Via Asti Liberata: a Torino la sinistra sgombera i Rom, e poi se ne pente

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La caserma La Marmora di Torino è famosa per essere stata luogo di torture da parte dei fascisti nei confronti di partigiani e dissidenti politici. Tra il 43 e il 45, infatti, fu sede della Guardia Nazionale.
È stata liberata, veramente, nell’aprile del 1945 dalle milizie partigiane del CLN.
È situata nell’immediato precollina torinese, zona della Torino Bene, a due passi dal Po e dietro la chiesa della Gran Madre di Dio. Da decenni la caserma di via Asti è stata lasciata in stato di abbandono, tanto che dall’aprile scorso, a sessant’anni di distanza qualcuno ha deciso di occuparla.
Nasce “Via Asti Liberata”.

I partigiani, questa volta, non c’entrano niente: ad entrare negli spazi della caserma sono un gruppo di intellettuali e associazioni, tra le quali Terra del Fuoco, fondata dal consigliere comunale Michele Curto (di Sinistra Ecologia e Libertà).
Cuore della Torino borghese, una vecchia caserma abbandonata, simbolismi storici, okkupazione, movimentismo di sinistra: gli ingredienti ci sono tutti. Ma per arrivare alla paradossale situazione di questi giorni, la grottesca contraddizione in seno alla sinistra torinese, manca ancora un elemento. Per introdurlo, dobbiamo snocciolare una breve cronologia:

  • 2001. Nasce Terra del Fuoco, realtà associativa impegnata principalmente in progetti di cooperazione internazionale e integrazione delle popolazioni Rom e migranti a Torino.
    Negli anni entra nella galassia di Libera e sviluppa il tipico vocabolario del mondo associativo: legalità, partecipazione, cittadinanza attiva.
    E cose così, come direbbe Forrest Gump.

 

  • 2011. Michele Curto, fondatore e presidente di Terra del Fuoco, si dimette e si candida alle elezioni comunali di Torino.
    Viene eletto nelle file della maggioranza di Piero Fassino, con il quale, a oggi, i rapporti sembrano incrinati, ma chissenefrega.

 

  • 2013. Terra del Fuoco e una cordata di associazioni e cooperative vincono un bando di concorso pubblico per la realizzazione di un progetto volto a superare una volta per tutte i campi rom. Il progetto vincente si chiama La città possibile e prevede un lavoro di integrazione delle famiglie rom con il territorio torinese: si parla di 5 milioni di fondi ministeriali.
    Il bando si pone il nobile obiettivo di mettere il punto definitivo sulla controversa esistenza dei campi Rom non regolamentati, e i maggiori sforzi – negli intenti perlomeno – si dirigono verso il campo di Lungo Stura Lazio.
    La Stura è uno dei tre fiumi che affliuscono nel Po all’interno del territorio comunale: scorre nella periferia Nord della città, a poche centinaia di metri dallo sbocco della Torino-Milano. Ad un quadro tipicamente suburbano si deve aggiungere un particolare: sulla riva sinistra della Stura è situato un campo Rom abusivo, uno dei più grandi campi d’Europa.
    Il progetto di riqualificazione prevede, sulla carta, anche il coinvolgimento delle stesse famiglie Rom. Legalità, partecipazione, cittadinanza attiva, ancora una volta.

 

  • Aprile 2015. Terra del Fuoco, alcune associazioni collaterali e ad alcuni intellettuali occupano abusivamente la caserma La Marmora di via Asti, da anni – come detto – lasciata in stato d’abbandono dalle istituzioni.
    L’obiettivo della sedicente “Via Asti Liberata” è restituire lo spazio alla cittadinanza; tra gli intenti, c’è anche dare risposte al disagio abitativo della città, definita “la capitale europea degli sfratti”.
    Com’è che dicevamo? Ah, giusto: legalità, partecipazione, cittadinanza attiva.
    Nota del redattore: per ora si è vista una mensa (e va bene), una sala studio (e va beh), qualche concerto (te pareva) e molti hipster (tuttto torna).
    Nota numero due: okkupare un lungofiume per viverci non va bene, soprattutto se sei rom; okkupare una caserma per ragioni politiche invece è una strada ampiamente percorribile.

