Manoel dos Santos Francisco, detto Garrincha

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Garrincha mangiava una volta ogni due giorni. Garrincha aveva sessanta di torace. Garrincha aveva una gamba devastata dalla polio.
Garrincha era un benedetto del Signore.

Garrincha riceveva palla all’ala destra, caracollava con quella sua gamba più corta, puntava il terzino avversario e lo superava. Garrincha faceva sempre la medesima finta: quella finta risultava sempre vincente.

Un giorno lo portarono in un luogo dove la notte non arrivava mai e in cui la gente mangiava tutti i giorni. Le ragazze, bionde e bellissime, lo guardavano con tenerezza. Il Brasile doveva vincere tutte le partite. Lo fece con la grazia di una cantilena: Garrincha. Didì. Vavà. Pelè. Era il 1958.

Al ritorno in Brasile, la Seleçao venne accolta al Maracanà dal governatore di Rio. Fu un tripudio di popolo, una gioia di bandiere, un’orgia di canti. Il governatore si sbilanciò. «A ciascun calciatore – disse – voglio donare una spiaggia e una villa». Garrincha gli si avvicinò, gli sussurrò qualcosa all’orecchio. A lui, la spiaggia e la villa non interessavano. Ma indicò una gabbia, entro cui era prigioniero un passero o, secondo altri, una colomba. Con un gesto, supplicò che venisse liberata, e così fu fatto.

Ancora oggi, si dice in Brasile, se parli a un vecchio di Pelè, il vecchio si toglie il cappello, in segno di ammirazione e di gratitudine. Ma se gli parli di Garrincha, il vecchio si scusa, non regge il tuo sguardo e piange.

 

Andrea Donna

@AndreaDonna

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