Che tu sia Tsipras o il governo gialloverde, non puoi rompere con l’austerità europea

Cosa dimostra la bocciatura della manovra da parte dei commissari europei?
Ciò che sappiamo almeno dal 2015, anno della crisi greca, ovvero che all’interno del quadro delle regole Ue non è possibile alcuna deviazione dall’austerità, sia da sinistra (governo Tsipras) sia da destra (governo gialloverde). Si nega così una delle prerogative fondamentali di uno Stato, l’approvazione della legge di bilancio, e con essa anche una parte sostanziale dell’esercizio democratico.

Ma ci sono tre paradossi in questa storia.

1) Tra il 2009 e il 2016 solo tre Paesi della Ue non hanno mai sforato il rapporto deficit/Pil del 3%. La Francia, addirittura, ha infranto il tetto per otto anni consecutivi, per due anni con lo stesso commissario Pierre Moscovici, allora al ministero delle Finanze di Parigi. “Sono un socialista, un socialdemocratico! Abbiamo delle elezioni, facciamo delle scelte politiche“, diceva nel 2013 per difendersi dalle accuse.

2) La manovra presentata a Bruxelles dal governo italiano non prevede, per giunta, lo sforamento del 3% e si attiene dunque alle regole europee. La bocciatura, ci dicono, punisce in realtà l’inversione di tendenza, dal momento che il rapporto si sarebbe dovuto stabilizzare sotto il 2% nei prossimi anni. Ma soprattutto – ci fanno ancora sapere i nostri detrattori – l’Italia, con il suo debito pubblico al 132%, molto semplicemente non è la Francia, che farà salire il deficit dal 2,6% al 2,8% con l’avallo della Commissione Europea. Tuttavia, è del tutto arbitrario considerare il debito pubblico o il deficit come unici indicatori della salute economica di un Paese.

Ad esempio, l’Italia ha uno dei risparmi privati più alti al mondo, pari a circa 4,4mila miliardi di euro, il doppio del debito pubblico, il che colloca il nostro Paese – per ricchezza finanziaria netta – davanti a Francia, Germania e alla media dei Paesi Ue e dietro solo a Regno Unito e Stati Uniti. Il debito privato degli italiani è inoltre inferiore sia a quello della Spagna sia a quello della Francia, che – assommando debito pubblico e privato – è lo Stato europeo più esposto finanziariamente.
Per queste ragioni, nonostante le apparenze, il debito pubblico italiano, per quanto ingente, è più sostenibile di debiti pubblici inferiori, anche perché solo il 32% del debito pubblico italiano è detenuto all’estero, contro il 50% di Francia e Germania.

Se poi torniamo al deficit, c’è un particolare misuratore, chiamato “deficit gemello”, che oltre al deficit di bilancio prende anche in considerazione quello commerciale (o delle partite correnti). Ebbene, in questa classifica l’Italia, grazie al suo export in attivo per 60 miliardi di euro, ha un deficit gemello positivo e si situa meglio di Francia, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone.
E ancora: da più di 20 anni, l’Italia ha un avanzo primario stabilmente in attivo, vale a dire che lo Stato ogni anno incassa con le tasse più di quanto spende per reimmettere denaro nell’economia nazionale (escluse le spese per interessi passivi sul debito). Si tratta di un record unico al mondo.
Insomma i fondamentali dell’Italia sono buoni. Che vengano pregiudicati da un deficit sul Pil appena al 2,4% appare risibile.

3) Il terzo paradosso è che questo governo è tutto tranne che intenzionato a rompere davvero con l’austerità.

Il primo indicatore è la stessa lettera inviata a Moscovici, in cui il governo si impegna a varare una manovra correttiva nel caso in cui le stime sulla crescita debbano essere riviste al ribasso (e lo saranno probabilmente). Nulla di nuovo da quanto fatto in precedenza, ma con una differenza: i governi di centrosinistra concordavano in anticipo con Bruxelles un piano di rientro (le cosiddette clausole di salvaguardia), salvo ottenere successivamente la flessibilità necessaria per evitare una seconda manovra, proprio in ragione della crescita inferiore alle attese; ora, invece, il governo gialloverde fa l’inverso, sfida subito la Commissione per suscitare l’impressione di una coraggiosa guerra alla tecnocrazia, ma – dietro le quinte – promette di adeguarsi ai suoi dettami in un secondo momento. D’altronde, con le elezioni europee nel 2019, la tempistica è tutto.

Il secondo indicatore è lo stesso obiettivo di deficit. Per avvicinarsi al 2,4% l’Italia sarà costretta, per l’ennesima volta, a registrare avanzo primario, cioè a praticare austerità.
Una bella fetta delle nostre tasse, il 3,8% del Pil, se ne va infatti ogni anno per ripagare gli interessi sul debito. Calcoli alla mano, un governo deciso a rompere con i tagli e a investire nell’economia dovrebbe addirittura proporre un disavanzo del 6% per annullare l’effetto della spesa per interessi sul debito. Totalmente irrealistico all’interno dell’Unione Europea, ma qui bisognerebbe aprire una lunga parentesi sui meccanismi di Maastricht, che costringono gli Stati membri a pagare interessi troppo alti per finanziare la spesa pubblica.

In conclusione, la bocciatura di Bruxelles è, dopo Atene, la seconda, clamorosa, uscita allo scoperto dei vertici dell’Unione Europea sulla natura antidemocratica degli attuali trattati. E il Pd e gli altri oppositori di questo governo, accodandosi a loro, perderanno di ogni legittimità quando si tratterà di opporsi a un nuovo pesante ciclo di austerità.
Non a caso, gli unici che hanno avuto la forza di contestare la bocciatura, senza per questo risparmiare la propria condanna al governo gialloverde, sono stati la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e Sahra Wagenknecht, ex leader della Linke tedesca, segno che forse c’è ancora speranza in Europa.

Jacopo Di Miceli​

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