Confronto fra i programmi politici – Economia

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Mai, come in queste elezioni, le riforme economiche sono state così correlate con la struttura stessa dell’Unione Europea.
Per via del suo statuto, la Bce è un caso del tutto anomalo nel panorama delle banche centrali mondiali. Giano bifronte, la Bce da una parte gode infatti di una forza peculiare, che la rende autonoma dagli organismi di rappresentanza europei; ma dall’altra soffre di una debolezza cronica, giacché è priva di alcuni efficaci strumenti di politica monetaria, come la possibilità di acquistare direttamente i titoli di debito pubblico degli Stati, acquisendo così la funzione di prestatore di ultima istanza. 

Questa contraddizione si lega alla questione più ampia dei trattati europei e alla difficoltà di modificarli a causa delle tensioni fra gli Stati.
I paesi nordici, in cui includiamo la Germania, sono infatti contrari a federalizzare i debiti (cioè a una loro mutualizzazione), anche emettendo obbligazioni europee come i più volte citati Eurobond, e a concedere sconti sulla riduzione del rapporto deficit/Pil (il famoso 3%) e del debito pubblico (il Fiscal Compact, che impone il rientro del debito al 60% nei prossimi vent’anni). 

Non potendo ricorrere a un intervento diretto della banca centrale, gli Stati sono allora costretti a finanziare la propria spesa o applicando nuove tasse o attraendo capitali sui mercati: è per questa ragione che si persegue la ricerca della fiducia dei mercati, soprattutto attraverso il risanamento dei conti.
La messa in comune dei debiti sarebbe perciò svantaggiosa, almeno nell’immediato, per i Paesi che hanno in conti in ordine, poiché li costringerebbe a pagare tassi d’interesse più elevati. 

La crisi dell’Euro si ripercuote così sulle fondamenta della costruzione europea e induce i partiti ad assumere una gamma variegata di posizioni, che vanno dall’abbandono della moneta comune al rafforzamento degli attuali meccanismi economici europei, passando per revisioni più o meno energiche dei trattati che consentano l’ampliamento dei poteri monetari della Bce.

Ma la crisi dell’eurozona è di fatto il corollario di quella finanziaria iniziata negli Stati Uniti nel 2008.
Le istituzioni europee diventano, perciò, il luogo deputato per l’attuazione di una legislazione comune contro il rischio della speculazione sui mercati e di nuovi fallimenti bancari.
Di fronte al colossale volume degli scambi finanziari globali (si stima che alla fine del 2006 gli attivi finanziari fossero pari a 4 volte il Pil del mondo, e il rapporto, nonostante la crisi, è sempre più divaricato)[1] e alle smisurate dimensioni assunte dalle banche, diverse delle quali sono ormai “troppo grandi per fallire” (le dieci banche europee più grandi hanno più di 1000 miliardi di attivi ciascuna, con un giro d’affari spesso superiore al Pil del proprio paese)[2], i singoli governi nazionali hanno da tempo perso la capacità di influire sui movimenti dei capitali, e da qui nasce l’urgenza di stabilire regole europee valide per tutti. 

Stretti fra i due macrotemi della politica monetaria e della finanza transnazionale vi sono, infine, due problemi improrogabili delle economie europee: la disoccupazione e la crescita.
L’austerità li ha fino ad ora subordinati al riassestamento dei conti pubblici. 
La scommessa è dunque quella di stimolare il lavoro e la ripresa senza provocare il dissesto delle finanze pubbliche e, al contempo, senza smantellare il sistema di welfare state che per decenni, dalla fine della Seconda guerra mondiale, è stato fonte di garanzia per i cittadini europei. 

PD: Lotta alla disoccupazione e regolamentazione comune dei contratti #LavoroAlPrimoPosto

Al centro della proposta del Partito Democratico c’è il lavoro, in particolare la disoccupazione giovanile: l’istituzione di un fondo di 21 miliardi per i disoccupati sotto i 30 anni e la regolamentazione dei contratti di lavoro (come l’abolizione degli stage non remunerati) sono considerati prioritari.
A queste misure si aggiungono due piani di investimenti, uno per l’innovazione ambientale ed energetica, e uno per la reindustrializzazione dell’Europa.
Il Pd intende poi salvaguardare i disoccupati con un salario minimo nazionale da approvare entro il 2025.  