 

  • Novembre 2015. Si consuma il fallimento del progetto La città possibile. Migliaia di Rom vengono sgomberati e cacciati dalle baracche.
    Alcuni di loro vengono incentivati economicamente a tornare i Romania, ed accettano il contributo pubblico per il rimpatrio; altri si collocano in strutture private con prezzi calmierati.
    Per i più sfortunati, invece, niente: la strada.

 

Qui entra in scena un altro attore: si chiama Gattonero Gattorosso. Non è un personaggio disneyano, bensì un collettivo – definito “anarchico” dalla stampa – che cita Kusturica, ma soprattutto che è da tempo presente in Lungo Stura Lazio. Ci sono loro a supportare la lotta delle famiglie zingare.
Hanno le idee chiare: la città possibile era un progetto destinato a fallire ancora prima di cominciare.
Innanzitutto le stime fatte sulla popolazione Rom sarebbero state decisamente sottodimensionate: poco più di mille per la cordata associativa, duemila invece secondo il collettivo.
Ma non importa, anche perché il progetto era rivolto a poche centinaia di persone “meritevoli”.
E gli altri? Per strada.

Era scritto nelle stelle, inoltre, che la cifra stanziata avrebbe dato respiro corto al progetto. Non si possono calmierare i prezzi in eterno, senza progettualità e senza sapere come fare una volta finita la ciccia.
Se non si credesse nella buona fede delle associazioni e delle istituzioni, sorgerebbe un dubbio: la cifra stanziata per il progetto sarà mica finita nelle tasche di qualche palazzinaro piemontese?
In sostanza: chi è il proprietario degli immobili dove i rom sono stati temporaneamente ricollocati?
Su Terra del Fuoco aleggia anche l’ombra di un esposto in procura presentato dalla destra comunale, ma in queste pagine non si sventolano manette.

Non ci si può esimere, però, di dare un giudizio tutto politico. Sulla creazione di progetti destinati a perdere e ad aprire falle in un sistema, quello abitativo, già precario.
Verrebbe da dire che la sinistra torinese è riuscita a fare quello che Matteo Salvini promette da tempo: ruspe! 
Desta poi qualche dubbio, tutto politico ovviamente, che una realtà associativa decida di occupare un bene pubblico, ponendosi come realtà antagonista e, allo stesso tempo, beneficiare di fondi pubblici. E di sedersi negli scranni del potere cittadino.
A un certo punto bisognerebbe scegliere se essere di lotta o di governo. Altrimenti l’imbarazzo è alle porte.

E le porte dell’imbarazzo sono state varcate. Lunedì 2 novembre, infatti, centinaia di rom rimasti senza casa e senza baracca occupano l’occupato. Si insediano in via Asti Liberata, proprio nella caserma di Terra del Fuoco, perché pare che già nella seconda metà del 2015 i soldi del progetto siano finiti. E gli affitti calmierati non sono più tali: le famiglie rom beneficiarie non possono permetterselo.
Dunque, puntuale come un treno svizzero ecco l’ennesimo sfratto.
In conclusione: non solo un tot di famiglie rom sono state ricollocate a spese della Città e un tot lasciate senza le proprie abitazioni nella baraccopoli; ma anche le famiglie beneficiarie del progetto, a stretto giro di posta, si sono trovate in mezzo alla strada assieme a quelle già definite “non meritevoli” in origine.

Tutti insieme appassionatamente in Via Asti, dunque, dove il comitato di gestione, Terra del Fuoco & co, non ha potuto fare altro che accettare la situazione, salvando il salvabile.
Non senza lasciare trapelare qualche mal di pancia.
Ma che dovevano fare, chiamare le forze pubbliche per sgomberare gli zingari?

E i residenti? Questi ultimi non sono per niente contenti. Gli zingari stavano bene là, dov’erano prima. Devono stare nei quartieri operai, dove la gente si sveglia alle 6 e sale sul tram 4 che attraversa la città, dove ci sono le case popolari e l’eroina.
Non in via Asti.
Qui è zona residenziale, ci sono le vinerie dove i figli dei ricchi devono poter prendere l’aperitivo tranquillo, gli attici e il bacino elettorale della sinistra salottiera piemontese. Passino gli hipster e i concerti reggae. Ma gli zingari in via Asti no.

Andrea Dotti

[ha collaborato UM]

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