Road to Washington: tutto quello che c’è da sapere sulle primarie nel New Hampshire

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L’Iowa è acqua passata; per citare Jeb Bush, che non ha esattamente sbancato al botteghino, “è inutile guardare indietro: bisogna pensare alla prossima tappa, il New Hampshire”. Ma l’Iowa è un buon punto per iniziare a parlare delle primarie americane, perché dopo mesi di dibattiti preparatori e innumerevoli sondaggi è lì che i candidati scendono in campo e si affrontano a suon di voti.
Tre democratici e una sfilza di repubblicani hanno tenuto maratone di discorsi, comizi e dibattiti per raccogliere gli ultimi voti dei caucus che si sono svolti il 1 febbraio. Nonostante il freddo e la neve che spazzavano lo Stato, quasi 350.000 persone hanno affollato i seggi sparpagliati nelle contee. E finalmente si è rotto il ghiaccio tra i candidati.
Come si sono comportati e quali sono le ricadute di questa prima tornata elettorale?

Il primo effetto è che la rosa dei pretendenti si è sfoltita: sul versante democratico si è prontamente ritirato Martin O’Malley, che, in un episodio divenuto il simbolo della sua disfatta, si è dimostrato incapace di convincere lo sconosciuto signor Kenneth, unico ospite presente all’evento conclusivo, a passare dalla sua parte.
Di conseguenza Hillary Clinton e Bernie Sanders saranno liberi di lottare su tutto il terreno politico, senza che un terzo candidato cerchi di guadagnare consenso interpretando il ruolo del mediatore. In realtà i due antagonisti si erano già precedentemente mossi in questa direzione.
Nel campo repubblicano Trump è costretto a rivedere la sua strategia: la vittoria di Cruz lo mette in una posizione difficile, costringendolo da un lato a rimontare, dall’altro a guardarsi le spalle da Rubio, che cercherà di sfruttare l’ottima partenza ai blocchi per innescare la risalita. La truppa ha inoltre visto le defezioni di Mike Huckabee, Rand Paul e Rick Santorum, che insieme hanno racimolato appena il 7,3% e hanno preferito farsi da parte.
Defezioni a parte, all’ufficializzazione dei risultati (su cui pendono ancora alcune polemiche sia tra i democratici che tra i repubblicani), tutti i principali concorrenti, prima di prendere il volo verso il New Hampshire, hanno cercato di massimizzare in maniera strategica il risultato conseguito: vediamo come.

Donald TRUMP
Capace ancora una volta di sorprendere, il magnate ha pronunciato un discorso assai pacato: dopo aver ringraziato e lusingato gli elettori – “mi comprerò una bella fattoria qui, adoro questo posto” – il magnate si è detto “onorato” di aver partecipato insieme a “tutti gli altri fantastici repubblicani”.  Ha poi espresso la sua soddisfazione per il risultato, che in realtà è stato un po’ deludente, e si è congratulato con Cruz.
In pratica ha provato a farsi passare non più come il candidato che ha dominato i sondaggi ininterrottamente da luglio fino al voto, ma come un underdog dal trionfo inaspettato: una mossa decisamente azzardata, o che per usare un eufemismo sembra avere le gambe corte. A deciderlo comunque saranno le elezioni nel New Hampshire.  

Marco RUBIO
Il passaggio inverso, da underdog a potenzialmente eleggibile, lo ha effettivamente compiuto Rubio, arrivato terzo a breve distanza da Cruz e Trump. Nel suo discorso ha esordito con una parafrasi delle parole di Obama nel 2008, “questo è il momento che, dicevano, non sarebbe mai arrivato”; poteva essere un omaggio, ma non lo è stato. Infatti non si è limitato a ringraziare e salutare, ma anzi si è profuso in un deciso attacco al partito democratico, il quale se vincesse relegherebbe gli Stati Uniti al rango di una “grande nazione in declino”.
In alternativa, ha suggerito Rubio, sarà sufficiente eleggere lui per inaugurare nientemeno che “un nuovo secolo americano”. Rubio, in prospettiva il candidato più eleggibile del GOP, ha insistito sull’eccezionalità di questa tornata elettorale, definendola non un semplice scontro tra destra e sinistra ma un vero e proprio “referendum sulla nostra identità”.