Secondo i democratici, l’austerità ha fallito ed è necessario affiancare al Fiscal Compact un “Social Compact”.
Il nuovo patto passerebbe innanzitutto da un cambio di rotta della Commissione, che dovrà porsi come obiettivo la piena occupazione, dalla riforma della Bce, affinché sostenga politiche monetarie espansive, dalla mutualizzazione dei debiti (Eurobond) e da una maggiore flessibilità al rigore dei bilanci pubblici.
Infine, si prevede di limitare gli eccessi della finanza, inasprire i controlli sui paradisi fiscali e dimezzare l’evasione fiscale.

L’Altra Europa con Tsipras: Riforma della BCE e via il Fiscal Compact #BastaAusterity

L’Altra Europa con Tsipras contesta le attuali politiche economiche dell’Unione e punta alla modifica radicale dei trattati europei.
A questo proposito si prefigge di cancellare il Fiscal Compact, riformare la Bce perché sia prestatore di ultima istanza e garantisca il pieno impiego, convocare una conferenza per la ristrutturazione e la mutualizzazione dei debiti degli Stati, derogare agli obblighi di bilancio e riequilibrare i  pagamenti fra paesi importatori ed esportatori.

Complementari a questi obiettivi sono le misure per il rilancio dell’occupazione, fra cui il progetto di un New Deal europeo da 100 miliardi in 10 anni, e per la tutela dei lavoratori (reddito minimo garantito, riduzione orario lavorativo, salario minimio orario, restrizione dei contratti a tempo determinato, e disincentivi alle aziende che delocalizzano).
La lista Tsipras si propone di far crescere l’economia reale attraverso la lotta alla finanza speculativa: in primo luogo separando le banche commerciali da quelle di investimento e rendendone trasparenti i bilanci, poi spostando la tassazione dal lavoro alle rendite, e infine contrastando l’evasione e i paradisi fiscali.

M5S: Via il Fiscal Compact, via dalla Costituzione il pareggio di bilancio e #ReferendumEuro

Elemento cardine della politica economica del MoVimento 5 Stelle è l’indizione di un referendum per la permanenza dell’Italia nella zona euro.
Anche gli altri sei punti del programma si concentrano sull’economia. Da un lato lo scopo è ridiscutere gli obblighi fiscali dell’Italia e, di conseguenza, abolire il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio inserito in Costituzione, che tuttavia necessiterebbe di una riforma in seno alle istituzioni italiane. 

Dall’altro lato, invece, il MoVimento propone, nel quadro di un’alleanza tra i paesi mediterranei per il perseguimento di una politica comune, l’emissione degli Eurobond e l’applicazione di norme più flessibili per il calcolo del deficit di bilancio del 3%, escludendo dal computo gli investimenti destinati all’innovazione e all’avvio di nuove attività produttive.
Infine, un altro progetto è il finanziamento delle attività agricole e di allevamento orientate al consumo interno dei singoli Paesi.

FI: #Sforareil3% nel rapporto deficit/Pil e revisione del Fiscal Compact (ma più ordine nei bilanci statali)

I primi obiettivi di Forza Italia sono lo sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil e l’annullamento o, quanto meno, la revisione del Fiscal Compact, senza ad ogni modo rinunciare al risanamento dei conti pubblici italiani.
Viene, quindi, suggerita una nuova politica monetaria, con la Bce trasformata in prestatore di ultima istanza, e una svolta federalista dell’economia europea, con un’unione bancaria, economica e fiscale. 

Sul lato occupazionale, FI ripropone la ricetta della cosiddetta “equazione del benessere”, ovvero una riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale in modo da attrarre investimenti e favorire la crescita.
Su questo punto, poi, sono previsti investimenti nella manutenzione e una politica industriale che porti al 20% entro il 2020 la quota del Pil prodotta dall’industria manifatturiera in Europa.
Inoltre, si chiede un rafforzamento delle misure europee per la ripresa e una lotta intelligente al sommerso e all’illegalità.
Infine, si ribadisce la necessità di promuovere la liberalizzazione degli scambi commerciali.

NCD: Oltre l’austerity, ma tagli alla spesa per una #RiduzioneDelDebito. Rivedere Maastricht.

