Cosa vuole Podemos, il partito degli indignados spagnoli?

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In Spagna sono giorni di passione e di cambiamento. Il Paese, come l’Italia e soprattutto la Grecia, ha conosciuto nell’ultimo quinquennio un sensibile peggioramento degli standard di vita per la maggioranza della popolazione, unitamente alla percezione di un atteggiamento remissivo degli ultimi governi di fronte ai dettami rigoristici provenienti da Bruxelles (e Berlino), entrambi fattori che hanno intaccato la fiducia dell’elettorato e minato la credibilità del quadro istituzionale interno e sovranazionale.

In questo contesto sta emergendo con forza un nuovo soggetto politico, che è già parte dello scontro politico e che, secondo gli ultimi sondaggi pubblicati da El Pais, potrebbe essere in grado in un futuro vicino di voltare pagina sul compassato bipolarismo iberico. Podemos, la creatura  di Pablo “el Coleta” Iglesias (così chiamato per via del codino), sta volando nelle preferenze di voto dell’elettorato spagnolo, superando di diversi punti i Popolari del premier Rajoy e scavalcando anche l’opposizione dei Socialisti.

Di sorprendente ci sono solo i numeri per chi ha seguito da vicino l’evoluzione delle proteste degli Indignados durante la primavera (spagnola) del 2011 con la sua eredità di contenuti e di idee alternative alla politica pubblica mainstream. Podemos è il diretto discendente di quell’esperienza di contestazione che – se non ha lasciato le urne vuote – ha davvero riempito le piazze e non ha smesso di far sentire la propria voce nelle calles della capitale fino all’autunno dell’anno scorso, quando la cerchia allargata di semplici protestanti e di intellettuali gravitante nei caffè del quartiere Lavapiés di Madrid ha radunato le proprie forze intorno alla guida carismatica di Pablo Iglesias.

Ma cosa si cela dietro Podemos, il nuovo vessillo della politica radicale che stuzzica i delusi grillini e rilancia le ambizioni degli euroscettici lontani dagli estremismi neocon? Innanzitutto un percorso che ha dei punti in comune con l’ascesa di Syriza in Grecia e con il big bang del Movimento 5 Stelle nelle elezioni politiche del 2013.
Con i grillini, Podemos condivide l’approccio post-ideologico e l’idea un’azione “bottom-up” che è tipica della struttura del “movimento”, con uno schema organizzativo che all’inizio di quest’anno permetteva ampie comparazioni tra i due soggetti, salvo poi una repentina mutazione nella forma canonica del partito politico, avvenuta già a marzo per evitare proprio quelle debolezze strutturali che per ora neutralizzano l’efficacia di azione dei nostri 5 Stelle.
Come Grillo, il leader Pablo Iglesias non è un politico di professione, ma in passato ha condotto show televisivi e sa come rivolgersi al grande pubblico.

Al contrario di Grillo, Iglesias può vantare un curriculum accademico in scienze politiche e sociali, e si è ritagliato il ruolo di leader della piattaforma di Podemos in un cammino politico che è partito dal crogiolo democratico delle manifestazioni di piazza madrilene del 2011, avendo conquistato in questi anni un iniziale consenso tra gli intellettuali locali e avendo incassato successivamente un più ampio endorsement firmato da alcuni importanti pensatori internazionali, tra i quali il filosofo sloveno Slavoj  Zizek e l’autrice di “No Logo” Naomi Klein, fino a vere celebrità contemporanee del calibro di Noam Chomsky.
Podemos, come Syriza, può contare su una leadership solida e sempre più nota all’estero, che risulta credibile anche al di fuori dell’appoggio di schieramento e che non rinuncia al confronto con i partiti tradizionali in nessuna occasione, dibattiti televisivi compresi.

