Sinisa doma il suo passato doriano: prove tecniche di vero Milan

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Appuntiamoci questa data, 28 novembre 2015, e diciamolo sommessamente: forse abbiamo ritrovato il Milan. Mihajlovic sembra essere riuscito a dare un’identità salda a questa squadra e di questi tempi a Milanello è molto più di qualcosa.
Negli ultimi 3-4 anni scrivere di Milan è stata una delle operazioni più complesse del giornalismo sportivo, d’autore e non.
Da una parte il rispetto, l’ammirazione, perfino la gratitudine nei confronti di una squadra che ha contribuito più di ogni altra in Italia alla trasformazione del calcio europeo degli ultimi 25 anni.
Dall’altra l’incredulità, lo smarrimento e un crescente senso d’inettitudine per dirigenti (sempre gli stessi) e uomini di campo (loro sottoposti a turnover sempre più frequente) incapaci di riportare una società così gloriosa al posto che le compete, tra le grandi d’Italia e d’Europa.

La spensierata gestione Leonardo e il primo anno di Max Allegri avevano illuso i tifosi rossoneri che, una volta digerito l’addio del loro condottiero Ancelotti, i tempi di gloria sarebbero presto tornati. E invece, già dalla seconda stagione del Conte Max, qualcosa cambiò: cessioni illustri, risultati altalenanti, una sempre più manifesta incapacità di dominare il gioco.
Allegri, artefice dell’ultimo scudetto milanista, fu costretto a lasciare il Milan nella burrasca e Seedorf, pur mettendo una toppa all’infausta stagione, non si meritò la riconferma. Colpa, si disse, di un’eccessiva onesta intellettuale che lo aveva portato a esprimere giudizi non esattamente compiacenti nei confronti della rosa a disposizione. E poi la disastrosa gestione Inzaghi – disastrosa, ma con mille attenuanti – con il quale il Milan è affondato fino al decimo posto.

Dire che per Mihajlovic il quadro all’inizio di questa stagione non si presentasse semplice, nonostante una campagna acquisti dal vago – sottolineo il vago – sapore di antica grandeur, significa scadere nell’ovvio.
D’altronde all’ottimismo ci ha sempre pensato il Pres. Berlusconi, che non ha mai mancato di ricordare come gli obiettivi del Milan debbano essere sempre il bel giuoco e soprattutto i milioni della zona Champions.

Mihajlovic prende per mano la propria squadra a luglio e riparte dalle fondamenta: i giocatori hanno smarrito identità di gioco e sicurezza nei propri mezzi.
Il lavoro si orienta alla ricerca di uno schema base e al recupero dell’autostima tramite la messa a memoria di schemi, movimenti e concetti di gioco.
Emerge così il 4-3-1-2 d’inizio stagione con il quale il serbo spera di riuscire a mettere insieme i cocci di una campagna acquisti intensa che gli ha portato in dote due grandi attaccanti – Bacca del Siviglia e Luiz Adriano dello Shaktar – un centrale difensivo da trenta milioni – Romagnoli – e due centrocampisti di qualità e sostanza come Bertolacci e Kucka.
Nove punti nelle prime cinque giornate, frutto di tre vittorie e due sconfitte (contro Fiorentina e Inter, le attuali capoclassifica) dimostrano che il lavoro è buono ma ancora lungo. Le due sconfitte con Genoa e Napoli spazzano via l’ottimismo. Il Milan soffre ancora di due gravi patologie: è incapace di imporre il proprio gioco con le piccole (vedi Genoa) ed è incapace di fronteggiare le ipotetiche pari grado (vedi Napoli).

I capi d’imputazione non sono simpatici anche perché sono gli stessi che hanno portato alla condanna Inzaghi. Proprio l’andamento della stagione precedente deve consigliare attenzione al tecnico serbo.
Nel post partita con il Napoli Mihajlovic ci va giù pesante; probabilmente sceglie le parole sbagliate quando dice che “La realtà è che siamo questi qui”. Per la prima e unica volta lo si vede vacillare. Il rischio è di perdere l’anima dei suoi uomini.
Quando la settimana successiva avvia un nuovo percorso testando il 4-3-3 in molti pensano che si tratti degli ultimi spasmi di un corpo andato già oltre la legittima scadenza. Riesuma Cerci, fa avanzare Bonaventura allargandolo sul fronte sinistro, compone la mediana titolare sull’asse Montolivo-Kucka ai quale aggiunge di volta in volta il terzo: Poli, De Jong, Bertolacci.
Last but not least, decide che, se anche dovrà morire sportivamente a Milanello, il suo kamikaze non sarà Honda. Inconsistente per tutta la prima parte di stagione, con il cambio di modulo il serbo sembra averlo accantonato definitivamente.
I risultati, finalmente, arrivano: 3 vittorie e un pareggio: ciliegina sulla torta la bella prestazione di Roma dove la Lazio viene schiantata 3-1.
Questo lo stato dell’arte. Ora, qualche riflessione.

COSA FUNZIONA
Dopo vari tentativi, Mihajlovic ha trovato il compagno di reparto di Romagnoli: Rodrigo Ely è troppo giovane e inesperto, Mexes incostante e inaffidabile. Alex dà la tranquillità necessaria all’ex doriano per crescere e mostrare le proprie doti di leader difensivo: i due si muovono ora di reparto.
De Sciglio non è un’iradiddio sulla destra, ma le sue prestazioni acquisiscono consistenza e sicurezza. Antonelli, dall’altro lato del campo, è certamente più propositivo e questo non può che fare bene.
Il centrocampo con Montolivo, assente per infortunio a settembre-ottobre, vede accresciute le doti di palleggio; Kucka e Bertolacci danno verticalità e sicurezza difensiva – soprattutto lo slovacco. Bonaventura e Bacca si confermano tra i migliori della squadra e anche sulla sinistra Cerci dà imprevedibilità con i suoi insistiti uno contro uno.