Per il Nuovo Centrodestra, l’austerità dev’essere superata, ma la politica di abbattimento del debito pubblico va ancora perseguita, soprattutto attraverso lo snellimento della macchina statale: bisogna tagliare la spesa pubblica improduttiva, applicare il principio della sussidiarietà, affidando più competenze ai territori, e rivedere l’universalismo del welfare, legandolo al reddito individuale. 

NCD è poi a favore della modifica dello statuto della Bce, affinché funga da prestatore di ultima istanza (Eurobond) e finanzi gli investimenti (Project bond), e di un’unione bancaria e fiscale.
Secondo NCD, devono anche essere rivisti i vincoli di Maastricht e il patto di stabilità, per eliminare le spese per lo sviluppo e le infrastrutture dalle voci in rosso del bilancio pubblico.
Infine, è considerata urgente la sfida del lavoro: si propongono finanziamenti alle piccole e medie imprese, attenzione ai giovani, tutela del Made in Italy e delle politiche agricole, uso integrale dei fondi comunitari per il Sud Italia.

FDI: Sospendere il Fiscal Compact e il Fondo Salva- Stati. E poi #ScioglimentoEuro

Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale si impegna a presentare una risoluzione per lo scioglimento concordato e controllato dell’eurozona.
In questo senso si intendono anche le proposte di sospendere la partecipazione italiana al Fiscal Compact e al Fondo Salva-Stati, così come la revisione del patto di stabilità e crescita per sbloccare gli investimenti pubblici.

Inoltre, il programma si focalizza sulla lotta agli sprechi e alla burocrazia (ad esempio, istituendo un  centro nazionale per ottimizzare l’utilizzo dei fondi comunitari) e propone il rafforzamento della normativa a tutela del Made in Italy (tramite un protezionismo intelligente contro i paesi extra-Ue privi dei requisiti sociali, ambientali e igienico-sanitari) e dell’agricoltura nazionale.
Inoltre, si chiede che il governo ottemperi agli obblighi europei relativi al ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione alle imprese.
Infine, viene richiesta una legislazione comune contro la finanza speculativa e la salvaguardia della piccole e medie imprese dalle norme di liberalizzazione e deregolamentazione.

SE: Per #RafforzareEuro, debiti al 60% del Pil e FlexSecurity

Scelta Europea difende il sistema dell’Euro, ma si augura che il processo economico sia gestito con una maggiore partecipazione democratica.
Sostiene la disciplina di bilancio e, dunque, il rientro del debito pubblico al 60% del Pil anche tramite privatizzazioni di aziende e immobili dello Stato poco o male impiegati, all’insegna di una progressiva riduzione degli sprechi della spesa pubblica.
Propone l’unione bancaria e fiscale europea, lo scorporo degli investimenti produttivi dal vincolo del 3% e la separazione tra banche d’affari e di risparmio.

Il programma prevede poi la riduzione della pressione fiscale attraverso il taglio degli sprechi, dei costi della burocrazia, dei privilegi corporativi e dell’assistenzialismo clientelare; l’istituzione di un bilancio destinato all’assicurazione contro la disoccupazione; una maggiore flessibilità delle strutture produttive da un lato e flexsecurity per i lavoratori dall’altro; infine la liberalizzazione degli scambi internazionali e del mercato unico garantendo al contempo i diritti dei consumatori.

IDV: Standard retributivo, più spesa da parte dei ricchi e #Solidarietàfiscale

Contraria all’austerità, Italia dei Valori individua la soluzione alle distorsioni della zona Euro nella solidarietà fiscale: l’idea è di stabilire uno standard retributivo europeo per evitare squilibri salariali fra gli Stati (uniformando così i vari mercati del lavoro) e, parallelamente, di obbligare i paesi in surplus commerciale eccessivo a sollecitare la domanda interna.
In aggiunta, si propone un patto per la crescita da abbinare al Fiscal Compact. Sempre sul versante finanziario, IDV sostiene un sistema comune d’imposta sulle transazioni finanziarie e la separazione tra banche commerciali e di investimento.

Per promuovere la crescita, il risanamento dei conti e la lotta alla disoccupazione, IDV suggerisce di reperire le risorse dalla vendita dei beni confiscati alla criminalità organizzata e dal recupero dell’IVA sui capitali scudati nel 2009.
Infine, si richiede una migliore programmazione nell’impiego dei fondi comunitari, il finanziamento di progetti formativi per i giovani disoccupati, e l’allineamento del welfare italiano a quello europeo (assegni di maternità, flessibilità negli orari e nell’organizzazione del lavoro).