Con i grillini, però, la maggiore differenza si registra sul campo del programma di governo. Le proposte oscure (perché spesso camaleontiche) della formazione italiana, dipendenti per la maggior parte dalla viva voce del leader e non formalizzate in un documento liberamente consultabile, hanno fallito l’obiettivo della chiarezza con il tentativo dei sette punti per l’Europa preparati per la tornata elettorale del maggio 2014, non spingendosi al di là della cruda enunciazione di sette titoli programmatici che avrebbero dovuto guidare la squadra di parlamentari pentastellati per un intero mandato europeo. In termini comparativi, non è impossibile credere che le difficoltà incontrate dai 5 Stelle si siano rivelate, al contrario, utilissime per lo sviluppo di un racconto politico più chiaro da parte di Podemos.

Un punto a favore di questa tesi è messo a segno dal documento programmatico “Un Proyecto Económico Para la Gente (qui il testo completo), pubblicato proprio a ridosso del recente exploit nei sondaggi demoscopici, in cui il partito di Iglesias segnala la propria strategia di azione, a partire dagli obiettivi di lungo termine fino ad arrivare ad un sintetico inventario dei mezzi disponibili per l’attuazione delle politiche proposte.
La redazione del testo, curata dal tandem Vicenc Navarro (professore di politiche pubbliche a Barcellona e presso la statunitense John Hopkins University) e Juan Torres Lopez (docente di politica economica a Granada), poggia su una tesi principale: il capitalismo ha vinto la sua battaglia per il progresso dell’umanità, ma cova al suo interno “mali supremi ed insuperabili”. Non è un caso, secondo i due economisti del pool di esperti di Iglesias, che il solo 2,5% degli aiuti pubblici messi in gioco in questi anni per il bail-out del sistema bancario europeo sarebbe bastato, nello stesso arco di tempo, a salvare le popolazioni mondiali più a rischio dall’eterno problema umanitario della denutrizione.
E ancora: se si potessero dirottare i fondi destinati alle spese militari verso l’istruzione infantile, per mandare tutti i bambini a scuola basterebbe il 2% di quanto ogni anno viene speso dagli Stati mondiali per l’approvvigionamento di armi e l’addestramento degli eserciti.

Podemos, su questo assunto, si costituisce come una forza che intende agire a tutti i livelli in opposizione alle logiche dominanti del capitalismo neoliberista, con l’intento espresso di promuovere una maggiore uguaglianza e giustizia sociale sia sui temi di politica interna che di contrattazione internazionale. Per questo il documento insiste sul risveglio delle coscienze e arriva a citare perfino Papa Francesco (“questa economia uccide”): la storia insegna che esiste sempre un’alternativa, e che alcuni dei più grandi avanzamenti del vivere comune – compreso lo stesso modo di produzione capitalista – sono riusciti a prevalere solo attraverso la lotta al potere costituito.

Ma perché proporre un documento economico così radicale proprio quando le stime nazionali ed estere riconoscono alla Spagna il cambio di marcia in termini di nuove assunzioni e di outlook produttivo che è ancora di là da venire, ad esempio, in Italia? Perché secondo Podemos la situazione potrebbe essere molto meno rosea di quanto affermato dalle fonti governative.
La cosiddetta ripresa economica di oggi potrebbe contenere al suo interno le spore di una sottoccupazione intollerabilmente alta per i prossimi quindici o venti anni, che si unirebbe in un circolo vizioso ad un debito pubblico sempre più difficile da estinguere, con il corollario di “tremenda tensione sociale” che spingerebbe il Paese sull’orlo della catastrofe nazionale.

Il problema maggiore è però culturale: l’economia spagnola non dovrebbe continuare a guardare al 2007 come all’apice di un ciclo di benessere. Ad oggi non ci si può più permettere quello sfruttamento dell’ambiente e quella fragilità di fronte alle speculazioni internazionali che hanno fatto scricchiolare le basi del sistema economico spagnolo, sempre più mortificato da una finanza che crea più debito che ricchezza, da un settore pubblico in balia della corruzione politica e da un ridottissimo potere d’acquisto dei cittadini.

