Champions League: tutti gli errori del Napoli

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La storia del Napoli in Champions League è una storia in cui le preghiere rivolte alla clemenza del sorteggio servono a poco. Manchester City, Bayern Monaco, Chelsea, Arsenal, Borussia Dortmund e ora Athletic Bilbao. Questa volta, però, non basta appellarsi alla malvagità del caso o agli imbarazzanti scivoloni della difesa. È necessario mettere a fuoco tutti gli errori commessi da allenatore, squadra e società.

LA PREPARAZIONE FISICA. Davvero Bilbao e Napoli giocavano undici contro undici? I baschi correvano, pressavano, raddoppiavano, sradicavano palloni con una foga da posseduti, spegnendo sul nascere ogni azione offensiva dei partenopei.
Questo, ormai, è un motivo ricorrente per le squadre italiane (la nazionale insegna): sul piano internazionale siamo sempre fisicamente surclassati dagli avversari.
Sarebbe ora di domandarsi a cosa attribuire una tale inferiorità, se al tipo di allenamenti, ai carichi di lavoro estivi, al campionato poco “allenante” (Capello dixit), o, ancora peggio, a precise scelte tattiche conservatrici. La preparazione delle italiane non funziona, è evidente, e stupisce che persino un allenatore con una lunga esperienza all’estero come Benitez sia inciampato proprio su questo.
In Spagna e in Inghilterra corrono più di noi? E allora perché non importiamo la loro metodologia di lavoro? Aspettiamo una risposta.

LA MENTALITÀ. Ecco un altro problema che il Napoli condivide con il resto della Serie A. Nelle coppe siamo timidi, contratti, spaventati, temiamo il confronto con chiunque. Si dice che vincere aiuti a vincere: bene, per ricostruire una mentalità vincente, allora può essere utile ripartire dall’Europa League e da avversari più morbidi, ma serve umiltà. Finora siamo stati remissivi con i forti e arroganti con i deboli. Benitez può e deve dare una mano.

LA TATTICA. Il 4-2-3-1 è un modulo tattico ormai superato e prevedibile. I Mondiali l’hanno certificato (visto il Brasile?) e ancora prima l’aveva provato la Champions (né Real né Atletico lo usavano). Per di più al Napoli mancano gli interpreti: non solo il regista, ma anche il trequartista, visto che Hamsik non si è mai mostrato a suo agio nel ruolo confezionatogli da Benitez ed è sempre restio ad arretrare di qualche metro in fase di manovra, così da alleggerire la pressione su Jorginho. In questo momento poche squadre al mondo possono permettersi un modulo offensivo come il 4-2-3-1, che richiede difesa alta (e, di conseguenza, centrali veloci) e possesso palla insistito (e, quindi, fini palleggiatori).

Perciò, vedremmo molto meglio il Napoli con un 4-3-3 più coperto: una cerniera di centrocampo composta, per esempio, da Guarin, Lucas Leiva e Inler (imperniata sullo schema incursore-regista-mediano) da un lato garantirebbe quella qualità che è mancata nei 180 minuti contro il Bilbao e che ha costretto, con risultati imbarazzanti, Gargano a impostare l’azione, e dall’altro eviterebbe alle due ali, siano esse Insigne, Mertens o Callejon, sfiancanti recuperi difensivi che sottraggono lucidità sotto porta.

IL MERCATO. Visto che il 4-2-3-1 prevede una coppia di centrali scattanti (o, quantomeno, che lo sia uno dei due), allora la coppia Albiol-Koulibaly sembra male assortita. Il francese, nonostante le interessanti potenzialità di crescita, ha infatti caratteristiche troppo simili a quelle del suo compagno di reparto, il che rende lo sposalizio penalizzante per entrambi. A ciò si aggiungano le storiche lacune difensive di Maggio, che avrebbero dovuto suggerire, insieme alla sua età non più giovanissima, l’acquisto di un nuovo terzino destro.

IL PROGETTO NAPOLI. La doppia sfida con l’Athletic può essere lo spunto per dare una svolta al progetto societario, che, dopo i notevoli progressi degli ultimi anni, pare aver improvvisamente perso slancio.

  • Il San Paolo, che ogni anno necessita di lavori di ristrutturazione per ottenere l’agibilità per le coppe (l’anno scorso De Laurentiis minacciò persino di spostare la squadra a Palermo), sfigura di fronte a uno stadio-cattedrale come il San Mames di Bilbao. In un impianto moderno e di proprietà il calore dei numerosi tifosi napoletani diventerebbe un fattore decisivo.
  • A ben guardare, poi, la combattività dei baschi non è figlia soltanto di una migliore preparazione atletica e tattica. È figlia di un viscerale attaccamento ai colori della maglia: l’Athletic schiera esclusivamente giocatori nati nei Paesi Baschi. Sono loro i primi sostenitori della squadra.
    Il Napoli, senza tuttavia arrivare a scelte tanto radicali, avrebbe le potenzialità, grazie all’immenso bacino demografico campano, per far crescere giovani nel vivaio e lanciarli in prima squadra. Insigne non può reggere da solo il peso della napoletanità. Come faceva notare ieri sera Ciro Ferrara su
    Sky Sport, il Napoli dell’ultimo scudetto aveva in rosa ben 13 campani.

Jacopo Di Miceli
@twitTagli

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