LEGA: Via dall’Euro e macroregioni economiche #EuropadelleRegioni

L’impianto economico della Lega Nord si regge su due tasselli fondamentali: uscita dall’euro e suddivisione dell’Unione Europea in aree ottimali omogenee, le macroregioni, giudicate le uniche in cui possa funzionare una moneta comune. 
Da un lato, con la riacquisita sovranità monetaria e fiscale, la Lega ritiene di poter rilanciare la competitività delle imprese italiane; dall’altro, con l’attribuzione di maggiori competenze alle Regioni e alle macroregioni e la contemporanea riduzione del bilancio comunitario, si svilupperebbero programmi economici più efficienti, in particolare nella gestione dei fondi comunitari, riducendo così sprechi e spese.

Inoltre, sono avanzate misure per il sostegno all’economia reale, in contrapposizione a quella dominata dalla finanza: attuazione di provvedimenti commerciali difensivi contro la concorrenza extra-UE, anche riformando i trattati, per tutelare le piccole e medie imprese; separazione tra banche commerciali e d’affari; difesa dei prodotti dell’agricoltura e della pesca; valorizzazione dei territori (soprattutto nel turismo); integrazione dei porti con le reti di comunicazione terrestri.

VERDI: Innovazione tecnologica per un #GreenNewDeal

Il primo obiettivo dei Verdi-Green Italia per creare lavoro è un New Deal europeo rivolto all’innovazione ambientale.
Ad esso si affiancano politiche contro la povertà e la disoccupazione giovanile (come gli standard comuni di apprendistato), l’istituzione di un reddito minimo garantito e la costituzione di aree libere dalla tassazione nelle zone inquinate d’Europa per attrarre investimenti e favorirne la riconversione ecologica.

A livello fiscale e finanziario, il partito chiede che la Bce diventi prestatore di ultima istanza, che si riveda il Fiscal Compact, che si emettano gli Eurobond e che si uniformino i regimi fiscali, previdenziali e bancari europei.
Sono anche previste misure di contrasto alla speculazione finanziaria (controllo dei mercati, separazione tra banche commerciali e di investimento, tassa sulle transazioni finanziarie, fine del segreto bancario per ostacolare l’evasione e i paradisi fiscali).
Infine, si vogliono riscrivere le regole del commercio mondiale e tutelare i consumatori dalle lobby industriali.

CONCLUSIONI

Pur nella spiccata varietà delle proposte, è possibile individuare alcuni denominatori comuni.
Innanzitutto la difesa del Made in Italy, esplicitato sotto disparate forme in tutti i programmi; poi l’istituzione di un’agenzia di rating pubblica europea (particolarmente sentita da PD, Lista Tsipras, FDI-AN e Verdi) e infine la possibilità di derogare dagli attuali vincoli di bilancio. In questo caso, tuttavia, bisogna sottolineare che alcuni partiti optano per misure rivoluzionarie (l’uscita dell’Euro) o radicali (come la rottura del Fiscal Compact o lo sforamento del tetto del 3%), mentre altri preferiscono riforme più graduali.

I partiti pro-Euro sono poi concordi sul potenziamento del ruolo della BCE o, comunque, sulla creazione di obbligazioni europee con cui finanziare gli investimenti. 
Come si è visto, in diversi programmi è menzionata l’idea di separare le banche d’investimento, dedite all’attività finanziaria, da quelle commerciali, che erogano prestiti a famiglie e imprese, per evitare tracolli come quello della Lehman Brothers negli Usa.

Il punto che, però, divide destra e sinistra è la spesa pubblica destinata al lavoro: la prima sostiene la diminuzione del ruolo dello Stato centrale e dell’Europa nell’economia, in modo da ridurre gli sprechi; la seconda è convinta che serva un piano di investimenti pubblici la cui copertura sia data dalla lotta all’evasione e alla finanza speculativa.

Jacopo Di Miceli
@twitTagli


[1] IMF’s Global Financial Stability Report, October 2007, p. 139.

[2] Erkki Liikanen, High-level Expert Group on reforming the structure of the EU banking sector, p. 3.

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