can Kylo Ren Be Redeemed? New Potential Lessons from Star Wars Episode VII Acad Psychiatry (2016) 40: 630
  23. Lystad RP et al. “Death is certain, the time is not”: mortality and survival in Game of Thrones.Inj Epidemiol. 2018 Dec 10;5(1):44
  24. Hopkinson R et al. The hobbit – an unexpected deficiency.Med J Aust. 2013 Dec 16;199(11):805-6.
  25. Lim EC et al. Interesting in- and outpatient attendances at Hogwarts Infirmary and St Mungo’s Hospital for magical maladies.Ann Acad Med Singapore. 2006 Feb;35(2):127-9.
  26. Patterson R et al. D’oh! An analysis of the medical care provided to the family of Homer J. Simpson. CMAJ. 1998 Dec 15; 159(12): 1480–1481.
  27. Chesney RW et al. Environmental factors in Tiny Tim’s near-fatal illness. Arch Pediatr Adolesc Med. 2012 Mar;166(3):271-5.
  28. Lipoff JB. Greyscale-A Mystery Dermatologic Disease on HBO’s Game of Thrones. JAMA Dermatol. 2016 Aug 1;152(8):904.
  29. Plovsing et al. Pulmonary Pathophysiology in Another Galaxy. Anesthesiology 01 2014, Vol.120, 230-232
  30. Hsu CT et al. The emotion potential of words and passages in reading Harry Potter–an fMRI study. Brain Lang. 2015 Mar;142:96-114

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