Con l’eccezione dei propositi universalisti in opposizione all’ideologia neoliberalista e della complementare riedizione del localismo (in una edizione aggiornata del progressismo “glocal”), giova notare che il termine di grandezza più ricorrente nell’analisi dei due accademici di Podemos è quello dello Stato-nazione. Non si tratta di un improvvido ritorno alle passioni che insanguinarono l’Ottocento europeo, quanto di una risposta nel merito che va letta insieme ai dossier preparati dalle istituzioni europee su misura degli Stati membri.
Un documento come quello odierno, sostiene lo scritto di Podemos, è conseguenza della “cura” europea prescritta dall’Unione dal 2010 ad oggi, che con questa lente divide i Paesi virtuosi da tutti gli altri e che per gli osservatori del partito (in accordo con molte formazioni politiche euroscettiche del Continente) si è dimostrata anche peggiore della malattia. Se il sogno europeo coltivato almeno fino a Maastricht si è trasformato in un braccio di ferro che oppone i Paesi ricchi che temono la zavorra dei più deboli e i Paesi poveri che temono il disastro definitivo, una delle ragioni sta nella fretta con cui è stato disegnato l’euro e nella superficialità che ha sempre distinto la politica economica all’interno dell’Unione.

Per Podemos, quello dell’euro è un sistema non sostenibile allo stato attuale della governance economica europea, per il suo effetto di favorire economie più solide a scapito di quelle più fragili, in un quadro complessivo che si mostra tendenzialmente più benevolo per le grandi corporazioni e per i vertici della finanza. La mancanza di strumenti indispensabili per il governo di una crisi come quella attuale, a partire dall’impianto di una politica fiscale progressivamente più omogenea a livello europeo, è l’esempio più evidente dell’impreparazione e della mancanza di credibilità di una soluzione economica proposta oggi in sede comunitaria.

In campo europeo, serve che la BCE risponda più pienamente al Parlamento Europeo e che agisca per promuovere le migliori condizioni per la piena occupazione (allo stesso modo in cui oggi la Banca agisce per contenere il tasso di inflazione entro il limite del 2%, ndr). È essenziale rendere più omogenea la politica fiscale dei Paesi europei, combattendo insieme l’evasione e opponendosi ai paradisi fiscali.

Sul banco degli imputati non c’è solo l’Unione, ma lo stesso processo di globalizzazione, inteso nel significato originario di progressiva interdipendenza economica tra individui, imprese, nazioni e regioni di tutto il mondo, là dove la competenza dei singoli Stati si fa irrimediabilmente controversa e dove l’applicazione della legge si scontra con l’inafferrabilità geografica delle grandi corporations e dei maggiori capitali d’investimento.
Podemos riconosce che è all’interno di tale processo che è venuta a mancare l’autorevolezza dello Stato regolatore e si è acuita l’inefficacia normativa delle organizzazioni regionali quali l’Unione Europea. Il rischio più alto, allora, è l’erosione dell’esercizio democratico, che viene privato di contenuto ogni volta che le politiche di un Parlamento eletto vengono neutralizzate da una pletora di attori burocratici e privati, pronti a sfruttare il vuoto normativo e a ricercare il profitto anche contro gli interessi della maggioranza.
Al tempo stesso, un’azione economica e politica su scala globale, per democratica che sia, rischia di sottovalutare l’importanza e le peculiarità di ogni territorio locale.

L’antidoto proposto da Podemos è, di nuovo, il ritorno alla competenza dello Stato. Per tornare a decidere in favore della maggioranza della popolazione è opportuno limitare il raggio di azione dell’azione politica alla stessa lunghezza della competenza statale, privilegiando l’uso di strumenti e di saperi locali, vicini a “dove nascono e trovano radici i problemi più comuni dell’esistenza umana”.

Il programma economico di Podemos scende anche nel merito più specifico della legislazione spagnola. Senza riportare le parti più tecniche (per i quali rinviamo ancora al testo completo), è opportuno segnalare l’accento posto sulla regolazione del sistema bancario, a partire da quello spagnolo per arrivare alla più ampia questione della governance europea. Si propone la costituzione di banche pubbliche, finanziate dalla liquidità delle amministrazioni locali e cooperanti con il tessuto produttivo locale, introducendo al tempo stesso una normativa che spezzi il circolo speculativo del periodo pre-crisi attraverso l’imposizione di una tassa progressiva sulle operazioni finanziarie.