NUOVI PROBLEMI
Uno scialbo zero a zero contro l’Atalanta – con l’ammissione di Mihajlovic di sentirsi in debito con la buona sorte per aver acciuffato un punto piuttosto che in credito per averne persi due – e la brutta sconfitta contro la Juventus incrinano le certezze acquisite. Mihajlovic torna sulla graticola.
Già, perché in tutti questi saliscendi la costante è lo scarso feeling tra Berlusconi e il tecnico di turno, con la costante minaccia d’esonero a ogni passo falso. Una situazione tesa e controproducente oggi acuita dal paradossale paragone tra i primi mesi della gestione Inzaghi e quelli del serbo (un confronto disonesto e specioso perché tutti sanno che il crollo di Inzaghi l’anno scorso è avvenuto dopo Natale).

Mihajlovic, però, è un tipo tosto. Conosce i problemi della propria squadra: scarsa personalità e produzione di gioco scadente – in quantità e qualità –, e non li rifugge.
Rimette mano all’assetto tattico, accetta di dover escogitare il modo di non giocarsi le partite di puro fioretto. Ed ecco che arriviamo alla bella prestazione di sabato sera, dove il Milan è apparso finalmente la sua squadra, per la prima volta quest’anno.

  • Il Milan torna indietro di vent’anni e si schiera con un sacchiano 4-4-2. Il giovane Donnarumma tra i pali, Abate e Antonelli sulle fasce, Romagnoli e Alex centrali. 
  • A centrocampo, la prima mossa azzeccata. Accantona il diamante, il rombo e qualsiasi altra forma geometrica che preveda il mediano solitario a schermare la difesa e schiera Montolivo e Kucka uno accanto all’altro per interdizione e impostazione di gioco.
    Il capitano milanista, accanto allo slovacco, ha un valido alfiere per far valere le proprie doti di passaggio e di intuizione calcistica; l’ex Genoa opera nelle due fasi di copertura e di inserimento.
  • Sugli esterni, Bonaventura galleggia sul centro sinistra alla ricerca di corridoi centrali per filtranti, uno-due e percussioni personali.
  • A destra Cerci calpesta la linea laterale e propone all’avversario continui uno contro uno: l’obiettivo è portarsi la palla sul sinistro per liberare il tiro o per effettuare un cross.
  • La coppia Bacca e Niang è la seconda grande scelta di Mihajlovic.

Due centravanti titolari come non se ne vedeva da tempo che offrono movimento, profondità, potenza e – da sabato sera – anche estrema concretezza. Niang è un giocatore che mi piace da tempo (chi non crede clicchi qui e scorra fino al paragrafo sul Genoa) perché è un campione in potenza: pochi ’94 abbinano potenza e rapidità in quella maniera. Se incomincerà a segnare può essere il crack del Milan.

Tornando a sabato sera, l’atteggiamento è meno rinunciatario: soprattutto quando si deve difendere, conscia delle problematiche in fase di costruzione, la squadra si sostiene con l’aggressione sui portatori di palla. Non un vero contropiede, perché l’idea è quella di strappare palla ai difensori e non agli attaccanti avversari; piuttosto il caro, vecchio, affidabile pressing alto.
Il giro palla è migliorabile, ma riesce abbastanza efficacemente a mettere in isolamento i due esterni di centrocampo e i loro marcatori per il confronto diretto.

COSA È MIGLIORABILE
Forse il dato più positivo per Mihajlovic, al di là del risultato, è che già si vedono le aree in cui la sua mano potrà apportare dei miglioramenti: segni di futuribilità, oserei dire.
A Cerci andranno insegnati i cross con il piede destro e forse gli si dovrà chiedere una maggiore versatilità palla al piede. Ottima, tuttavia, la sua abnegazione in fase difensiva.

Il sistema di recupero palla è il punto sul quale si può fare molto meglio. Contro i blucerchiati si sono visti accenni interessanti di pressing, ma il 4-4-2, per il grande equilibrio numerico in tutte le zone del campo, può sostenere ritmi di pressione molto più elevati. Mihajlovic dovrà convincere i propri giocatori a alzare il baricentro e a giocare più corti.
In Italia, Napoli a parte, manca una squadra in grado di portare pressing sistematico già nella metà campo avversaria. È ciò che maggiormente ci separa dagli standard europei. Il cammino dei rossoneri, in questo senso, potrebbe essere molto importante.

Può giovare, poi, l’integrazione dei giocatori al momento fuori dalle rotazioni principali. Dagli infortunati come Balotelli, De Jong e Bertolacci agli esclusi per scelta tecnica come Luiz Adriano: il Milan non può privarsi a cuor leggero di questi uomini. Ci sarà qualche difficoltà – penso a Bertolacci, una di quelle mezze ali difficilmente sintonizzabili al centrocampo a quattro che il nostro calcio negli ultimi 8-10 anni ha sfornato in serie.
Ma devo dire la verità: sono contento. Ero convinto che Mihajlovic fosse l’allenatore ideale per il Milan odierno e la partita contro la Sampdoria può essere un bel segnale in quella direzione.
Il serbo è un uomo concreto, che non bada all’apparenza e che sa valorizzare sempre il materiale a disposizione. Si tratta di una qualità che di questi tempi a Milanello non può mancare. 

Maurizio Riguzzi

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