Ben CARSON
L’ex neurochirurgo (e idolo nazionale afroamericano), inesorabilmente in calo nei sondaggi ma in ascesa tra i meme di internet, accusa Cruz di condurre una campagna ingannevole piena di “sporchi trucchi”[1]. Ma questo è l’unico accenno a una giustificazione per il magro risultato elettorale; la parte vivace del suo discorso di congedo dall’Iowa finisce qui.
Carson non fa nessuna dichiarazione di rivincita, non cambia strategia, non mostra i denti agli avversari; si mette comodo e passa in rassegna tutte le sue posizioni politiche, una per una. E il consueto modo di fare tra lo stralunato e l’ipnotico non aiuta a nascondere le incoerenze delle sue posizioni. Da credente convinto, tra una citazione dei proverbi e una dell’Antico Testamento, Carson insiste sulla necessità di “slegare le mani ai militari” in modo che possano combattere il terrorismo “senza regole di ingaggio”, occupando tutti i territori che sarà necessario occupare in Medio Oriente.
Sicuro di neutralizzare il terrorismo assai facilmente, ricorda però che i terroristi possono colpire ovunque; per questo è opportuno addestrare ogni cittadino a reagire in situazioni di attacco e offrire lezioni gratuite di uso delle armi. Sempre in nome della carità, prosegue, sarà indispensabile chiudere le frontiere: non solo al Sud per arginare il flusso migratorio dal Messico, ma anche al Nord: i terroristi potrebbero arrivare dal Canada infiltrandosi tra i profughi siriani accolti dal Paese. I terroristi… oppure Ted Cruz, che se fosse stato per lui andava bloccato alla frontiera da bambino.
Del lungo discorso di Carson si possono ricordare tre cose: il riferimento alla riforma Fornero come esempio di un cambiamento necessario, delicato ma fatto in modo tempestivo; una barzelletta su un kamikaze musulmano che, aspettandosi di trovare 72 vergini al suo arrivo in paradiso, si sente dire da San Pietro “scusami, intendevo 72 virginiani”; e la sua stessa ammissione di non poter aspirare alla nomination.
Insomma, Carson è sempre più la macchietta della corsa elettorale.

Ted CRUZ
Il vincitore effettivo e morale della prima, simbolica tappa non si è lasciato trasportare dall’entusiasmo, nonostante il sorpasso ai danni di Trump. Anzi, la mezz’ora di discorso post-Iowa è sufficiente per intuire il perché del ritornello “everybody hates Ted” che rischia di diventare un altro punto fermo di questa campagna.
Il senatore non lascia trasparire una grande soddisfazione per l’ottimo risultato, imputandolo principalmente a Dio – “God bless us, to god be the glory” le sue prime parole. Con una citazione di Obama, “yes we can” rassicura il pubblico venuto a celebrare la vittoria; poi prosegue come Carson con un poco esaltante riepilogo del suo programma politico. Ribadisce la sua posizione anti-establishment (e per ora l’establishment ricambia cordialmente, al punto da preferire Trump), cita più volte le scritture, elogia il lavoro dei volontari da cui trae ispirazione, ricorda a più riprese i 3 valori fondamentali della nazione americana: le radici giudeo-cristiane, il mercato libero e la costituzione, valori che il governo deve difendere.
Nel complesso l’elemento religioso è ancora più ingombrante che nel discorso di Carson, forse anche per strizzare l’occhio alla determinante comunità evangelica dell’Iowa; ma qui, a differenza di Carson, mancano le incursioni fanta-politiche che rendono quest’ultimo spassoso. 

Jeb BUSH
La dinastia Bush è rappresentata in questo turno da Jeb, fratello minore di George W. Dopo aver raccolto un risultato assai magro in Iowa, il texano ha mostrato più esitazione che determinazione; nella breve intervista dopo i Caucus ha rilasciato qualche dichiarazione di circostanza, dando più che altro la sensazione di voler chiedere al giornalista: “che ci sto facendo qui?”. 