Qui il documento del partito di Iglesias gioca controcorrente rispetto al tradizionale cliché della formazione politica di sinistra: per ottenere la piena occupazione è necessario agevolare l’assunzione da parte delle imprese e ridurre al minimo i passaggi burocratici (unica analogia con la sinistra di #matteorenzi), e solo quando il settore privato non è più in grado di assorbire ulteriore manodopera si può ricorrere ad un investimento pubblico, che andrebbe in quel caso rivolto a rafforzare i settori oggi più deboli del welfare state.
Sempre sul tema dell’impresa, si auspica l’estensione delle nuove tecnologie e l’investigazione sui metodi produttivi sperimentali, per rilanciare al più presto la domanda esterna e recuperare competitività sul mercato globale.

Podemos si dice inoltre a favore della partecipazione di tutti i lavoratori nel processo decisionale, sul modello della cooperativa, citando alcuni studi di settore che segnalano una migliore efficienza e una migliore reazione agli shock economici di tale modello rispetto al classico management top-down.
In Spagna come in Europa, il cambiamento passa solo attraverso l’adozione di nuova prospettiva sociale. Se il salario più alto resterà 127 volte più alto di quello più basso, e se il tema dell’evasione fiscale continuerà ad avvelenare il rapporto tra le istituzioni e i cittadini, secondo la guida di Podemos non sarà possibile trovare i mezzi morali ed economici per sostenere un nuovo patto comune contro la povertà e a favore dei diritti dell’individuo, perdendo l’occasione di integrare in un progetto costruttivo le molte comunità e nazionalità che compongono la Spagna di oggi.
A fianco di ciò, l’impoverimento economico attuale parte anche da basi demografiche: un Paese che invecchia e in cui il mantenimento dei figli è troppo costoso è un Paese che viaggia nella direzione opposta rispetto alla prosperità.

C’è spazio anche per considerazioni più pratiche, a breve termine. Innanzitutto si discute della fattibilità materiale del programma esposto, che a conti fatti esporrebbe le casse pubbliche ad un sacrificio senza ritorno. Podemos auspica la convocazione di un’assemblea istituzionale in cui discutere con i migliori esperti di settore la più efficiente allocazione delle risorse a disposizione dello Stato, per garantire il più ampio beneficio possibile dai punti di riforma economica proposti in sede di programma.

Al tempo stesso, nelle pagine di fondo spicca una lettura che dà la misura del mix di realismo e di utopismo con cui Iglesias approccia la vita politica: un governo guidato da Podemos sarebbe dipinto come una tragedia dai media tradizionali, perché i mercati si opporrebbero in ogni modo al cambiamento radicale e utilizzerebbero tutti gli strumenti a disposizione (compresa la minaccia speculativa sul debito) per instillare un clima di sfiducia nei confronti dell’esecutivo.
Di qui l’intenzione di pubblicare un prospetto di quasi settanta pagine in cui l’elettore possa formare un’opinione motivata su cosa sia successo negli ultimi dieci anni di economia globale, senza badare al balletto di dichiarazioni di parte e di ricette avvelenate che ha condotto la Spagna con gli occhi chiusi sull’orlo del baratro.
Se è un luogo comune affermare che la classe politica sia lo specchio della società, per Podemos l’obiettivo della vittoria alle elezioni  è vincolato invece alla “formazione dell’elettorato”, con quest’ultimo che potrà decidere della buona o della cattiva sorte dell’idea di Iglesias non solo alle urne, ma anche partecipando al dibattito pubblico che si intende stimolare su questo primo programma d’azione. 

È presto per interpretare i prossimi passi della nuova sinistra atipica che sta fiorendo a Madrid, ma dopo l’ultimo, infelice monito a firma Juncker (senza le riforme volute da Bruxelles ci saranno “conseguenze spiacevoli” per tutti), di certo c’è che nella Spagna della passione e del cambiamento farà caldo ancora a lungo.

Matteo Monaco
@MatteoMonaco77
@twitTagli

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