Chris CHRISTIE
Il governatore del New Jersey racconta le elezioni da una prospettiva alternativa. Il suo 2%, spiega, è un risultato eccellente se rapportato alla quantità di soldi spesa in quello stato: “Bush ha speso 15 milioni di dollari e ha ottenuto il 3%, mentre noi abbiamo speso 500.000 per il 2%. Chi ha gestito meglio il denaro?”
Christie fa i conti in tasca anche a Rubio e Cruz, giungendo alla conclusione che il voto in Iowa è andato benissimo. Se punta al premio del miglior risparmiatore, bisogna dire che ha tutte le carte per vincere senza troppi sforzi. 

Hillary CLINTON
La pupilla del partito democratico, forte di una macchina organizzativa colossale e collaudata e di una strategia maturata nel corso di 8 anni, ha fatto buon viso a cattivo gioco dopo la risicatissima vittoria su Sanders (0.2%). Si è detta orgogliosa della “rara occasione, che abbiamo ora, di avere una vera lotta di idee” e di poter discutere “gli obiettivi reali del partito democratico”.
Poi il tono è cambiato: da esperta politica qual è, Hillary ha disegnato il perimetro del ring su cui affrontare Sanders ora che O’Malley è fuori dai giochi: in un primo momento ha insistito su quanto sia una leader progressista che ottiene risultati. Poi ha poi stilato un elenco dei temi in discussione, non a caso quelli più cari a Sanders, mettendosi così in assetto da guerra: sanità pubblica, college più accessibili, diritti civili. E non ha caso ha omesso i temi più scottanti, quello dei finanziamenti ai partiti e le incoerenze della politica estera, che costituiscono i lati un po’ meno solidi della sua carriera.
Implicitamente, la Clinton ha ulteriormente circoscritto il dibattito politico all’area democratica, ignorando ogni riferimento ai candidati repubblicani. Conclusione? Un discorso meditato, che ha cercato di limitare i danni (con le risorse a disposizione il suo team avrebbe dovuto annientare un relativo sconosciuto come Sanders) e ha efficacemente preparato il terreno per lo scontro con il rivale.
La Clinton non fa nessun passo falso eppure non avvince; come sempre, è più solida e razionale che coinvolgente.

Bernie SANDERS
Decisamente diverso il rivale, che fa della spontaneità una delle sue armi più efficaci. Sanders ha cercato di massimizzare il successo morale del quasi-pareggio (sconfitto per un sottilissimo 0.2 percento) definendolo un virtual tie, in pratica un risultato impressionante per chi è partito da così lontano e non gode dell’appoggio finanziario dei comitati elettorali.
Sanders ha calorosamente salutato O’Malley prima di sottolineare che il suo consenso rappresenta un chiaro messaggio all’establishment politico e mediatico. Da qui ha ripreso il filo di un discorso relativamente piatto sui temi a lui cari.
Nonostante le lacune politiche, il senatore del Vermont – un indipendente che si autodefinisce socialista – è in grado di suscitare nell’elettorato un entusiasmo decisamente più genuino della Clinton. Come lo stesso Obama ha detto, la forza di Hillary può essere anche la sua debolezza, perché la sua campagna è di prosa, mentre quella di Sanders è poesia. Tutto dipende quindi dallo stato d’animo dell’elettorato, che in questo periodo sembra più incline alla seconda.

AND THE WINNER IS…?
Leggendo le dichiarazioni dei candidati a ridosso dell’elezione non si intravede nemmeno un perdente: ad eccezione di chi si è ritirato a seguito di risultati oltremodo insufficienti, tutti sono soddisfatti del proprio risultato e incommensurabilmente grati alle persone dell’Iowa. L’Iowa è stato una democraticissima vittoria comune.
Probabilmente questo è il segnale prima della battaglia: una piccola tregua è necessaria per metabolizzare il risultato, che dopo mesi di prove a salve è il primo dato concreto su cui costruire strategie dettagliate.
È la prima occasione per individuare i lati scoperti degli avversari. Ora bisogna solo prendere la rincorsa e passare all’attacco.

Edoardo Frezet

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[1] Il riferimento è alle voci, diffuse dalla CNN a ridosso del caucus, di un ritiro di Carson; il team di Cruz ha sfruttato la notizia per accaparrarsi i suoi voti, non peritandosi di verificare la notizia – o peritandosi di non farlo, secondo l’accusa.

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